Mauro Ferrari

di Mauro Ferrari

IL BENE DELLA VISTA

È dunque questo il bene della vista,
o almeno il suo residuo mutilato:
tornare da una terra oltreconfine
dove è stato un ardere di boschi
e l’orizzonte è ancora
un fumo grigio, urla e lamenti –
davanti a noi, sospesi

nell’alto del passo più freddo,
la nuova terra è una promessa
avvolta nelle nubi.

È questo allora: contemplare
come cosa che fu perfetta
quell’incendio, amare quella
cenere, sentire alla distanza
come schianta l’impalcatura
quando cede anche il ricordo
delle mura e il mondo brucia.

Questo: un timore sconosciuto
lo sguardo ai pochi sassi
attorno ai piedi, un’ombra di lichene,
fango sterile, tre gocce spaurite.
Chiamare questo gelo nostra vita,
landa la più nostra e amata
e qui circoscrivere un futuro,
irresoluti sempre adesso
o cocciuti nella disperazione:

farsi muschio freddo e apprendere
l’amore per la roccia, il gelo
e il poco cielo che ci guarda.

(Da: Il poco cielo che ci guarda, Fiori di torchio, Seregno 2006)

CICATRICI

Delle ferite, di tagli e abrasioni
declinati all’infinito
che vale parlare: se è qui,
in mano il ferro ancora rosso
che ha marchiato troppi dei suoi giorni,
avrà guadato i suoi torrenti
verso corpi illuminati dal sole,
scalato muri verso fughe o paradisi
e attraversato campi di sterpaglie
(se lo contiene un qui,
se ancora sa aggrapparsi ai propri giorni)

ma in questa sera immobile di mezza estate
sente il fremere delle più nuove –
la persistenza delle lacerazioni
sotto il velo pietoso delle cicatrici.

(Da: Il poco cielo che ci guarda, Fiori di torchio, Seregno 2006)

NIPOTI

Svaniranno
lenti come foto infradicite:
incontri sempre più radi,
un nome che sfugge, tre mesi
e una notizia scarna, la visita
di una nipote; sei mesi, un paio d’anni
a incespicare imbarazzati
in un volto, un nome
o un indirizzo che ha perso significato,
ridotti a voce di chi ancora vive
un poco, poco, e poco a lungo.
Il ricordo di un gesto peculiare,
un ninnolo comparso sul termosifone,
fuori moda e sempre più ingombrante
che svanirà nel nulla o nell’ammasso
che ogni giorno ci sparisce dalle mani
per rintanarsi chissà dove –
un mondo trasparente
parallelo al nostro, intoccabile
e inaccessibile a chi progetta e ancora
spera, con lumi fiochi e fiori marci.

(Nel fango, le mani ingombre di cose,
la vecchia radio rossa, un ninnolo, tre foto,
fango e polvere, un camioncino verde,
giocano i nipoti a reinventare il mondo,
a dare un seguito alle strade
un giorno ad ogni giorno.)

(Da: Il poco cielo che ci guarda, Fiori di torchio, Seregno 2006)

L’ASPETTO SCIVOLOSO DEL MONDO

A noi che camminiamo sui bordi del mondo,
fittiziamente solidi un passo dopo l’altro,
che non abbiamo desiderio
né coraggio di guardare in basso
– e nulla vedremmo comunque,
capiremmo o avremmo fiato per scrivere;
che siamo tuttavia da qualche parte diretti,
pronti come è sempre stato per la voce
che ci chiude il circolo vizioso della vita
– un dilungato scampanare,
altissima una tromba o solo uno squittìo? –

non sembra che si possa
anche inciampare, banalmente,
o scivolare soli nel silenzio
buio o fra le troppe voci e luci
e scomparire senza che alcuno
abbia qualcosa da ridire,
una storia da raccontare
o una morale da trarre –
perché la curva esatta del significato
qui non c’è e non c’è mai stata.
Gli inciampi non hanno parole:
rimbalzi casuali, un gioco di sponda
irripetibile benigno o maligno,

e il bivio a nuove terre porta, o al nulla ancora…

VERSO LA PERFEZIONE

(Doping)

. . . però alla sera il sangue stanco
doveva essere filtrato, ripulito, e nuova linfa entrava
nelle arterie per un nuovo giorno; nella penombra
mani pietose medicavano dalla fatica dell’ascesi
un corpo reclinato in grembo e reduce dal sacrificio –

mostrando il prezzo della perfezione,
sapendo quanto infetti la sua ricerca
tesa come una freccia puntata al sole.
I movimenti sempre più perfetti, il corpo
ripulito da ogni eccesso e sbavatura –
l’efficienza estrema della macchina:
a correggere e annullare i veleni
che lo sforzo accumulava nelle fibre,

l’iniezione serale nel silenzio.

HOTEL

Perfettamente nuovo, avrà nel tempo
un tempo sempre uguale; questo albergo
per stanchi viaggiatori immacolato
che stanotte rinnoviamo con i nostri corpi
e i nostri segni troppo umani
non invecchierà in alcuna parte, sostituita
da un custode lontano o assente che parla
di regole certe e pochissime, da un foglio
lasciato a caso sopra il tavolo o da un telefono
senza tastiera; che ama il bianco
impeccabile e cancella le macchie
delle troppe notti.

