Noticine scritte qua e là sull’agenda 2006.
Ripenso ai libri che mi hanno dato forma, che hanno orientato la mia vita. Il primo che mi viene in mente è Vino e pane di Ignazio Silone. Lo lessi a 18 anni.
Mi ha insegnato che per essere pienamente umani bisogna scegliere, e saper pagare per le proprie scelte. Fino in fondo. Forse un libro non sarebbe bastato, e neanche tanti libri, a confermarmi in questo. Ho incontrato delle persone che hanno saputo scegliere. Ho cercato di fare come loro. Credo di aver pagato molto. Forse non ancora abbastanza.
Non credo che esista un cibo per ogni anima: ciascuna vuole i suoi, e ciò che per l’una è indigesto è salutifero per l’altra. Dipende dalla natura della singola anima.
Oggi primavera è nell’aria. Sole, brezza, graminacee, pollini, starnuti, tutti gli animali in amore, uomini compresi. In fondo ha ragione Teodor Axentovicz a mostrare, nel quadro che sto guardando, il carattere narcisistico di questa stagione. Ma…
Un altro grande libro per me fondativo è stato La condizione umana di André Malraux. Libro che mi ha insegnato che ciascun essere umano cerca un senso alla propria vita, e poiché lo cerca assoluto non lo trova mai.
Una passeggiata sugli argini erbosi di un placido fiume. Cosa c’è di più rilassante e di più filosofico? L’acqua che fluisce senza fine ci parla del corso delle cose, del nostro essere nel mondo come quella foglia lungo la corrente. Ma le piccole umili ballerine gialle, uccellini comuni e festevoli, ci aprono lo sguardo alla bellezza e alla grazia di ciò che vive una splendente fragile vita inconsapevole.
La vita come una partita a scacchi. Un’immagine antica. Ma con chi si gioca? Una possibile partita è quella tra l’uomo e la donna. O tra l’essere umano e la vita stessa?
O forse la vera partita è quella che gioca, a nome dell’umanità, il cavaliere del Settimo Sigillo? Quella partita che è sempre persa in partenza… Tuttavia, io non so giocare a scacchi.
Siamo nell’età del ferro, e regna la confusione.
A Roma un milione di persone alla festa del primo maggio canta “Bella ciao”, sotto la guida del comico Bisio. È una canzone partigiana di lotta armata e di sacrificio, e di morte. Verrebbe da chiedere a Bisio: “Tu che sei di sinistra, e quindi senza problemi ti prendi i soldi che Mediaset ti dà per Zelig, pensi di essere disposto a morire per la libertà? Combattendo, magari, contro quelli che ti danno i soldi, per far sì che l’Italia ne sia liberata?”. Confusione.
E il primo maggio a Milano la super-manager della razza padrona Laura Brichetto alias Moratti festeggia (o vorrebbe festeggiare) insieme alla classe operaia? Confusione.
E il candidato della sinistra a sindaco di Milano – un prefetto – accusa la suddetta di essere una padrona non avente diritto alla festa. Un prefetto? Come se i prefetti avessero storicamente appoggiato le lotte dei lavoratori, e non il padronato. Confusione.
Ma la confusione di tutto, e anzitutto quella tra la politica e lo spettacolo, non è casuale. È un frutto dell’Italia che si rispecchia in Berlusconi, e la sinistra si limita a rispecchiarla di rimando. Riflesso di un riflesso. La differenza tra le due Italie è solo apparente. Esse sono con-fuse.
Un serpentello sull’asfalto, vicino al bordo della strada. Sto passeggiando, gli passo vicinissimo e lo guardo con attenzione. È immobile, tutto raggomitolato, ma ben vivo. Strano, è una giovanissima vipera berus, non ne avevo mai viste dalle mie parti, in pianura. Hai molti nemici in natura e tra gli umani, viperetta! Ti auguro una lunga vita felice. Che però non sarà tale per gli animaletti che mangerai dopo averli avvelenati. C’è da meditare, ragazzi…
“Io ho constatato tutto nei miei vani giorni” scrive l’Ecclesiaste. “C’è il giusto che perisce nonostante la sua giustizia e c’è il malvagio che è longevo nonostante la sua malvagità”. Il processo a Previti è durato dieci anni, come la Guerra di Troia, ma qui non ci sarà nessun Omero.
