La chiesa cattolica ha reintrodotto nella liturgia in latino del Venerdi santo una preghiera per la conversione degli Ebrei, che era stata melinata dalla riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II. Il fatto che questa preghiera sia fatta proprio il Venerdi santo, giorno della crocifissione di Gesù, sta a ribadire in modo indiretto ma chiarissimo che i colpevoli della morte di Gesù sono gli ebrei. Il contesto è fondamentale.
Ciò riporta indietro di decenni ad un atteggiamento antiebraico (Ebrei popolo deicida) che è una delle prime radici dell’antisemitismo. D’altra parte, la reintroduzione dell’antica preghiera per la conversione degli ebrei il venerdi santo, benché modificata, è fatta per andare incontro a quella parte scismatica della chiesa che durante il Concilio Vaticano II si era opposta fra l’altro al nuovo corso di autocritica cattolica verso l’antiebraismo e l’antisemitismo cristiano tradizionale.
Per secoli l’obiettivo della conversione degli Ebrei è stato perseguito dalla chiesa cattolica con metodi che violavano il diritto alla libertà di coscienza: riduzione ad uno stato civile giuridicamente subordinato, limitazione di diritti, prediche forzate, tentativo di sottrarre bambini ai genitori ebrei per educarli nella fede cristiana. Questo meccanismo, per il quale, la condizione di piena cittadinanza si poteva ottenere solo diventando cristiani, ebbe un rigurgito orribile durante le leggi razionali fasciste italiane. Molti ebrei si “convertirono” in quei due anni per sottrarsi alle leggi che li eliminavano da ogni funzione pubblica. Dal 1943 al 1946 non furono pochi i casi in cui suore e sacerdoti cattolici, avendo meritoriamente salvato bambini ebrei dalla persecuzione nazista, non seppero però resistere alla tentazione di convertirli al cattolicesimo.
Recentemente alcuni cattolici hanno rivolto al Papa la richiesta di cancellare questa preghiera per la conversione degli Ebrei. Ciò ha scatenato una reazione dura da parte dei settori più oltranzisti della chiesa cattolica. La memoria storica delle persecuzioni e delle conversioni forzate è stata cancellata? La Pasqua del 2008 con l’introduzione della preghiera per la conversione degli ebrei proprio il venerdi santo segna una data tristissima. Spero che non sia il simbolo di un nuovo corso già iniziato.
Per ravvivare la memoria storica richiamo l’attenzione sul documento con cui il papa Paolo IV istituiva nel 1555 il Ghetto nello stato della chiesa, ghetto che fu abolito solo nel 1870, grazie allo stato laico.
“Assurdo e scoveniente”
Libera traduzione in versi dalla Bolla “Cum nimis absurdum” (12 luglio 1555) del Papa Paolo IV contro gli Ebrei dello Stato della Chiesa.
Caro cristiano, caro ex-comunista
che ti metti, innocente, la cufìa,
ogni parola tua di pace è mista
di sangue di “giudei”. Vescovo caro!
nella tua roccia rosa, una colata
di lava nera è fusa, la tua pietra
cristiana è picchiettata
di grani neri. Sono i morti ebrei.
“Ma il Concilio!
I documenti! Ma la Nostra Aetate!
La visita del Papa! Troppo poco
Per rivestirsi di virginitate?”
Cristiano caro, tu che preghi chino
venerdì santo per la conversione,
come se fossi Abele, e non Caino,
giacché non ti ricordi
secoli interi di persecuzione
leggi da te questa “dichiarazione”
scelta fra tante – tu che hai gli occhi sordi.
Solo un minuto, per riparazione.
“Perpetuae servituti”, “propria culpa”
Io, Gian Pietro Carafa, Paolo Quarto,
* lo ripeto – i Giudei Dio ha sottomesso
“è colpa loro”, a servitù perpetua”.
E’ stato lui. Ed ora è sconveniente,
absurdum oltremodo: i nostri paria
si rivoltano. Nimis! Col pretesto,
– ricatto! – della Christiana pietas,
– compassione – che tollera di stare
loro accanto – cohabitatio -,
ingrati tanto sono diventati,
ut pro gratia contumeliam reddant.
Non un grazie, per la tolleranza!
Offesa, invece. E’ dovere loro
d’essere nostri servi. La pazienza
fu inutile. Padroni, s’impongono,
signori: Dominatum vindicare
procurant! A tanto di insolenza
– è giunto al sacro orecchio – mi si dice –
sono arrivati, che non solo, misti,
con i cristiani coabitare, anzi,
alle ecclesie nostre, li vicino!
