Quel che mi ha detto il tram. Sulla poesia di Andrea D’Urso

tram 

C’è un modo di fare poesia che sta tutto nell’occhio. C’è una poesia che si fa sostanza di uno sguardo nuovo, di un punto di vista eccentrico, ricalibrato, telescopico. Che annulla le distanze, o ne instaura di nuove. Che magnifica i particolari, o li ridimensiona.C’è un modo di fare poesia che sta tutto nel modo di guardare le cose fuori.  Come dal vetro di un finestrino, su un veicolo in movimento. La poesia di Andrea D’Urso – col suo verso lungo e lunghissimo che quasi va a capo per necessità, più che per scelta – è uno scorrere senza soluzione di continuità di immagini viste da dietro un finestrino. Auto, treno, metro, autobus. Mezzo di trasporto, quest’ultimo, che ricorre con frequenza quasi ossessiva. Segno di tempi moderni, dei nostri, di chi la metropoli la raggiunge (o la lascia) così, di chi così la sopravvive. Un’estetica minima, e pendolare, che dà senso inatteso e rinnovato a ciò che vediamo ogni giorno, a ciò che quotidianamente ci scorre davanti e che quasi sempre passa inosservato: “Prendo il Viterbo-Roma Saxa Rubra, il Saxa-Rubra – Piazzale Flaminio, / la metro a, il 490, il 628, il 69, ma in realtà salgo sempre /  sullo stesso pullman, lo stesso autobus, lo stesso treno. / Salgo dove salgono tutti, salgo sull’Occidente Express. L’Occidente Express, allora, come modus vivendi, come incruenta ma feroce condanna quotidiana. Un alzarsi ogni giorno, ogni giorno lavarsi, vestirsi, uscire, mangiare, viaggiare verso una destinazione da cui si torna inesorabilmente indietro. Per poi mangiare, lavarsi, svestirsi, dormire, svegliarsi, alzarsi di nuovo…. Un treno che – dentro e fuor di metafora – ha perso tutto il nobile, algido esotismo dell’Orient Express,  che è una sorta di suo cugino povero, e modernissimo, un’ allegoria di trasporto extra-urbano ed ideale che collega luoghi fisici e interiori ugualmente sfatti, tanto improbabili quanto veri e attuali, disturbanti e disturbati: “la cassia-bis attraversa una campagna imbastardita sì, comunque una campagna. / I Macchiaioli ci avrebbero fatto un pensierino…/ se pur spiazzati dal proliferare di costruzioni californicheggianti. Periferie che si allargano dal centro – una Roma capitale“sorniona e flaccida” che “passa dai barbari ai francesi, dall’aristocrazia nera alle fibre ottiche” – in raggiere di guasti conurbati  e postindustriali, popolati di individui dall’automatismo umanissimo, “teste marcianti” ferite a morte dal tempo, non altro che “un insieme di parti che non fanno un tutto, ma un’altra ennesima parte”. Un’umanità che si lascia vivere, s’arrende all’evidenza di un corso che non si può cambiare, e dopotutto ancora spera e cerca motivi un po’ patetici di  distrazione: “Ricordo sul finire della festa / qualcuno proseguire indomito a cambiare i testi delle canzoni con delle parolacce, / qualcun altro invece dirigersi in terrazza ed indicare le costellazioni”.La vocazione poetica di D’Urso è l’assunzione di consapevolezza, se non di responsabilità, della propria condizione, e dell’altrui. Che sono poi la stessa cosa. Una consapevolezza che potrebbe ben annientare. E che pur mantiene in vita, anzi la illumina, e a sua volta produce altra poesia, grazie alla lente – salvagente – dell’ironia, del non prendersi troppo sul serio e dell’essere serissimi al tempo stesso: “l’uccellino che esce un po’ quando gli pare (..) / e ripete sempre la stessa cosa: /  non fare domani quello che puoi fare oggi / non farlo proprio, non farlo mai”. E’ una scuola che viene da lontano. E’ una scuola romana, soprattutto, che ha i suoi maestri, citati ed occulti. Gli scenari di Andrea D’Urso mi ricordano a tratti certo Trilussa. Ma un Trilussa senza favola e senza bestiario. E senza dialetto, ché qui il villaggio ormai è globale, c’è poco da fare. Ma c’è la stessa osservazione sardonica e leggera, nella sua assoluta serietà, dei vizi umani, e di qualche sparuta virtù, dell’andazzo italico, dei giochi di società. C’è la stessa farsa, la stessa commedia. Però questa è una commedia umana, tutta umana. O ancora certe inflessioni ereditate, nel tono e nell’intenzione, se non nella diretta citazione, dal migliore Flaiano aforista (quell’Ennius Flaianus latinizzato suo malgrado e per un errore che però, senz’altro, gli sarebbe piaciuto): così il calabrone che non ha capito niente e che pure non si può dire che non abbia tentato torna a svolazzare sopra ai pugni di uomini indecisi a tutto, alle anime semplici che abitano in corpi complessi, a guardare, dal suo volo inesorabilmente a tentoni (un po’ come l’umano incespicare), giù per terra, dove  “la storia è senz’altro più complessa sui libri di storia che altrove”.C’è una poesia che non usa nulla del linguaggio poetico, dei suoi metri, delle sue forme, dei suoi schemi. E’ una poesia che sta tutta negli occhi del poeta, nel suo continuo, inesorabile, invincibile stupore. Quello che riesce a scovare una specie di dio – se non maiuscolo, perlomeno minuscolo – nell’ “enigma violaceo delle melanzane, /  con quel riflesso bianco che risalta come un abito da sposa.” Quel predisporsi quotidiano al miracolo domestico che infine non è male come premio di consolazione: “ Sì insomma, se la divinità si nascondesse dietro un grosso peperone, / io sinceramente non avrei nulla da ridire.

