L’uomo-fango

di Antonela Pizzo

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Prova ad immaginare un uomo senza cuore, un uomo con il cuore di pietra, un egoista che pensa solo a se stesso, che si disinteressa di chi sta male, di chi ha bisogno, insomma immagina un vero e proprio pezzo di fango; ebbene, potrebbe accadere (magari sarà già capitato a qualcuno, solo che noi non lo sappiamo) che un bel giorno quest’uomo-fango si fermi davanti ad un semaforo rosso. Immagina una zingara, come ce ne sono tante, niente di particolare, che si avvicina all’uomo e gli chiede l’elemosina.

Questa donna ha un bambino in braccio, sembra un neonato, invece ha molti anni ma non è cresciuto perché non è stato nutrito abbastanza. Ha il viso rosso, screpolato dal freddo eppure non piange, non ha più la forza per farlo, già da tempo ha perso la fiducia, la speranza di ricevere qualcosa dalla vita. Ha capito che è inutile chiedere, nessuno gli darà niente e si è già rassegnato a morire. Oppure non piange perchè è fiducioso e aspetta paziente, spera che possa accadere qualcosa e che da domani la sua vita possa diventare migliore. Ebbene quest’ uomo-fango, fermo al semaforo, guarda la donna e in cuor suo la disprezza e pensa “che puzza che sento, è questa donna a puzzare tanto”; guarda il bambino e lo disprezza e pensa “oppure è il moccioso che puzza”; guarda se stesso e si rende conto che invece è proprio lui a puzzare, un orribile tanfo, un fetore nauseante, una puzza rivoltante. Gli basta una frazione infinitesimale di secondo, appena un battito di ciglia, che ha già ripercorso col pensiero tutta la sua vita e si vede per quello che è:un uomo-fango. Allora prova ribrezzo per se stesso e si pente di aver condotto quella vita da scellerato. Quell’uomo quella mattina era uscito di casa come uomo-fango e così rientrando la sera a casa come uomo-uomo la moglie stenta a riconoscerlo: “Mi scusi signore ma lei chi è, lei non è mio marito, mio marito aveva uno strano olezzo, come di fango, lei invece no. Cosa vuole da me, mio marito è appena uscito di casa ed io non posso fare entrare degli estranei. Non posso permettere che lei si sieda nella poltrona sporca di fango di mio marito. Esca immediatamente da casa mia perchè io non la conosco.” Così non lo fa entrare.

L’uomo-ex- fango esce di casa, si guarda nello specchio dell’ascensore e si accorge che la moglie aveva avuto ragione a non riconoscerlo. Lui che era marrone scuro tendente al nero con delle croste solide di cui andava fiero, che lasciava una scia viscida dietro di lui (molto apprezzata nel suo ambiente), ora era diverso e lui stesso non si riconosceva più. Così si disse: “Dunque ora sono un uomo nuovo, sono diventato bianco e nudo, dentro e fuori allora è bene che io da oggi cominci a costruirmi una nuova vita, adatta all’uomo nuovo che sono diventato. Oh, se riuscissi a trovare una nuova moglie, che si chiami magari Bianca o Candida o anche Chiara, una moglie linda, pulita, e degli amici bianchi e nudi come me, allora sì che sarei felice.”

L’uomo ex- fango , bianco e nudo, esce in strada e si guarda intorno alla ricerca di nuovi amici bianchi e nudi come lui, ma si accorge che tutti sono incrostati. Si lascia prendere dallo sconforto e dalla disperazione, ha paura di quella gente, si sente solo al mondo. Alcuni ragazzi che guardano con svogliatezza le vetrine dei negozi, si accorgono di lui e hanno un moto di repulsione, lo deridono e lo disprezzano. “Vergogna, vergogna”, gli gridano dietro. “Copriti che sei un’indecenza”, gli dice una vecchia coperta da strati di fango ammuffiti e rinsecchiti dagli anni.
Alcuni compassionevoli passanti gli buttano spiccioli di fango che tengono pronti nel cassettino del cruscotto della macchina. Lui ringrazia, anche se non sa che farsene, e per non sembrare scortese tenta inutilmente di riappiccicarselo addosso ma il fango scivola sulla sua pelle senza lasciare traccia. L’uomo ex- fango si rende conto che nessuno lo accetterà mai. Decide allora di nascondersi, la vallata sottostante gli sembra il posto ideale. Scavalca il cornicione del ponte e si tuffa giù.

Era alto il ponte
e verde la vallata
e l’aria era chiara
e lui era nudo e bianco.