Nelle strade più belle se ne vanno,
senza neppure un segno sul costato,
nelle piazze! Bona stabilia hanno
– e commercio perfino se ne fanno –
e balie, cameriere, e altri servi
cri-sti-a-ni -dico-, a pagamento.
In disprezzo del nomine messiano.
Perciò, con zelo cattolico-romano
Ad futuram rei memoriam ordiniamo…
– Prima però un po’ di teologia –
Prendo la Bibbia, Il Nuovo Testamento,
e io che Paolo sono, anzi per Quarto,
un versetto di Galati vi leggo
e, finalmente, al lume della fede,
gli errori suoi riconoscendo,
benigno i giuda accoglierei. Se, poi,
in eorum erroribus persistunt,
recognoscant se servos, Christanos,
invece, liberos per Jesum. Schiavi
* lo ammettano! – li ha resi Christus Deus
e noi cristiani, liberi. Il versetto
lo dice chiaro. Non l’avete letto? :
è ingiusto, è sconveniente, non esiste!
che il figlio della schiava – convivente!-
coi liberi, i cristiani, s’affratelli.
La sappiamo da secoli la ratio
gli ostinati ebrei per “tolerare”:
verae fidei Christianane in testimonium.
La loro schiavitù sta a dimostrare
ch’è proprio Dio che tiene saldo il piede
dei padroni cristiani su Israele.
Basta con le parole! Valitura in perpetuo
a Roma costituiamo, e in aliis terris,
che uno stesso luogo, e in uno solo,
abitino i Giudei. Ma tutti quanti,
omnino, necessariamente. Ghetto!
Dalla case cristiane separati, penitus,
assolutamente. Un muro li circondi.
Una porta soltanto, voi ch’entrate,
[“Via dei Giudei”]; e una, voi che uscite
[“Via dell’inferno”], chiuse, ben, di notte.
[Altro che riconoscerne lo Stato!].
Bona immobilia non potranno avere
Ed una sola sinagoga. “Demoliri”
le altre, comando, “et devastare”.
Solo a cristiani da vendere saranno
le case belle e brutte ch’essi hanno.
Perché sia chiaro ch’essi “giudei” sono,
i maculi un berretto, e un altro segno
abbiano le donne, chiaro e rosso.
Mi raccomando: addosso.
Cameriere cristiane, balie e servi
d’ogni sesso più non manterranno.
Di nutrici cristiane le mammelle
i loro infanti più non succhieranno.
Di domenica, riposo, per la via.
Tutti in latino i conti. E un lavoro
lecito soltanto: cenciaria.
Né per favore, né per pagamento
i medici giudei ad Christianorum
curam accedere potranno.
E d’ora in poi neppure il mendicante
Che tende la sua mano ad un ebreo
Potrà chiamarlo dominus, signore.
Signori siamo noi, Io, Paolo Quarto.
Mauro Pesce

LETTERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE
PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L’EBRAISMO
NEL XL ANNIVERSARIO DELLA “NOSTRA AETATE
Al venerato fratello
il Cardinale WALTER KASPER
Presidente della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo
Sono trascorsi 40 anni da quando il mio predecessore Papa Paolo VI promulgò la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra aetate, che inaugurò una nuova era di rapporti con il popolo ebraico e costituì la base per un sincero dialogo teologico. Questo anniversario ci offre numerosi motivi per esprimere gratitudine a Dio Onnipotente per la testimonianza di tutti coloro che, nonostante una storia complessa e spesso dolorosa, e in particolare dopo la tragica esperienza della Shoah, ispirata da una ideologia razzista neo-pagana, hanno operato coraggiosamente per promuovere la riconciliazione e una migliore comprensione fra Cristiani ed Ebrei.
Nel gettare le fondamenta di un rapporto rinnovato fra il Popolo ebraico e la Chiesa, la Nostra aetate ha sottolineato la necessità di superare i pregiudizi, le incomprensioni, l’indifferenza e il linguaggio ostile e sprezzante del passato. La Dichiarazione è stata l’occasione per maggiore comprensione e maggiore rispetto reciproci, collaborazione e, spesso, amicizia fra Cattolici ed Ebrei. Li ha anche sfidati a riconoscere le loro radici spirituali e ad apprezzare il loro ricco patrimonio di fede nell’unico Dio, Creatore del cielo e della terra, che ha stabilito la sua alleanza con il Popolo Eletto, rivelato i suoi Comandamenti e insegnato la speranza in quelle promesse messianiche che donano fiducia e conforto nelle difficoltà della vita.