Cristina Babino

LA CAMERA OSCURA

La cassia-bis attraversa una campagna imbastardita sì, comunque una campagna.

I Macchiaioli ci avrebbero fatto un pensierino,

se pur spiazzati dal proliferare di costruzioni californicheggianti.

Ma e’ quando entro in città che mi rendo improvvisamente conto

di come anche la vita abbia i suoi quadri appesi, le sue gallerie private,

i suoi Veermer ed i suoi Hopper dipinti nei riverberi della primavera,

nelle albe incenerite dei braccianti e degli operai,

nel fondo d’orzata che stagna nel fondo di tutti i bicchieri.

Di come anche la vita abbia i suoi giardini all’italiana,

disseminati tra il cemento armato, la lebbra ed il savoir-faire.

La vita ha tutto. Le manca solamente una cosa: la camera oscura,

quel piccolo ma fondamentale aggeggio che sviluppi i negativi delle nostre premonizioni.

Mi chiedo allora se prendere spunto dal signore con la barba,

il quale ogni giorno se la spassa con sciarade, rebus e cruciverba senza schema.

Ci vuole comunque una bella forza, un bel coraggio, per ammazzare il tempo

perché e’ il tempo che dal giorno in cui si e’ presentato

ci ferisce a morte e dopodiché ci mette in fila nelle sue terrazze panoramiche,

come panni stesi che non si asciugano mai.

Converrà magari abituarsi al continuo sbattere di porte, senza che tiri alcun vento,

imparare a scordare, scordare a memoria,

perché il presente detiene più nostalgie di quelle che mostra,

perché io e questa lunga scia di teste marcianti che scende dalla metro

siamo solo un insieme di parti che non fanno un tutto, ma un’altra ennesima parte. 

LA STORIA NON SIAMO NOI 

Le piramidi, le guerre puniche e San Pietro che prende queste benedette chiavi, 

di poi un andirivieni di gente che sale e scende per l’Italia, 

guerre dai trenta ai cent’anni, rivoluzioni per tutte le stagioni, 

soldati che cadono, teste che cadono, muri che cadono, alberi che cadono, 

un altro vertice sulla globalizzazione e neanche Mac Donald sta più in piedi qua. 

La storia è senz’altro più complessa sui libri di storia che altrove. 

Prendete questa città sorniona e flaccida 

che dall’alto della sua nirvanica grazia fatta in casa  

passa dai barbari ai francesi, dall’aristocrazia nera alle fibre ottiche, 

che vede i Romani divertirsi con i cristiani, i cristiani con le streghe, 

le streghe dover più o meno a malincuore saltare il turno 

e passare il banco ai giapponesi e i piccioni.  

Divertissement, avevi ragione Tu amico più insonne dell’insonnia, 

nient’altro che questa è la parola chiave, 

la password che da migliaia di anni viene richiesta per accedere al sistema. 

Avevi ragione Tu, la storia è un signor spettacolo, 

ma pochi possono permetterselo e molti devono permetterlo. 

La storia è senz’altro più complessa sui libri di storia che altrove, 

perché altrove la storia non esiste. 

L’orologio batterà pure all’infinito, ma fa sempre le solite ore. 

E non mi ricorda di nessun appuntamento, 

se non di quello con l’uccellino che esce un po’ quando gli pare

a lui e soprattutto non fa cucù, ma ripete sempre la stessa cosa: 

non fare domani quello che puoi fare oggi, 

non farlo proprio, non farlo mai.   

OCCIDENTE EXPRESS  

Prendo il Viterbo-Roma Saxa Rubra, il Saxa Rubra-P.zzale Flaminio, 

la metro a, il 490, il 628, il 69, ma in realtà salgo sempre  

sullo stesso stesso pullman, lo stesso autobus, lo stesso treno. 

Salgo dove salgono tutti, salgo sull’ Occidente Express. 