Tutto passa. Qualcosa sempre ci manca. Siamo creature del Desiderio. E ci sembra di non aver agito quando avremmo dovuto.
Pare che papa Benedetto XVI abbia tuonato contro il carrierismo nella Chiesa. Il carrierismo è dovunque. Nella Chiesa, per principio evangelico non dovrebbe esistere. Non esisterebbe se la Chiesa fosse totalmente estranea alla logica mondana. Non lo è: se lo fosse, il papa non abiterebbe nei sontuosi palazzi vaticani ma in un’umile casetta. Esiste una carriera ecclesiastica. Il suo vertice è il soglio pontificio. Logico che i vescovi aspirino ad esso. E sorprendente che chi vi è giunto rimproveri gli altri.
La cifra della nostra epoca è l’instabilità. Investe tutti i sistemi e le forme di relazione: da quelli immensi come l’Umanità nel suo insieme e gli Stati, alle più piccole, come le famiglie e le coppie, e come le anime dei singoli, che sono anch’esse delle forme di relazione.
Anche nell’incertezza che deriva dall’instabilità, tuttavia, si può trovare almeno una traccia di pienezza e di felicità possibile.
La volatilità è il carattere essenziale delle relazioni che fioriscono sull’internet. Sorprende un po’, ma non tanto, che i milioni di messaggi che corrono continuamente, intrecciandosi in vario modo, rivelino un rifiuto di questa stessa volatilità. I fugaci contatti aspirano alla solidità, alla permanenza. E sono quasi sempre delusi. Il mezzo ha generato infinite attese, e ne vive: se ne nutre e le alimenta. Il Desiderio è il motore della nostra società.
Mi ricordo bambino di sette anni a Venezia, tanto tempo fa, dopo aver visto una donna rischiare di cadere perché uno dei suoi tacchi a spillo si era infilato nella connessura tra due pietre d’Istria, chiedere alla mamma: “Perché le donne portano scarpe così scomode?”
“Per essere più belle”.
“Ma non mi sembrano più belle. Non riescono neanche a correre con quelle scarpe. Mi sembrano sceme”.
“Capirai quando sarai diventato grande”.
Devo ancora arrivarci.
Continuamente il nostro Sistema, fondato sulla TV, produce mostri, e li trasforma in capri espiatori. Abbiamo sempre bisogno, infatti, di scaricare su qualcuno la violenza che ci abita, e il Sistema di cui siamo parte lo sa e soddisfa il nostro bisogno: per questo, in verità, lo abbiamo creato. Vanna Marchi e sua figlia Stefania sono brutte, e questo facilita molto la loro identificazione come streghe. Non sorprende, quindi, come molte persone – per lo più donne – si siano fatte sedurre da loro. In un mondo dell’immagine in cui impera il culto della bellezza, la bruttezza di maghi e teleimbonitori di entrambi i sessi può apparire a molti come rassicurante e attraente.
In questo mese, per curiosità antropologica, ho visitato tanti blog, quelli che singole persone si costruiscono. Il loro tratto comune mi sembra la lotta, più o meno disperata, contro la solitudine. Ci sono persone, ad esempio, che il non ricevere messaggi rende depresse. Dal canto mio, ho ben conosciuto una solitudine anche radicale e profondissima quando ero ragazzo. Pure, è avvenuto proprio nella solitudine più estrema (ad esempio quando a 17 anni mi sono perduto in montagna in una tormenta di neve) che mi si rivelasse la sovrumana e terribile, e nello stesso tempo consolatrice, bellezza del mondo. C’è un limite superato il quale gli spiriti elevati aprono lo sguardo sull’essere. E lo vedono sospeso sul nulla.
Sono solito giudicare i governi guardando il ministro dell’Istruzione. Osservo ora la foto del neoministro della P.I. Giuseppe Fioroni, e un brivido corre lungo la mia schiena. Ormai pare che gli unici ministri che debbono essere davvero competenti nel loro campo siano quelli dell’economia. Della pubblica istruzione si può occupare chiunque. È evidente quanto l’educazione dei giovani italiani sia ritenuta importante: nessun personaggio politico di rilievo vuole occuparsene.
