di Giovanni Monasteri
1) Necrologio tardivo
Vecchio ortolano, quasi ce l’hai fatta
a festeggiare il secolo e il millennio,
tu, per l’anagrafe nato in agosto
ma per tua madre il mese di gennaio
del milleottocentonovantotto.
I tuoi figli, ridotti ormai a sette,
alleviati di colpo dal dovere
di venire a Natale da lontano
a baciarti la fronte cieca.
Dei tuoi quasi cent’anni, unica gloria
della tua lunga vita, ricordavi
pochi istanti oramai, poche persone.
Come un uccello svegliato da un tuono,
talvolta erano acuti nella notte
i sensi pigri, e da una guerra all’altra
atterrita correva la memoria.
Poi ti placavi e come nel sonno
raccontavi di prodigiose annate
e delle grame, delle grandinate.
Di feste e matrimoni e funerali,
di eldoradi e deserti, di muli
azzoppati e di bai impennacchiati.
Ah quei carretti carichi di broccoli,
muluni, fasulina, milingiani!
Fu proprio un bel regalo di Natale
per i tuoi sette figli ormai brianzoli
evitar loro il fastidio e la pena
di venire due volte lo stesso anno,
andartene il giorno di Natale.
(giugno 2003)
2) Per zia Santina, morta vergine e santa
Piagnucolava e pregava
per malattie da poco.
Piangeva per sé, per i nipoti
e per i terremoti
nei paesi lontani.
Non fu premiata per i suoi rosari,
ma per i pii giardini di delizie
che il suo uncinetto tesseva infinitamente.
Non pianse mai per le vere disgrazie
e mai le fu largita grazia o consòlo.
Un giorno si addormentò
con gli occhi aperti:
un angelo le diceva
prendendola per mano:
vieni, vieni con noi, anima sola.
E la introdusse lievemente, lieve,
in un simposio d’anime sapienti.
3) Enfisema
Signoriddio, che strazio!
Io con questi miei occhi
ho visto i suoi chiudersi – Gesù
Nel gelo di quel vetro
ho visto condensarsi
lacrime di sangue e pus.
Perché raccontarlo? E a chi?
E perché in versi, poi?
Lo dico a te: padre nostro,
io l’ho visto morire.
E di che mala morte! Gli ho tenuto
la mano – gesù, che spavento!
Non voleva, mordeva il boccaglio.
Ha sofferto, si è dibattuto.
Poi la zampa implacabile
che lo teneva inchiodato,
spremuto l’ultimo fiato, lo ha lasciato.
E svanì sugli zigomi
la recente visione della fine,
come sul vetro freddo
la traccia del respiro.
Taciamo. Niente più mai,
neppure il suono delle angeliche trombe,
turbi il marmo perfetto della sua fronte.
4) I defy you, stars!
Non era un uomo istruito, mio padre
(sia pace alle sua ossa tribolate).
Ma aveva fatto la guerra, del mondo
visto un bel po’: la Germania, Milano,
e Grecia e Francia e Napoli. Poi basta.
Parlava due o tre lingue: l’alemanno,
un petit peu di francese e il vernacolo
del paesello (un arcaico idioma
gallo-italico, bella lingua e morta).
L’italiano lo odiava. E anche l’itaglia.
Piccolotto di taglia, arabo e un poco
normanno e longobardo e catalano,
Massèr Griöli era un grande e felice
rapsodo, un uomo arguto e appassionato,
specie al terzo bicchiere – Ma che vino,
amici! E che racconti!
Storielle buffe, perlopiù inventate,
com’erano – diceva – i film di Ringo
o le storie dei libri: storie, appunto.
Gli urgeva sempre in gola una risata
ma non rideva mai: gli occhi ridevano,
se meditava frottole e facezie.
E sapeva a memoria quattro canti
dell’Inferno, nonché un intero brano
del Romeo e Giulietta in traduzione
ottocentesca. “Stelle, io vi di-isfido”,
tuonava, minacciando il lampadario
con la strenua forchetta.
Poi se ne stava immobile per ore,
la testa sprofondata tra le braccia
conserte sopra il tavolo. Fingeva.
Fingeva di dormire, non voleva
si capisse che era infelice.


Poesia cosa cordiale.
Grazie!
Grazie a te, Roberto, per l’apprezzamento.
Tornerò presto, qui, con altre cose di Monasteri.
Buona giornata!
Grazie a Giovanni e grazie a Franz per questo tuffo in un mondo che conosco!
Mi pare che Monasteri abbia una bella vena. Rispetto al registro ironico che salta all’occhio, credo possa dare il suo meglio in toni risentiti: ha un immaginario e una proprietà lessicale spiccatamente “morali”. Ciao.
Io (quasi) lo conosco, quel mondo,anche se no vado nel profondo sud da alcuni anni; mia madre è calabrese. Grazie a te, Giorgio, e a Giusco per la sintesi folgorante.
Franz
Non c’è bisogno di andare al sud… venite in Romagna, quella Bassa, là dove sono nato, e ritroverete le stesse atmosfere. Grazie Franz.
Grazie a te, Gian Ruggero. La Romagna è la Baviera d’Italia, in un certo senso. Scusate, ogni tanto le mie origini si confondono, a nord di tutti i sud e a sud di tutti i nord… vado a cena, ho il calo degli zuccheri:-)