In questo anniversario, ripensando a quattro decenni di contatti fecondi fra la Chiesa e il Popolo ebraico, dobbiamo rinnovare il nostro impegno per l’opera che ancora resta da compiere. A questo proposito, fin dai primi giorni del mio pontificato e in particolare durante la mia recente visita alla Sinagoga di Colonia, ho espresso la mia ferma determinazione a seguire le orme lasciate dal mio amato predecessore, il Papa Giovanni Paolo II. Il dialogo fra Ebrei e Cristiani deve continuare ad arricchire e a rafforzare i vincoli di amicizia che si sono sviluppati, mentre la predicazione e la catechesi devono impegnarsi a garantire che i nostri rapporti reciproci si presentino alla luce dei principi stabiliti dal Concilio. Guardando al futuro, esprimo la speranza che sia nel dialogo teologico sia nella collaborazione e nei contatti quotidiani, i Cristiani e gli Ebrei offrano una testimonianza congiunta sempre più convincente dell’unico Dio e dei suoi Comandamenti, della santità della vita, della promozione della dignità umana, dei diritti della famiglia e della necessità di edificare un mondo di giustizia, riconciliazione e pace per le future generazioni.
In questo anniversario assicuro la mia preghiera per Lei, per i Membri della Commissione e per quanti sono impegnati nella promozione di maggior comprensione e cooperazione fra Cristiani ed Ebrei secondo lo spirito della Nostra aetate, invocando su tutti di cuore le divine benedizioni di sapienza, gioia e pace.
Dal Vaticano, 26 ottobre 2005
BENEDETTO XVI
qui http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/letters/2005/documents/hf_ben-xvi_let_20051026_nostra-aetate_it.html
e qui la nostra aetate
http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decl_19651028_nostra-aetate_it.html
assurdo e sconveniente citare paolo IV a supporto delle proprie teorie, sebbene sicuramente di grande effetto per i detrattori contemporanei della Chiesa sempre tesi a dimenticare gli sforzi fatti nella direzione del dialogo.
buon lavoro professore, nel solco della verità o almeno della ricerca della verità.
VI. Per gli ebrei
Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza.
Orémus et pro Iudæis, ut, ad quos prius locútus est Dóminus Deus noster, eis tríbuat in sui nóminis amóre et in sui foderis fidelitáte profícere.
Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione. Per Cristo nostro Signore.
Omnípotens sempitérne Deus, qui promissiónes tuas Abrahæ eiúsque sémini contulísti, Ecclésiæ tuæ preces cleménter exáudi, ut pópulus acquisitiónis prióris ad redemptiónis mereátur plenitúdinem perveníre. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.
non trovo la parola conversione nel testo che potete trovare qui
http://www.maranatha.it/Festiv2/triduo/VensPage.htm
non mi pare una preghiera così scandalosa, considerando che per la Chiesa pregare per l’ altro da se è un atto d’amore.
Invece: forse il dottor Pesce potrebbe citare qui qualche brano del Talmud dove i cristiani sono fatti oggetto di amorevole considerazione e comprensione. Ce n’è?
http://www.morasha.it/deicidio/korn02.html
tratto da qui
http://www.morasha.it/deicidio/index.html
interessante presa d’atto dei progressi fatti nella direzione del dialogo e della pace, in una più lunga riflessione dove non vengono risparmiate critiche ai cristiani per la loro condotta del passato
mi pare piuttosto equilibrata
Buonasera a tutti,
sono giunto su questo sito piuttosto casualmente e ho trovato interessante questa notizia; non mi addentro in disquisizioni teologiche perchè non sono assolutamente il mio pane, ma – in risposta a Claudia – cos’altro può voler dire la frase “perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione. Per Cristo nostro Signore” se non “perchè il popolo degli Ebrei possa redimersi attraverso Cristo”? Da “non addetto ai lavori” mi sembra proprio una preghiera affinchè gli Ebrei si convertano.