Osservo un mio allievo partire sgommando sull’auto del padre. Ha appena preso la patente e deve dimostrare a compagni e compagne che lui è un vero uomo, un giovane maschio che di notte tornerà dalle discoteche facendo fischiare le ruote in curva, e sfiorando con sicurezza quei platani su cui molti coetanei si schiantano ogni sabato sera. Il giovane maschio ha ricevuto la sua iniziazione, e ogni iniziazione comporta un venire a contatto con la morte. Tutti coloro che pensano di poter far cessare le “stragi del sabato sera” con campagne di educazione stradale sono degli sciocchi o degli illusi, tanto quanto quelli che pensano di distogliere i giovani dal fumo con campagne di educazione alla salute.
Il calcio mi è sovranamente indifferente. L’ultima partita che ho visto è stata la finale dei Mondiali del 1982. Le partite mi annoiano a morte. Ma mi interessa il fenomeno economico-politico e ampiamente antropologico che esso rappresenta. Qui troviamo, ritualizzate, tutte le componenti dello spirito maschile (nel mondo del calcio le donne hanno un ruolo inessenziale, del tutto marginale: se venissero espulse dagli stadi e dai bar il meccanismo funzionerebbe perfettamente). Scontro con un gruppo avverso, vittoria o sconfitta, conquista di un bottino, inimicizie e alleanze, ecc. ecc. E anche inganni, cavalli di troia, imprese scellerate. La Guerra per eccellenza, quella di Troia, non è solo eroi che si battono a viso aperto e lealmente, è anche Ulisse che bara. Nel calcio ci sono i Moggi. Si sa che gli sport di squadra non sono altro che una guerra simbolica. I maschi hanno bisogno di battersi, e se non possono farlo fisicamente lo fanno simbolicamente. Ma il simbolo tende sempre a incarnarsi nuovamente ed ecco gli ultrà e le loro guerresche imprese e devastazioni. Non sono “fuori dello spirito del gioco”. Ne fanno parte.
Tutti gli uomini e le donne maturi hanno i loro fantasmi. Ci sono benevoli fantasmi dei tempi infantili, a volte un po’ melanconici, ma più spesso ci sono i fantasmi degli anni della giovinezza, soprattutto quelli d’amore. Alcuni sanno slegarsene, molti ne rimangono prigionieri. La saggezza sta forse nel saper convivere con essi lasciando loro il minimo spazio.
Non farsi prendere da una visione idillica della Natura, come se fosse una immensa oasi di bene, dove solo l’uomo malvagio introduce violenza e dolore. Leggere sempre Leopardi, meditare sul suo giardino del male.
Le parole più belle sulla melanconia come condizione spirituale le ha scritte Immanuel Kant. Qui la melanconia non è altro che una cifra della saggezza:
«L’uomo di temperamento melanconico si cura poco di ciò che gli altri pensano buono o vero, egli si basa soltanto sul suo criterio di giudizio. Egli osserva con indifferenza il mutare delle mode e con disprezzo il loro cangiante splendore. Ha un alto sentimento della dignità della natura umana; ha stima di se stesso e ritiene ogni uomo una creatura degna di rispetto».
Gli italiani, che non leggono molto, sono anche generalmente molto ignoranti in materia di religione (compresi coloro che si professano credenti). La cosa è particolarmente evidente nel caso Codice da Vinci. Si può osservare, peraltro, che una storia analoga a quella narrata da Dan Brown riferita a personaggi islamici oggi non potrebbe circolare. Su questo è urgente una seria riflessione.
Sono davvero pochi i giovani interessati alla natura. Ne ho la riprova durante l’intervallo, quando passeggio all’esterno del mio liceo, sulla sponda del canale che rasenta il giardino. Ci sono centinaia di ragazzi intenti a chiacchierare, scherzare e messaggiarsi, e l’unico essere umano che contempla il nido della folaga in mezzo alle alghe, la gallinella d’acqua che passeggia con andatura dinoccolata tra le erbe e i tuffetti che si immergono a caccia di pesciolini, quell’unico essere umano sono io.
Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. La vita umana non è altro che un gioco della follia. Il cuore ha sempre ragione.