(A progettare vite,
noi, colmando solchi e costruendo ponti,
i polpastrelli sopra le ferite, massaggiando
i muscoli anchilosati). Immutabile,
la stanza ci racchiude e dà una notte.

5 pensieri su “Mauro Ferrari

  1. Antonio Fiori

    La conferma di una scrittura pulita e di una poesia che ci restituisce la quotidianità. Il nostro essere in cammino, la visione prospettica (I nipoti) e retrospettiva (Cicatrici). Mauro Ferrari non solo ci offre una buona poesia, ma tanti motivi di profonda riflessione

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  2. sebastiano aglieco

    Questa recensione è apparsa su FUORICASA
    Sebastiano Aglieco

    Mauro Ferrari
    IL BENE DELLA VISTA
    Joker 2006

    Nell’evocare i poeti amici ai quali sono dedicati alcuni testi della raccolta, Mauro Ferrari ci suggerisce la necessità di una koiné linguistica, un salto della parola, rispetto ai decenni appena trascorsi, capace di abbracciare il mondo, di farsi carico delle sue stimmate. Il libro, quindi, si situa nell’aspro dibattito di questi anni. Molti testi richiamano la forma complessa del poemetto, pretendono lo sviluppo piuttosto che lo stato concentrato in cui il pensiero rischia di perdersi nelle proprie stesse trame. Ecco, allora, le occasioni della vita, vera musa, con tutti i suoi splendori e le sue miserie; ecco gli incontri, i ricordi, i paesaggi dell’anima, le indignazioni. La poesia sviluppa la sua forza, il suo progetto; che riguarda la necessità: “Parla poco se devi,/scrivi se davvero preme”, (p.30). Spesso sentiamo in questi versi lo sforzo di farsi capire, di venire incontro, assumendosi il rischio della dissertazione, della predica. Ma è ciò che compete a ogni poesia civile, che in questi tempi è possibile solo nella contaminazione tra il soggetto e il mondo, nella ricerca di un equilibrio, un punto di sutura, dolorante, dal quale sia possibile guardare ed essere guardati. In questo dialogo con l’altro, il poeta ci suggerisce la necessità di essere liquidi, perché “Si cresce senza troppo merito/svolgendo la banale forma del nautilo,/che prospera in silenzio e grida sogni eterni”, (p. 9).
    E’ il nostro stato ontologico, che tuttavia Ferrari immagina come un punto di partenza, la sfida al poter essere altri, per comprendere e superare il mistero, “nato altrove, dalla sintassi complicata delle stelle”, (p. 13). Lo stato di questa poesia è l’essere vigili e attenti, scrutare gli infiniti segnali che la vita ci manda, interpretarli come immagini di un destino possibile; oltre la casualità degli eventi che incombono come segni della potenza del mondo, del mistero della natura. Guardando i piccioni, per esempio, si può capire come essi ci siano fratelli inconsapevoli, “irragionevolmente attenti/al mondo che persiste senza loro:/una comunità di singoli”, (p.22). Se questo è un dato di fatto, il poeta sente possibile il pericolo del rischio: “Non è di questa terra il loro regno:(…)/Osservano, come avanguardie/di un’invasione o messaggeri muti/e scendono ogni tanto qui fra noi/a rammentarci che potrebbero,/ – questione di tempo – /a stuolo calare simultaneamente/e sbarrare ogni percorso, ogni accesso,/decretando la fine.”, (p.22) E’ il momento in cui la parola rischia di fermarsi perché non ha da descrivere altro che l’apocalisse; e invece si pone in alto, nel punto focale, guardiana della follia che potrebbe invadere la lingua. Cos’è allora questo bene della vista? Vedere è immaginare. “Anche questo entri nei versi/a rintracciare scritte/da trent’anni sui muri/come il fragore delle fucilazioni -/ciò che svanisce o resta sulla pelle,/il nome di chi scese in strada/(…) Ovunque è scritto il tempo,/e ripercorri gli anni ritrovando/sul muro ogni giorno/Tutti a Bologna 23-25 (settantasette?):/il gran finale petardo innocuo/degli Anni di Piombo”, (p.35). Poesia è dunque memoria, memoria personale e collettiva che si intreccia, giocandosi le proprie sorti e forse il destino del mondo. La parola non è mai totalmente privata; essa ha il compito di arginare l’intrusione del male: “Ci guardano le montagne con occhi scintillanti -/ciò che è dato è reso,/dice quel profilo inattingibile, voce da dentro:/il bene della vista e il bene della vita nel suo male/stanno su questa corda tesa, in equilibrio”, (p. 26).

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  3. Al De Santis

    Queste poesie di Mauro Ferrari si nutrono silenziose di un’aura lieve ed urgente che sembra accompagnarci in fughe di luce che finiscono la loro corsa affondando infine nella carne, nella forma appunto di cicatrici.

    Alessandro

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