Non che io la trovi una cosa così scandalosa in effetti; mi sembra anzi abbastanza “naturale” che una religione aspiri all’accrescimento del proprio gregge. Che lo si consideri un atto d’amore o meno dipende certamente dalla propria appartenenza religiosa: nei panni di un ebreo non mi piacerebbe che il mio percorso di fede venisse giudicato “incompleto” dai fedeli di un’altra religione, ma nei panni di un cristiano certo, anch’io lo considererei un atto d’amore.
Spero di non essere andato fuori dal tracciato di questa discussione interessante.
mi pare proprio che Luca colga i punti essenziali. Io vorrei solo ribadire un fatto ovvio: due religioni quali quella ebraica e quella cristiana differiscono ineliminabilmente su vari punti essenziali, tipicamente: gli ebrei non riconoscono Gesù di Nazareth come il Messia; su questo punto non c’è mediazione che tenga; e non c’è dimostrazione; una religione non è un teorema che si dimostra, a dispetto di tutta l’apologetica. Non è dunque che si possa trovare una “conciliazione” tra le due, lo sforzo vero da fare è che ognuna delle due riconosca l’altra e la rispetti come una diversa ma possibile interpretazione delle scritture cui entrambe si riferiscono. Finché una – o ciascuna – delle due continua a ritenere di essere inesorabilmente *la vera*, non potrà fare altro che cercare di convincere l’altra, cioè di convertirla. Una religione come quelle di cui qui si parla, così come l’Islamismo, sono – nei loro attuali formulazione e atteggiamento – ineliminabilmente intolleranti. C’è di buono che almeno gli ebrei non mandano i loro missionari in giro per il mondo a “convertire” gli “infedeli”.
@Sparzani
A parte la volgarità di considerare la conversione una sorta di arruolamento e la certezza della fede un sinonimo d’intolleranza (sarà perchè l’ultimo catechismo frequentato era quello stalinista?), ecco una vera perla di filosofia religiosa:
“C’è di buono che almeno gli ebrei non mandano i loro missionari in giro per il mondo a “convertire” gli “infedeli”.”
E come potrebbe essere, visto che interpretano l’elezione in termini nazionali? Non provano a convertire perchè ritengono esclusi i non ebrei dalla salvezza. Lascio a te giudicare quale delle due posizioni sia più aperta all’universalmente umano.
1. Criticare la preghiera del venerdi santo introdotta nell’antica liturgia latina non significa AFFATTO essere “detrattori … della Chiesa”. Non significa attaccare “La” chiesa. L’introduzione di una preghiera non è un neppure un atto di alto valore dogmatico, come sono le costituzioni dogmatiche dei concilio, che tuttavia vengono ampiamente discusse da tutti i teologi.
Bisogna smettere di pensare che qualsiasi critica è un attacco alla chiesa cattolica nel suo complesso. Altrimenti si dà da intendere che se non si condivide pedissequamente qualsiasi dichiarazione vaticana si è contro la chiesa.
2. Le reazioni in difesa di questa preghiera mi convincono che manca in molti cattolici la consapevolezza della storia millenaria della tragedia, vera e propria tragedia, dei tentativi cristiani di convertire gli ebrei. Forse il primo testo favorevole agli ebrei pubblicato da un organo ufficiale della chiesa in quasi 2000 anni è la dichiarazione conciliare Nostra aetate n. 4 del 1964. E’ vero che da allora i documenti si sono moltiplicati per una revisione critica della storia cristiana verso gli ebrei, ma oggi questa preghiera segna una inversione di tendenza.
3.Conosco abbastanza bene i documenti pontifici dalla Nostra Aetate in poi e ho pubblicato un commento riga per riga ai “Sussidi” del 1985 (Il cristianesimo e la sua radice ebraica, Bologna EDB 1994, con appendice di testi vaticani). Quindi, per favore, non si dica che ometto gli atti positivi rappresentati da certi documenti cattolici.
4. La preghiera del messale di Paolo VI prega perché gli ebrei siano fedeli alla Antica Alleanza che Giovanni Paolo II nel 1980 disse che “non è mai stata revocata” (e i Sussidi poi lo ripeterono). La preghiera nuova prega perché gli Ebrei riconoscano Cristo come via di salvezza per loro e per tutti gli uomini. La differenza è enorme.
5. come si vede cerco di non attaccare personalmente le persone che scrivono contro di me. Non bisogna polemizzare ad personam come fanno certi politici da un certo numero di anni in qua. Parliamo di grandi idee e di grandi sofferenze non cerchiamo mai di mettere nell’angolo o in cattiva luce un altro. Avvelena l’aria.
