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Una premessa (in forma di lettera scritta)

 

Cara Anita,

da giorni lavoro in traduzione ad alcune poesie di Nika Turbina, una plaquette che vuole essere dono di bellezza attraverso la parola. Non si tratta di un incarico editoriale, né di meno sono esercizi di stile o di lingua. È necessaria per questo una ri-traduzione che sia al contempo fedele e completa re-invenzione: tra le parole dei segni a tutti nascosti, in solitudine.
Mi fermo con te qui a pensare alla sera di ieri: la più sofferta da quando ti scrivo. Mi pare che tutto sia come da sogno alla vita. Sono rimasto indeciso per ore su alcuni dei versi tradotti, assorto di fronte al suo sguardo. Ora, con responsabilità, informo me stesso mentre ti scrivo che questo lavoro va ultimato. Non è un tentativo. È prima di tutto un fatto: il dialogo solo possibile con lei, del tipo tentato già altrove e ad una voce ed oltre -celato- in monologhi o dialoghi muti. È della stessa natura che spinse l’adolescente di un tempo tra i versi in Laforgue di Pierrot e la sua bambinaia. Tutto è come allora in quel mondo o come altrove in Der Blaue Engel: di Kiepert l’equilibrio impossibile o Marlene e la sua voce. È di quella affinità che non si spiega (perché non estetica affatto) e che salva è proprio solo nelle parole, che alcuni dicono per altri e per sempre.

 

 

Mimesi (o una prima annotazione di tempo)

 

L’intera produzione poetica di Nika Turbina, di là dell’organizzazione convenzionale in date e periodi, si configura in ogni punto a propria mimesi del reale, verso una romantica coincidenza delle due dimensioni. Tanto appare preparata con perfetta incoscienza, quanto pour cause anticipata, evocata sino alla morte violenta, tentata ripetute volte e già piuttosto anticipata e scritta nel codice del sogno verso l’invisibile [in Ikonostas, Pavel Florenskij]. La Letteratura sostituisce ex machina la realtà nell’evocazione onirica, sino a fare davvero la Vita come non era mai stata, perché chi pensa in principio alla morte è ancora vivo.

Le mie poesie sono di peso
pietre a spinta su una salita.
Le porterò sullo strapiombo,
impassibile volto.
Cadrò, viso nell’erba,
senza avere lacrime abbastanza.
Frantumerò la mia strofa
il verso lacrimerà.

 

 

L’eroe assente

 