Si viaggia sempre più veloci sopra questo tipo di macchinario, 

perché la velocità delle tenebre supera di gran lunga quella della luce. 

Si guarda fuori dal finestrino ed il paesaggio cambia di volta in volta,  

come la trama di una commedia che scorre liscia come l’olio 

ma di cui il regista deve ancora spiegarci il finale. 

Quando si scende ? Non ricordo neanche quando sono salito. 

So solo che la Tabaccaia mi cambia 50 euro e mi guarda con odio.

  

DEUS ABSCONDITUS 

Spostati, mi togli il sole disse Diogene ad Alessandro Magno. 

Ma lo disse anche la mia vicina di casa e non ad Alessandro Magno, 

bensì al marito meteorologo che aveva tre cani, due fucili ed una figlia a Malta. 

Corsi e ricorsi storici – in un solo giorno ne ricorrono infiniti – 

Come qui, ora, adesso, nel terzo millennio, nel mercato di Ponte Milvio. 

Stamani sono in anticipo e posso permettermi una sosta sulla terra ferma. 

Mai toccato dalla Grazia, mai avuto il piacere di conoscere alcun Dio, 

mai affannatomi troppo a negarlo o calunniarlo, 

ma qualcosa se non di trascendente di almeno meno immanente del solito 

si presenta e si presenta al banco della fruttivendola col dente d’oro. 

E’ il rosso vulcanico dei peperoni, ma anche il giallo dei limoni, 

che continuano ad ignorare i poeti laureati, ed anche quelli diplomati, 

o, perché no, l’enigma violaceo delle melanzane,  

con quel riflesso bianco che risalta come un abito da sposa, 

o l’estrosità del peperoncino, afrodisiaco del corpo 

e l’odore viscerale del pecorino sardo, afrodisiaco dell’animo. 

E infine l’arancio: aprire un’arancia e’ aprire un cosmo. 

Un cosmo di oli essenziali, minerali benefici e complessi incroci chimici. 

Sì insomma, se la divinità si nascondesse dietro un grosso peperone, 

io sinceramente non avrei nulla da ridire. 

No signora, non insista, lo so che la sua frutta è la migliore, 

ma non posso andare al lavoro con un chilo di susine. 

Qual è il mio lavoro ? Non so, presto farò un corso da Junior Engineer,

 o da Project Manager Developer, o da disoccupato, 

dipende cosa offre il mercato, il suo offre delle pesche noci da favola? 

E va bene, aggiudicate, le nasconderò nell’armadio, dietro i faldoni dell’Irap. 

Forse mi sto innervosendo, forse e’ questa pioggerellina scialba, 

che non ti sciacqua, non ti purifica, ti rompe solo i coglioni.  

5 pensieri su “Quel che mi ha detto il tram. Sulla poesia di Andrea D’Urso

  1. vocativo

    Scorgo una certa ironia che mi ricorda Zeichen, anche nei tratti apparentementi leggeri. Dico male?

    Cris, che mi dici a proposito?
    Sei sempre molto chiara quando scrivi di poesia. E non guasta mai…

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  2. cristinababino

    Non dici male, Luigi, anzi offri un’ulteriore chiave di interpretazione e confronto. A Zeichen lo accumuna di certo la vocazione ironica, come suggerisci, e in primo luogo autoironica; ma anche l’uso del verso lungo, che in D’Urso risulta ancora più esasperato, arrivando a lambire l’espressione prosastica vera e propria. Mi sembra evidente, del resto, anche l’influenza della lettura di Wislawa Szymborska. Saluti a te e a tutti, Cristina

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  3. DrFloyd

    Doppio plauso alla recensente ed al recensito. A Cristina per l’acume con cui analizza i riferimenti ascendenti e discendenti (nonché collaterali, a completare la famiglia) dei versi di D’Urso, lo spirito di Trilussa e quello di Flaiano sembrano essere effettivamente stratificati nelle parole del poeta.
    E poi il tema ricorrente del viaggio interurbano con mezzi pubblici, e la descrizione di una città sonnolenta ed automatizzata, sono argomenti che, comunque vengano declinati, molto attraggono la mia mobile attenzione. In particolare, pensavo a Marathon di Naderi e a L’imperatore di Roma di Nico D’Alessandria, due film visionati di notte, quasi all’alba, in bianco e nero, che qualche attinenza coi versi di D’Urso potrebbero averla, ciascuno a suo modo. Ma tanto sono film invisibili, ergo non potrò essere smentito…
    Plaudo anche al poeta, un verso molto lungo che è quasi prosa, osservazioni lucide ma immaginifiche sulla metropoli che, vista dal finestrino, sembra un quadro quasi immobile, sempre uguale a sé stesso. And again and again and again, come cantava Robert Smith in A forest (la città non è forse una foresta di segni che l’occhio ermeneutico deve tradurre?).
    Bye bye.

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