6. Più che difendere la propria istituzione a qualsiasi costo, bisogna amarla e criticarla dall’interno. L’apologetica – almeno a me – non è mai piaciuta. Mi è sempre sembrata meschina.
Mauro Pesce
(mi firmo con nome e cognome, perchè l’uso di non dichiarare la propria identità in Internet -soprattutto quando si indirizza in pubblico una critica- non mi sembra democratico.
http://www.mauropesce.net
http://www.nostreradici.it/RabbiUSA-resolution.htm
http://www.nostreradici.it/Kasper-risponde-Rosen.pdf
elena f ricciardi
A proposito di questa polemica mi permetto di riproporre l’articolo che ho pubblicato sul Corriere della Sera poco più di un mese fa. Non sento di dover cambiare nulla di quanto qui sotto espresso e di altre considerazioni svolte sul mio blog (http://gisrael.blogspot.com/). Se non di aggiungere i due articoli sotto riportati e scritti da due autorevolissimi rabbini. Il che dimostra che questa vicenda dovrebbe essere affrontata con cautela e senza estremizzazioni polemiche, tantomeno interrompendo il dialogo. Ho ricevuto molte lettere di ambiente ebraico di consenso con queste posizioni.
Giorgio Israel
Non debbo esibire credenziali avendo preso ferma e ripetuta posizione – su questo giornale e altrove – contro la pratica e la teoria delle conversioni forzate degli ebrei e il cosiddetto “insegnamento del disprezzo”. Una volta rimosso questo armamentario e il suo cardine, la “teologia della sostituzione” – ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita alla Ecclesia cristiana – cosa resta? Certamente il diritto di credere nella verità della propria fede. Come ha affermato il rabbino David Berger, purché i cristiani non denigrino l’ebraismo hanno il diritto di affermare che l’ebraismo sbaglia attorno a questioni centrali come quella della divinità di Gesù; poiché è valido il diritto simmetrico. Essi – osserva Berger – hanno anche il diritto di aspirare a che gli ebrei riconoscano la divinità di Cristo alla fine dei giorni e di affermare che la salvezza è più difficile per chi non è cristiano. Secondo Berger, la posizione ratzingeriana, in quanto evita un “doppio standard”, è più rispettosa per l’ebraismo di molte altre. Al contrario, secondo il rabbino Laras riaffermare che la verità sta in Gesù Cristo implica lo screditamento dell’ebraismo come fede fallace. Ma, se la Chiesa riconosce che l’ebraismo è la base solida su cui poggia il Cristianesimo, non si può negarle di ritenere che il cristianesimo costituisca un passo in avanti, come non si può negare agli ebrei il diritto di rifiutare tale passo. Proprio in quanto la questione della divinità di Gesù è il nodo cruciale di divergenza, è su di essa che si misura un dialogo franco e onesto, come quello tra Benedetto XVI e il rabbino Neusner. Invece, posizioni come quella di Laras servono soltanto a dare argomenti a chi sostiene che le religioni sono intrinsecamente intolleranti e non riescono a parlarsi se non imponendo all’interlocutore di piegarsi al suo punto di vista o, nel migliore dei casi, di tacere le divergenze in quanto offensive.
Dice Laras: cosa succederebbe se gli ebrei trattassero in modo simmetrico la fede cristiana? Lo fanno. Lo facciamo. Non ho bisogno di insegnargli che le preghiere ebraiche sono (inevitabilmente) intrise della convinzione di possedere il vero e la vera elezione. Quanto alla conversione, gli ebrei non la cercano soprattutto per specifiche contingenze storiche. Nel passato vi sono state conversioni anche massicce all’ebraismo, a meno di non credere alla favola che gli ebrei sono i discendenti geneticamente puri dei 600.000 che ricevettero la rivelazione al Sinai.
Tolte le conversioni forzate e l’insegnamento del disprezzo, che danno può venire da una preghiera per la salvezza degli ebrei, se non ispirata da malanimo e accompagnata da coercizione? E perché temere il desiderio di conversione? Mio padre – uomo tanto laico quanto di fede solida – fu invitato da un prete cattolico a un confronto con intento di conversione. Accettò e trascorse due giorni con lui. Poco ci mancava che le cose andassero all’inverso… Una fede sicura e libera da costrizioni non ha bisogno di arroccarsi, come non si ritrassero dal confronto i grandi maestri dell’ebraismo medioevale persino quando i tentativi di conversione erano sostenuti dalla violenza.