L’uomo nudo e bianco comincia a cadere giù prima scompostamente e poi un po’ in picchiata, ma ciò era normale in quanto non aveva mai volato prima. Volare è stupendo, pensa, ed io mi sento così leggero. Alcuni curiosi che lo avevano visto tuffarsi dal ponte, si affacciano a guardare meglio e cominciano a gridare. Lui sentendosi osservato si ricompone, raddrizza le gambe, le avvicina l’una a l’altra, poi inarca la schiena e inizia con lenti e regolari movimenti ad imitare il volo degli uccelli. Le braccia aperte e su e giù, e su e giù.

Era alto il ponte
e verde la vallata
e l’aria era chiara
e lui era nudo e bianco.

Poi un tonfo sordo. È grande e larga la foglia di banano su cui si posa e da quella si lascia scivolare giù, con facilità, fino a terra. Si guarda in giro con occhi nuovi, con occhi che non vedono più le cose di prima, occhi che ora riescono a vedere meraviglie. In quel grande pianoro dove è atterrato c’è molta luce, una luce azzurra non solare. Alza gli occhi per guardare il cielo. Vede la gente che ancora è affacciata al cornicione, piccoli puntini neri, lontani. Guarda il cielo, il cielo nero, niente luna, solo il ponte è rischiarato dalla luce giallo sporco delle vetrine dei negozi.

Il volo e l’aria fresca gli hanno risvegliato l’appetito. Ha fame e voglia di cibi nuovi.
Coglie frutti strani da altrettanto strani alberi. Grossi fichi d’india, bianchi e viola, dolci e succosi, ma senza spine. Kiwi gialli con semini bianchi, mele e pere senza buccia e pesche senza nocciolo. L’uomo ex-fango è stanco, troppe emozioni ha provato in quella strana giornata. Sazio e sfinito si corica sotto un albero e si addormenta.
Creek, creek. Apre gli occhi, gli occhi nuovi, sente con le sue orecchie, orecchie nuove, uno strano rumore, rumore nuovo. Si alza, stranito, cerca di capire la causa di quel particolare suono, creek, creek, creek, poi ogni tanto zap, zap, creek, zap. Il rumore sembra provenire da un edificio, basso e largo, di colore azzurro, ricoperto da vetro traslucido.
Insolito edificio in mezzo a quella vallata, ma l’uomo fango non si meraviglia più di tanto, visto le stranezze di quella lunga e particolare giornata. Bussa alla porta prima con timore, poi sempre più forte, e dato che nessuno apre si fa coraggio e varca la soglia. Entra nella prima stanza a destra e lì lo vede.

Lui è vecchio, ha una lunga e bianca barba, i capelli lisci gli arrivavano alla vita, lunghi e bianchi come la sua barba, anche il vecchio è bianco, bianco e nudo come l’uomo-ex fango.

Nella stanza un ingranaggio enorme raggiunge il soffitto, migliaia di minuscole rotelle di ottone, e migliaia di piccoli dentelli incastrati.
Arrivi a proposito, vedo che sei giovane, dice il vecchio, vedo che hai occhi nuovi per vedere e orecchie per sentire, entra, ti aspettavo. Io non vedo bene ho gli occhi stanchi.
Non riesco a far ripartire quest’ingranaggio. La situazione è grave, bisogna farlo al più presto. Questo enorme trabiccolo è stato costruito per far piovere sulla gente una cosa di cui si discute tanto ma che nessuno ha mai visto, che lava via lordure e sozzure, credo si chiami amore o una cosa del genere. Mi si è bloccato un po’ di tempo fa, lo so che è colpa mia, lo so che mi sono addormentato, ma ho fatto solo un pisolino di mezz’ora e mi si è impigliata dentro la barba. Io tiro e tiro, ma non riesco a liberarla. Lassù sopra il ponte, sulla città, non ne piove da tempo di questa cosa e la gente ormai ne ha perso la memoria. Hanno tutti la pelle coperta da croste di fango rappreso e nauseabondo.

L’uomo ex-fango, nudo e bianco, si avvicina all’ingranaggio, scruta con attenzione, studia la situazione, sorride compiaciuto, poi con il pollice e l’indice della sua bianca mano destra, con un gesto netto e deciso, afferra la barba del vecchio e la tira via.
Ahia, mi hai fatto male, eh che diamine, dice il vecchio.
L’uomo ex fango legge sul display:
Attendere prego il completamento delle operazioni di configurazione.
Operazione completata.
Premere start per continuare.
L’uomo ex-fango preme start.

Un pensiero su “L’uomo-fango

  1. paola

    questo pezzo (me) lo dedico alle nuvole nel recinto.
    la pioggia è anche una risposta d’ amore (per come scrissi nell’articolo di Sebastiano), e una naturale inclinazione verso l’attrattiva delle forme (come da etimo)

    piaciuta molto la parte finale, mentre l’inizio mi si è sbobinato un po’ confusamente e, ancora per certi versi mi ha ricordato il bel libro “Momo” di Michael Ende del 1984
    ciao antonella
    paola

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