
BAMBOLA
di Josephin Miles*
Anche se i salici s’inchinavano a proteggerci dove si giocava
alla casa dei campi sabbiosi, anche se le bambole
Lillian specialmente, superavano ogni prova,
tornavo a casa sempre così presto a riposare
che il parere finale dei medici fu ingessare
dalla testa ai piedi. Fu una sorpresa per i miei genitori
e anche per me, e trasportandomi impalata
sul sedile posteriore durante il lungo viaggio verso casa
bucammo tre ruote della nostra malandata Mitchell.
A casa venni a sapere che in una baruffa i miei fratelli
avevano buttato a terra Lillian e la sua faccia
s’era rotta. Bene, disse mia mamma
nel suo tono costruttivo alla John Dewey,
Ora tu e Lillian vi aggiusteremo insieme.
Facemmo un viaggio apposta all’ospedale delle bambole
per andarla a prendere. Ma, Non c’è niente da fare, disse mio padre,
dovrai prendertene cura con la sua guancia rotta.
Io ero ben disposta. Aprimmo la scatola e lei stava
spezzata tra scampoli di stoffa. Solo gli occhi liberi
sulla stecca di metallo d’oscillare aperti e chiusi,
chiusi e aperti, e mi venne il mal di mare.
Un’amica di famiglia mi fece avere un cicciobello.
Più tardi la Signora Babcox, la baby-sitter,
dopo molti giochi noiosi con le carte disse
Ora parliamo di cose brutte.
Fammiti dire un po’
delle cose brutte che ho visto nella vita.
Le mie non me le chiese, non avrei saputo dirle nulla.
Tra le cose brutte della vita, disse,
c’è tanta brava gente, gente brava, ma senza dolore.
Poi le sue varie storie che di solito
finivano con qualche trasformazione,
ricchi cattivi finiti poveri ma onesti, re e regine
divenuti indiani, nel debito arco di tempo.
Prendi questo gatto qui, diceva,
un grosso e scintillante gatto nero
per cui spendeva un patrimonio in salmone,
in realtà è un saggio che sta
per diventare una persona.
Prova a pensarci, forse Lillian
sta per diventare un gatto.
Avrà occhi diversi allora, dissi io.
Ma certo. A mandorla e, quel che è meglio,
capaci di vedere al buio.
(traduzione di Renata Morresi)
* Josephine Miles (1911-1985), poeta e critica statunitense, soffriva di artrite reumatoide debilitante.

Un bellissimo lavoro Renata. Complimenti.
La poesia della Miles molto evocativa.
…e il prossimo che mi dice che la poesia non è (solo) emozione te lo mando a casa, Renata, tu fallo sedere e raccontagli di queste e di altre storie.
effeffe
commovente. di quelle cose che lasciano una traccia, anche se non se accorge nessuno.
Complimenti anche da parte mia, Renata.
mi sembra un testo molto bello tradotto molto bene. con libertà e sapienza. mi fa pensare con speranza che il fronte della traduzione (specie dall’inglese) abbia ancora tantissimo da rivelare alla poesia italiana, specie se sono i poeti a tradurre. e come in questo caso per esempio, a fare della traduzione niente di diverso dalla poesia, a rinnovare in una versione non una ma due lingue insieme (piegarle l’una verso l’altra come le estremità dell’arco di ulisse).
questo testo fa pensare davvero – anzi dimostra – che la pratica della traduzione possa costituire un esercizio di essenzialità: tradurre togliendo – da entrambe le parti (dalla testo originale e dalla sua lingua, e dalla lingua d’arrivo) – la ridondanza, l’inessenziale, come se le due lingue fossero due persone che si spogliano una davanti all’altra.
“Tra le cose brutte della vita, disse,
c’è tanta brava gente, gente brava, ma senza dolore.”
lorenzo
folgorante!
già, la poesia è imbricata nella costruzione della vita – in un modo che non è solo emotivo, certo, ma è sempre (mi pare) extra-ordinario.
quello che rende notevole, oltre che bella, questa poesia è qualcosa che sta ‘fuori’ dalla poesia: sapere che chi l’ha scritta era veramente malata, era veramente invalida.
non perché la notizia giustifichi il testo, ma perché lo orienta nello spazio del mondo vissuto e condiviso da noi che leggiamo, attualizza la relazione ‘virtuale’ (:letteraria) tra autrice e lettori.
la traduttrice ha fatto del suo meglio – ha perso la fondamentale omonomia tra “tend to her” (prendersi cura di lei) e “tended to transmigrations” (finivano con qualche trasformazione), in cui il curare qualcun altro diventa TENDere oltre, fuori di sé, verso la metamorfosi – ha compensato (credo) altrove.
Lorenzo ha ragione da vendere: tradurre è “togliere l’inessenziale”. Togliere il rumore. Capire.
un saluto caro a tutti e grazie dei commenti,
r
Il titolo originale della poesia è Doll.
Il quadro è di Frida Kahlo. Si chiama La Columna Rota.
Ciao, passavo di qui per caso e ho letto questo tuo bel post.
Bellissimo, l’opera d’arte di Frida Kahlo da un tocco eccezionale alla tua pagina; peccato solo che alcune piccole sfumature linguistiche si siano perse nella traduzione.
Comunque complimentoni per il bel lavoro…
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…cordialmente Vostro, Marco…
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http://isoladibreak.blogspot.com/
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