L’interruzione del dialogo propugnata dal rabbino Laras è regressiva e pericolosa, e avrebbe senso soltanto per una fede traballante e svuotata. Poiché questo non è il caso è da augurarsi la scelta di un atteggiamento più riflessivo e razionale.
Giorgio Israel
Noi ebrei chiediamo che Dio illumini i gentili, loro possono farlo per noi
Israele prega per i gentili; perciò anche le altre religioni monoteistiche (compresa la chiesa cattolica) hanno il diritto di fare la stessa cosa, e nessuno dovrebbe sentirsi offeso. Qualsiasi altro atteggiamento nei confronti dei gentili impedirebbe a questi ultimi l’accesso all’unico Dio rivelato a Israele nella Torah. La preghiera cattolica manifesta lo stesso spirito altruista che caratterizza la fede del giudaismo. Il regno di Dio apre le proprie porte a tutta l’umanità: quando pregano e chiedono il rapido avvento del regno di Dio, gli israeliti esprimono lo stesso grado di libertà di spirito che impregna il testo papale della preghiera per gli ebrei (meglio: il “Santo Israele”) da pronunciare al venerdì santo. Mi spiego. Per la teologia del giudaismo nei confronti dei gentili mi baso sulla liturgia standard della sinagoga, ripetuta tre volte al giorno. Il testo cui mi riferisco è l’Authorised Daily Prayer Book delle United Hebrew Congregations of the British Empire (London 1953), che contiene una traduzione inglese di una preghiera per la conversione dei gentili, con la recitazione della quale si conclude il rito pubblico eseguito eseguito tre volte al giorno in ogni singolo giorno dell’anno. In questo testo Israele, in quanto popolo sacro (da non confondere con lo stato di Israele) ringrazia Dio per avere reso il popolo sacro diverso dalle altre nazioni, e chiede che il mondo sia portato fino alla perfezione, quando tutta l’umanità invocherà il nome di Dio inginocchiandosi davanti a Lui. Il testo della preghiera “E’ nostro dovere lodare il Signore di tutte le cose” ringrazia Dio per avere creato Israele diverso dalle altre nazioni del mondo. Israele ha il proprio “destino”, che consiste proprio nell’essere diverso da tutte le altre nazioni. A Dio viene chiesto di “eliminare gli abominii della terra”, quando il mondo giungerà alla perfezione sotto il regno dell’Onnipotente. Questa preghiera per la conversione di “tutti gli empi della terra”, che sono ‘.’tutt gli abitanti del mondo”, viene recitata non una volta all’anno ma ogni giorno. Ha un parallelo in un passo delle Diciotto Benedizioni, nel quale si domanda a Dio di spazzare via “il dominio dell’arroganza”. Possiamo quindi affermare che nel giudaismo si chiede a Dio di illuminare le nazioni e di accoglierle nel suo regno. Proprio per sottolineare ulteriormente quest’aspirazione la preghiera “E’ nostro dovere” è seguita dal seguente Kaddish: “Possa egli stabilire il suo regno durante la vostra vita e nei giorni e nella vita di tutta la casa di Israele”. Questi passi tratti dalla liturgia standard del giudaismo non lasciano alcun dubbio sul fatto che, quando Israele si riunisce in preghiera, chiede a Dio di illuminare il cuore dei gentili. La visione escatologica trova il proprio nutrimento nei Profeti e nella loro visione di una singola umanità riunita, nonché in uno spirito liberale che si estende a tutta l’umanità La condanna dell’idolatria non concede molto sollievo al cristianesimo o all’islam, che non vengono menzionati. Le preghiere chiedono a Dio di affrettare l’avvento del suo regno. Queste preghiere sono il corrispettivo di quella che chiede la salvezza di tutto Israele “quando il tempo avrà raggiunto la propria pienezza e tutta l’umanità entrerà nella chiesa”. Le preghiere di proselitismo giudaiche e cristiane hanno in comune lo. stesso spirito escatologico e tengono la porta della salvezza aperta per tutti gli uomini. Tanto la preghiera “E’ nostro dovere” quanto quella “Preghiamo anche per gli ebrei” sono la concreta espressione della logica del monoteismo e della sua speranza escatologica.