La poesia di Nika Turbina è tutto un Poema bez geroja (Poema senza eroe), parafrasando, non a caso, uno dei capolavori di Anna Achmàtova. L’io poetico che la fonda non ricrea la memoria per occasioni, come in un diario minuto di annotazioni, come chi sente già di dovere dar luogo alla Storia, perché sussista (Termina il conto dei giorni/[…]/di cosa potranno nutrirsi/se non restano versi?). “Bisogna uccidere la memoria sino all’ultimo -bisogna che l’anima si impietrisca- bisogna imparare a vivere di nuovo” [A. Achmàtova]. Eppure questo non comporta una riduzione di tempo e di spazio, un’assenza completa di relazioni altre o, di conseguenza, l’impegno in un linguaggio non-articolato, ermetico sino al nucleo della parola. Né si conforma del resto a una qualunque mitografia; dà invece lentamente corso ad una vera biografia (forse addirittura riconoscibile in alcune circostanze) e si consegna al mito senza alcuna pretesa finzione di simbolo altro. I tratti lasciati scoperti non sono che certe possibili forme di marginalità: i nomi propri delle persone, le maschere dei volti, le mappe dei luoghi, i giorni e le ore. Questa la via per cogliere a segno la mimesi della parola in ciò che è reale, commisurando l’oggetto a lungo prima che diventi già Storia. Questa poesia non si costruisce però in una nuova mediazione simbolica della realtà: si incarna in archetipo, tout court, in un processo vero al limite del linguaggio. In questa strenua vicinanza tra mondo e parola, il verso, a tratti brevissimo, quasi un cesello, è l’ultima figurazione accessibile: più sotto è la parola, evocata nel suono, indicata nel gesto, archetipica, intatta e priva di Storia a sé. La parola, che prende una Storia solo quando è detta, in accostamento a ciò che nomina, muta sopra la bocca, alla superficie del respiro, quell’afferrare a distanza privo di movimento, con il minimo accenno alle labbra di dire, che in origine significa già fare luce, apparire.
Ogni individuo parla una lingua propria e che si ricrea. La diversità non è di suoni e segni (Identiche le lettere, tanto estranee le parole), ma, secondo l’aforisma W. Humboldt, “è diversità di modi di vedere il mondo”. L’occasione sembra semmai la stessa di sempre e contratta allo stremo: ogni esistenza è una copia fallita in più dell’archetipo. Non ci sono per questo solitudini, ma una solitudine sola, sdoppiata in tanti individui. L’io e il tu si fondono in unico destino e che proprio in questo non va celato: Di chi gli occhi quando guardo nel mondo […] Di chi le labbra per bere rugiada […] Di chi le braccia per stringere […] Chi sono in tutto questo io? […].
Proprio perché la persona esiste -e in noi soltanto- se si dà voce e ascolto: Parliamo lingue diverse,/tu e io/ […] /vivi su isole diverse,/ma nello stesso appartamento. Mai si tratta di monologhi: quando neppure sembra chiaro poi l’interlocutore, si sostituisce un senso acuto del silenzio, che è ascolto in sé del flatus voci e fondamento di ogni parola (sempre). La parola come in superficie l’anima: grazia e levità di verso sono come su vetro a polvere il diamante. Il cuore sempre è poi (più) duro [Lascia che io disperda la tua tristezza/pure se non so dire mai/che tu sarai felice allora], se non addirittura assente, astratta radice del vivere [si sono scordati di mettermi/un cuore nel petto].
Ciò che del resto appena si conosce sono ombre domestiche, fantasmi svelati al sogno, solo brevi tracciati: Voglio stare sola con voi/sedere presso la vecchia casa/quella vicino al fiume/che ha nome Memoria. Altrove è la parola-germe, la sola in grado di sostituirsi al silenzio e autenticare la percezione: Tre tulipani tre/lacrime scese. Non mettere radice mai, ma vivere in eterno il sogno dentro il seme. Essere parola detta e nulla più. Covare ancora e a lungo una vita, non accettarne troppo presto corpo e morte: Cerco amici,/che ho perso./E cerco parole/ che sono con loro lontano. Lo stacco breve dell’inciso -quasi a latere un sussurro, un ritmico découpage– richiama di continuo all’io che si frantuma: Provate ora a indovinare -voi non verrete-/se dalla porta indietro il capo si volge/-addio!- -addio!-
Poi l’esercizio strenuo e protratto del silenzio nei testi brevi si restituisce al canto, tra i bisbigli di un sogno: “dormi, mia cara, a lungo/e gli anni passeranno/e al tuo risveglio di nuovo vorranno prenderti in braccio […]”
C’è fissità anche là dove a simmetria si frange quasi il movimento: Tre lacrime di sangue/tre tulipani./Una donna seduta in silenzio. Tutto sembra a un punto ancora da accadere, o già accaduto, come sta scritto. Ciò che si agita è vita che si svela, al di qua. Il moto è negli occhi di chi osserva le cose come mai avrebbe altra occasione di fare e nessuna terra come quella ancora: non vedi che verità è questa a venire o già venuta?

 

***

 

Testi (traduzione di Federico Federici)

 

Risparmiatemi e lasciatemi andare.
Non mi legate nelle ali ferite,
non volerò più.
La mia voce si è rotta in dolore
e fatta come ferita.
Non piangerò più.
Aiutatemi, non ve ne andate!
Autunno.
Ci sono uccelli diretti a Sud.
Il cuore seccato dalla paura,
la solitudine, compagna alla morte.

 

§§

 

Voglio stare sola con voi
sedere presso la vecchia casa
quella vicino al fiume
che ha nome Memoria.
Il segno del passo nudo
che sa di sole della scorsa estate
dove insieme andavamo
sull’erba ancora intatta
e tanto d’azzurro i cieli
svanendo di là dai cancelli
e le voci facevano squilli:
è ciò che so ricordare
non altro.
Termina il conto dei giorni,
come stormo di uccelli ai miei piedi
si sono raccolti:
di cosa potranno nutrirsi
se non restano versi?

 

§§

 

Io sono una bambola rotta,
si sono scordati di mettermi
un cuore nel petto.
E triste abbandonata all’angolo.
E come una bambola rotta
un mattino ho ascoltato
i bisbigli di un sogno
“dormi, mia cara, a lungo
e gli anni passeranno
e al tuo risveglio di nuovo
vorranno prenderti in braccio
aggiustare i vestiti, soltanto giocare
e troverà il suo battito allora
il cuore”.