Il cuore ha sempre ragione è una aggiunta alle parole di Erasmo da Rotterdam manipolate da uno spot rivelatore. Non si può comprendere la nostra epoca se non si afferra il meccanismo che sta alla base della pubblicità. Il nostro sistema economico ha assoluto bisogno del Desiderio. La massa dei consumatori non deve limitarsi alla soddisfazione dei bisogni, essa deve desiderare. Ad esempio, deve desiderare vestiti alla moda, un’auto che faccia immagine, che significhi lo status sociale, ecc. Il sistema economico deve sollecitare in ogni modo il Desiderio, eventualmente deve farlo nascere, pena il suo stesso crollo. Ma il Desiderio è legato all’emozione, non alla ragione. La ragione mi dice che non mi serve un’automobile nuova, che la mia può servirmi altri quattro anni o più, che il mio vestito può essere indossato ancora, ecc. Ragione ed emozione sono spesso in conflitto. Il nostro sistema si schiera risolutamente per l’emozione, la televisione e ogni altro mass-medium promuove instancabilmente le emozioni. E anche il mondo dei blogger su Internet è un mondo tremendamente emotivo, e pochissimo razionale.
Ma vi sono emozioni di ogni tipo. Se non esiste un criterio di distinzione e di valutazione esterno alla sfera emotiva, che cosa mi spingerà a seguire l’impulso di un’emozione e a reprimerne invece un’altra? Sarà l’emozione più forte a prevalere? E se io dicessi che mi emoziona tremendamente indossare la nera uniforme di black-block e insieme agli altri compagni scagliarmi urlando contro gli scudi della polizia? Se mi emozionano le masse in fuga e il fischio dei candelotti fumogeni, se amo il brivido delle cariche? Mi dirai che la mia emozione è sbagliata, e che invece è giusta la tua, quella che provi tenendo in braccio un bambino appena nato? Io ti dirò: tienti la tua emozioncella di femmina imbelle, che io mi coltivo la mia di guerriero. Nella sfera emotiva non ci possono essere gerarchie. La distinzione tra emozioni buone e cattive è opera della ragione, che distingue il Bene e il Male.
Il nostro sistema contraddittoriamente incentiva l’emozione e combatte la ragione, e poi si lamenta quando si manifesta il frutto emotivo della violenza.

grazie, Fabio, per questa salutare passeggiata. hai citato qoelet, che parla di hevel, quell’intraducibile termine che rimanda alla scia sull’acqua della nave, alla brina che svanisce appena spunta il sole. dovremmo fermarci un po’ di più su quelle pagine, lanciate come un sasso nel cuore della bibbia.
“c’è un limite superato il quale gli spiriti elevati aprono lo sguardo sull’essere. E lo vedono sospeso sul nulla”. c’è un solo modo per amare, forse, lasciare che il vuoto emerga, e faccia finalmente spazio.
fabrizio
Una seria cavalcata di partenze argomentate, di spunti, di riflessioni già concluse;il riflesso del riflesso, gli opposti che si guardano a volte in cagnesco proprio perchè alla fine s’accorgono di essere quasi identici. E tanto altro.
Ti si legge piacevolmente, Fabio, nonostante le asprezze di certi temi; hai gli artigli vellutati, per così dire. Grazie.
Franz
Parole sagge!
Mi piace molto come scrivi, forse perchè il tuo sguardo tiene conto di ogni piccola cosa – preziosa come una terra, come un dono – oltre il resto!
– Siamo creature del desiderio -Quanto è vero!
Buona serata
carla
Vi ringrazio ell’attenzione e della benevolenza. Scusate la mia scarsa interattività…
“Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. La vita umana non è altro che un gioco della follia. Il cuore ha sempre ragione”.
E come poter contraddire questa ‘sentenza’ ?
sui due piatti della bilancia stanno economia e natura, desiderio e necessità, l’oggetto desiderato, l’oro, e il pianeta che stiamo svuotando-distruggendo di risorse con le nostre stesse mani, da una parte stanno i dormienti, la moltitudine sempre più crescente, con i telefonini in mano a vivere e scherzare, ignorando cosa li aspetta, e dall’altra un solo essere umano che annega nello stagno con le papere. e in mezzo a loro, appunto, una falce enorme quanto un punto di domanda.