Jacob Neusner
rabbino
professore dì Storia e teologia del giudaismo
al Bard College di New York
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Enough Tridentine Mass Hysteria
Opinion
By Irwin Kula
Wed. Feb 20, 2008
In this day and age, Jews should not be overreacting to Pope Benedict XVI’s revision of the Good Friday prayer calling for our people “to acknowledge Jesus Christ the Savior of all men.” A very small minority of Catholics saying these words in 2008 is very different in its threat to Jews than every Catholic saying these words in 1668.
Of course, it would have been wise and surely more comforting to Jews — not to mention educative to Catholics — if the pope, in permitting this prayer and rewriting it, had also recalled the historical violence that such prayers and attitudes evoked throughout history. But Jews should chill out rather than turn this into one more drama of how the world hates us.
In truth, there is something sad about a world religion with more than 1 billion people feeling so insecure that in 2008 it needs to put back into a prayer recited on one of its holiest days a call for another people, one barely 15 million strong, to see the light.
I actually appreciate Pope Benedict XVI’s honesty and the uncomfortable realization he is raising. Whether we are traditional or liberal, secular or religious, somewhere deep inside our own consciousness we all believe that the truth upon which we ultimately stake our lives is in some serious ways preferred, greater and truer than the truth others possess. If that wasn’t the case, we would just fashion other commitments.
Secular fundamentalists like Richard Dawkins and Christopher Hitchens, whose bestselling books are dismissive of religion, surely think their truth is superior to religious truth and most definitely want to convert people to their view. Liberal Christians and liberal Jews wish that traditionalists and conservatives in their communities would see the light and often lament, in private if not publicly, what they see as the primitive level of the traditionalists’ worldview.
And surely traditional Jews, who in recent years reinserted in the Aleinu prayer, “for they bow to vanity and emptiness and pray to a god which helps not,” believe their truth is superior to the truth of others and hope that everyone will one day come to bow down to the One True God. (Isn’t it good that gentiles do not know Hebrew or don’t really care about what we pray?)
When we fail to recognize how inevitably we privilege our own truth or make believe this is not the case and claim all truths are equal — as is the case with most politically correct interfaith and intercultural dialogue — we wind up trading honesty for the chimera of agreement, integrity for niceties, and passion for the illusion of harmony.
Perhaps by eliminating the pejorative language of “blindness and veils” and at the same time leaving in the honest hope and prayer that others will see the light Catholics see, the pope is attempting to hold together the passionate commitment absolute truth evokes with the tolerance and openness that genuine ecumenism requires. Traditionalists will likely embrace the absolute truth side of the pope’s pronouncement, and will minimize or even be angry about any revision of the ancient words. Religious liberals and especially Jews, meanwhile, will invariably be wary of the absolute privileged truth side of the prayer, which they will see as demeaning and potentially dangerous. Each side will ignore or will be crazed by the part of what the pope said that challenges them.
But what if Pope Benedict XVI is inviting us to hold together in our consciousness what appears to be contradictory intuitions: a commitment to absolute truth and to genuine openness? We need to admit to ourselves that we do believe that the truth we ultimately stake our life on is deeper than what others possess, and at the same time we need to embrace that this is not incommensurate with a deep ecumenism.
One might call this post-postmodern — neither a traditionalist understanding of the truth in the pre-modern sense, with its arrogant absolutism, nor a relativistic understanding of the truth in the postmodern sense, with its false humility that all truths are really equal except, of course, this truth. Call it a humble absolutism.
Ultimately, the crucial measure for a religion is if its teachings and practices help us remove the veils from our own hearts — that is, become more humble and honest about our own lives and more compassionate and loving to all of God’s creatures. If returning to the Latin Mass and reasserting the hope that Jews find salvation in Jesus does this for Catholics, then all will be well.
If, on the hand, this “reform of the reform,” as the pope has called it, leads traditional Catholics to a sense of self-righteousness toward other Catholics and superiority to believers in other faiths, then Pope Benedict XVI will have simply reaffirmed what so many people sincerely yearning for the truth already feel about organized religion — namely, that it does more damage than good, divides people far more than it connects them, and teaches us to loathe rather than to love.
Rabbi Irwin Kula, president of CLAL-The National Jewish Center for Learning and Leadership, is the author of “Yearnings: Embracing the Sacred Messiness of Life” (Hyperion, 2006).
mi sembra che la discussione abbia chiarito molti aspetti del problema, complesso ma risolvibile con un atteggiamento di profondo rispetto e reciprocità.