Attendere accresce la paura.

 

§§

 

Tanto lontano è il giorno
quanto la notte in una tempesta
quando non riescono
gli occhi a vedere la pioggia,
ma si raccoglie alle Labbra
sulla porta di casa.

Come mani
non riescono a trovare
nella tenebra i muri,
finiscono addosso alle porte
in quel giorno che
tanto è lontano…

 

§§

 

Quattordici sono le lacrime
sulla mia guancia.
Quattordici gocce di pioggia
sul vetro bagnato.
Provate ora a indovinare -voi non verrete-
se dalla porta indietro il capo si volge
-addio!- -addio!-
Addio mie tante attese,
le nostre mani non possono
farsi divise.
Non amo gli addii
cerchio dell’ansietà.
E ci sarà dolore dal nostro incontro
che per destino non deve accadere.
Quattordici lacrime,
non lo dimenticate.

 

§§

 

Per la solitudine la notte mi piace:
quando sola
posso parlare di ciò
che piace e non piace al destino.

Posso fingermi l’impossibile,
che non c’è fine alla notte.
Credere nella felicità di giorni.
Piangerne senza mai fine.
Non si devono ascoltare rimproveri.
Né a filo gli occhi turbati
nascondere dietro una mano
quando cala la notte.

 

§§

 

Farò scudo al peso del giorno
con la mia spalla
vi lascerò un usignolo
soltanto la notte
altro io non so darvi in aiuto.

E se lo desiderate, il cuore
e che il mio destino sia allora il nostro.
E morirà anche il tempo
prima che faccia mattino.
Ma voi l’usignolo non l’avrete udito.
Di fretta, avete al posto del cuore
preso un orologio.

Si è fatto giorno: non cercarlo, notte.

 

§§

 

Così spesso raccolgo occhiate strabiche
e parole di taglio
frecce mi bucano.
A voi solo chiedo – Ascoltate!
Non dovreste in me
uccidere minuti dei sogni di bambina.
Oh mio giorno,
con tanta forza ora voglio
gentilezza ad ognuno
e per coloro che mi hanno
già presa di mira.

 

§§

 

Vi ho teso l’inganno
che solo un momento
potesse racchiudere l’eternità,
che migrando gli uccelli
finisse il caldo
e a lungo in me dimenticati
incanti notturni,
con la gioia tanto vicina
che solo a sfiorarla
la vostra mano leverebbe la Terra.
Vi ho ingannati? No?
Io vi ho dato il segreto
di ciò che sola conosco.

 

§§

 

Di chi gli occhi quando guardo nel mondo,
di Amici, Familiari, Belve, Alberi ed Uccelli?
Di chi le labbra per bere rugiada
alla foglia che cade lungo la strada?

Di chi le braccia per stringere
in bilico il mondo, indifeso?
La voce si perde tra quelle di boschi,
campi e tempeste di neve,
piogge forti e la notte.

Chi sono in tutto questo io?
Dove andare in cerca
di me, come dare risposta a tutte
queste voci in natura?

 

§§

 

Lascia che io disperda la tua tristezza.
Farò bouquet dei fiori che raccolgo
farò quanto più posso a scrivere
del blu prima che il sole sorga,
dell’usignolo a primavera.
Lascia che io disperda la tua tristezza.
Vorrei solo capire
come restare in casa
dà solo in cuore la pena.
Il passo è incompiuto d’ansia
tra la soglia e il muro
e i fiori al bouquet si asciugano
incapaci a vivere dentro.
Lascia che io disperda la tua tristezza
pure se non so dire mai
che tu sarai felice allora.

 

§§

 

Come un uccello che muore
di aria, in te ho bisogno io di tenerezza,
del tremito d’ansia
sulle tue labbra,
quando mi sento sola
del tuo sorriso, luce agli occhi.

Sono invece coperti di lacrime
mentre mi guardano.
Da dove tanto nero dolore al mondo?
Deve essere la tua solitudine
a portarlo.

 

§§

 

Cerco amici,
che ho perso.
E cerco parole
che sono con loro lontano.

Come sfuggono rapidi dietro
quelli che già mi abbandonano
i giorni che cerco!

 

§§

a Elene Kamburovoj

 

Tre lacrime di sangue,
tre tulipani.
Una donna seduta in silenzio.
Dà capogiro la droga,
in cuore la contrazione.
Tre tulipani in eredità.
Solo il vento in un fruscio
“Che siano falsi!”
Ma gridano gli occhi
“Non posso crederlo!”
Tre tulipani tre
lacrime scese.
La donna in silenzio
incredula siede.

 

§§

 

Oggi il futuro si legge col tempo,
le carte sono storia.
Girarne una nera
significa tempesta
di bombe.
Non un mazzo di carte,
ma popoli sparsi
sul povero mondo,
ognuno ha paura ad estrarre
una terra di sangue.

Peccato, non sono un’indovina.
Leggerei il futuro nei fiori
saprei curare in terra le ferite
con l’arcobaleno.

 

§§

 

a Arutjunj Akopjanj

Con le dita fatte a nervi in alto,
sorbe a grappolo trasformate
in spruzzo a mare, che fa lamenti
alla finestra ed asseconda
nel mistero eterno il sonno
e il passato.
Muta la moltitudine di foglie
nel richiamo insistente delle gru.
Fate oscillare il vento,
che ora è brina,
in altalena.
Aiutate me a ricordare
i dubbi coi pensieri.
Date la mano qua!
Vorrei sentire il cuore
ancora battere.

 

§§

 

Le mie poesie sono di peso
pietre a spinta su una salita.
Le porterò sullo strapiombo,
impassibile volto.
Cadrò, viso nell’erba,
senza avere lacrime abbastanza.
Frantumerò la mia strofa
il verso lacrimerà.
Si pianterà l’ortica
nel palmo, con dolore.
E l’amarezza del giorno intero
tramuterà in parola.

 

§§

 

Parliamo lingue diverse,
tu e io.
Identiche le lettere,
tanto estranee le parole.

Tu e io
vivi su isole diverse,
ma nello stesso appartamento.

 

 

***

 

 

Questo articolo è comparso su PaginaZero n. 9, 2006

 

L’e-book completo dei testi di Nika Turbina: libri
Testi in lettura (mp3 download) su teatro di voci
o in ascolto su dialoghi muti

 

 

6 pensieri su “??? ??

  1. elena f.

    non sono le lettere e i segni a determinre la comunicazione ma ciò che sta loro intorno, la loro ombra gettata oltre che dona profondità al dire, se c’è qualcuno all’ascolto.

    “aiutate me a ricordare
    i dubbi coi pensieri
    date la mano qua!
    vorrei sentire il cuore
    ancora battere”

    grazie
    elena f.

    Rispondi
  2. fabry2007

    una voce purissima, Federico, che la tua traduzione ha reso, credo, in trasparenza.
    grazie.
    fabrizio

    Rispondi
  3. francescamatteoni

    molto, molto belle queste poesie di una bambina cresciuta troppo in fretta. Piene di malinconia e di quell’attaccamento alla vita (ma senza riuscire a vederla dall’esterno, sempre troppo coinvolta) che spesso marchia a fuoco i giovani suicidi.

    In italiano si trova pochissimo (io per ora ho letto solo cose in rete) ed è un peccato.

    Non c’è un editore che potrebbe interessarsene?

    p.s. grazie Federico.

    Rispondi
  4. antoniodiavoli

    cara Francesca, purtroppo si trova poco anche su internet…
    *First draft*, l’unica raccolta edita in vita, è difficile da avere anche tramite Amazon.
    Il film cui ha preso parte come attrice nel 1989 (Eto Bylo U Morya) sono riuscito ad averlo solo in russo (e questo in fondo è un bene, perché mi è stata almeno resa la sua voce così come era). In pochi lo hanno visto o lo ricordano pure lì. Anche tutto l’altro materiale in mio possesso (dalle foto ai filmati, alla voce) proviene da un accurato scandaglio nei fondi del web russo.
    C’è un passaggio in un filmato in cui Nika rilegge una delle sue poesie giovanile e lì, per contrasto con l’impeto di molti anni prima, qualcosa appare tra lo sguardo e la voce, una sorta di felice tristezza, che non è solo malinconia.
    Nika ha avuto un grande seguito di pubblici adulatori, almeno nella prima parte della propria vita. Dopo -e già a partire dagli ultimi anni in vita, quelli che portano al primo tentativo di suicidio- in pochi le hanno portato sincero amore. Non basta, del resto, la *memoria* collettiva a saldare questo debito…
    F.

    Rispondi

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