Il bell’angelo inefficace

Oggi, in Italia, il poeta non ha un posto reale o uno status. In America Latina, nel Medio Oriente, nel Regno Unito, in Germania i poeti sono tuttora onorati e rispettati dalla società, e da noi? Sì, veniamo invitati qua e là, parliamo nelle università, e , se accettiamo, i politici ci mettono anche nelle liste elettorali, qualcuno di noi è andato anche in Senato, ma anche così, che potere ha questo lui – o questa lei – nel mondo reale?

Già nel secolo scorso, quando i valori tradizionali tenevano ancora insieme la nostra civiltà, un grande come Matthew Arnold poteva lamentare il fatto che un poeta non è altro che “un bell’angelo inefficace che batte invano nel vuoto le sue ali luminose” (lo diceva a proposito di Shelley). Ci sono tuttavia anche delle persone che vedono poeti come “antenne della specie”, come coscienza della società o, se non altro, come diceva Jack Kerouac, come “il grande rimembrante che redime la vita dall’oscurità”.
I più ‘grandi’ versi dei più ‘grandi’ poeti sono entrati nella coscienza di massa, e sono ‘grandi’ precisamente perché continuano a risuonare nelle nostre vite anche oggi: si pensi alle “poesie in prima istanza”, quelle prime esperienze con la poesia, incontrate generalmente in giovane età, che talvolta influenzano la nostra intera vita. “Esattamente nel modo in cui tutte le prime esperienze”, dice la poetessa Mary Oliver, “facendo il loro cammino attraverso i paesaggi ancora in formazione della mente, hanno la possibilità di esistere attraverso un’intera vita come l’esperienza più importante, più emotiva, più influente di quel tipo, proprio in questo modo le poesie in prima istanza sono profonde”. Walt Whitman è stato il poeta che, in lei, le ha suscitate per primo. E poi ci sono stati William Blake, Edgar Allan Poe, Shelley, Coleridge e Milton. E chi potrebbe negare che moltissimi versi di Shakespeare risuonano ancora oggi, dentro di noi, essendo entrati nel linguaggio quotidiano, anche se non siamo nemmeno più consapevoli delle loro origini? Lo stesso succede per i passi di Wordsworth, di Rimbaud, di Matthew Arnold, di Baudelaire, di Yeats, di Keats, di Eliot e di tanti altri. Ma tornando indietro, alle nostre origini, non furono forse Omero e i tragediografi greci ad articolare la coscienza e la sensibilità dell’antica Grecia, così come il viaggio di Ulisse definì i confini del loro mondo? Non furono Dante, Cervantes e Chaucer a portare quasi simultaneamente alla consapevolezza il nuovo mondo che emergeva dai Secoli Bui? E non ci parlano, ancora, nelle parti più profonde della nostra vita, i primi versi della “Divina Commedia”? E così è anche per gli autori del XX secolo come James Joyce, il cui eroe, Stephen Dedalus, nell’ultima pagina di “Ritratto dell’autore da giovane” si dispone: “a forgiare nella fonderia della sua anima la coscienza mai creata della propria stirpe.” Arriviamo così al punto in cui il poeta non solo articola la coscienza del suo tempo, ma diventa, anche, la sua coscienza, e chiudiamo in tal modo il cerchio con il cosiddetto ruolo profetico o vatico del poeta, tramite autori come, negli USA, Pound, Allen Ginsberg o Bob Dylan, oppure, qui da noi, Caproni, Pasolini, Testori e, perché no, Luzi. Chi potrebbe dire che costoro non abbiano cambiato e allargato la coscienza di tanti giovani, la quale è stata poi inghiottita dalla civiltà dei consumi per diventare una parte della cultura di massa occidentale? In questa prospettiva ci rendiamo conto che i grandi poeti non solo cambiano il nostro modo di vedere il mondo, ma ci fanno anche mettere in discussione la nostra percezione e interpretazione della realtà di tutti i giorni. E ci rendiamo conto, così, che la poesia migliore sovverte “è il paradigma dominante che sfida lo status quo del mondo e lo trasforma in qualcosa di nuovo o di strano”, come già affermava Ferlinghetti. Il che mi porta all’inevitabile conclusione che il poeta dev’essere per forza un “nemico dello stato (termine, quest’ultimo, da intendersi in accezione generale…)”.

La nostra onnivora civiltà industriale e postindustriale si è dimostrata pessima, così per la terra come per l’uomo, in termini sia ecologici che culturali. Disastrosa, in effetti. Combiniamo questo disastro con l’istituzione di restrizioni fortissime sulla libertà individuale, per mantenere in funzione la macchina imperialista militar-industriale, ed ecco, dunque, un nemico naturale del poeta, che è, invece, per definizione, uno spirito ‘eroico’ e indomito… uno spirito libero, dedito alla continua ricerca della verità e al sovvertimento delle “verità imposte”, in favore dell’esaltazione della bellezza (vedi il porsi dell’ anarca, teorizzato da quel titano che fu Ernest Junger).

46 pensieri su “Il bell’angelo inefficace

  1. Carla

    Ciao Gian Ruggero,
    leggendo questo testo mi viene in mente l’immortalità della poesia, la sua forza invisibile che risuona dentro di noi, in modo diverso per ognuno di noi.
    è un’eco che scava, modella, crea.
    nemica dello stato perchè libera, si, la poesia è la più grande forma di libertà, ed è potente!
    lo sapeva bene la Achmatova..
    ce l’ho nel cuore…

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  2. gian ruggero manzoni

    @ Carla. Pienamente d’accordo. Il rombo poetico è individuale, ma la risultanza, a mio avviso, diviene, sempre, generale. Infine l’umanità è un coro… che ambisce un assoluto come direttore. Grazie del segno nel e per il cuore.

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  3. Luca Ariano

    Anche questo post, al pari di quello sulla Globalizzazione, è ricco di spunti e riflessioni. Mi trovo sostanzialmente sulla stessa lunghezza d’onda; penso che oggi, il Poeta, abbia perso la sua funzione o identità sia per colpa propria sia per un fatto storico e sociale. A volte si ha l’impressione che i poeti contemporianei da una parte siano molto ombelicali e chiusi nella loro torre d’avorio, inquadrati comunque nel sistema sociale, dall’altra in una società così tritatutto anch’egli venga usato e gettato (nel caso fortuito in cui venga letto, sennò passa sotto silenzio). Questo succede da noi in Italia e in Occidente. In altri paese i poeti e gli scrittori hanno sicuramente un ruolo diverso. Penso ad un Adonis (tanto per rimanere nella poesia) oppure agli ultimi poeti Nobel come Pamuk, ecc..Da noi non solo la poesia, ma anche la Letteratura hanno ancora senso di esistere? Per chi sono? Che funzione hanno? E’ un periodo diciamo di “medioevo” oppure di totale declino?
    Mi scuso per eventuali refusi ma ho scritto di getto al lavoro!
    Un caro saluto

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  4. massimo sannelli

    caro Gian Ruggero, cari tutti… spesso mi sono chiesto se l’invisibilità sia un fatto ‘ontologico’ dei poeti (sono poeti, dunque sono invisibili) o se se dipenda dal disinteresse mediatico e del marketing di massa (chi si occupa di immagine e pubblicità riuscirebbe ad imporre un poeta come si impone un prodotto, un attore, un cantante? sì o no? se sì, in quale modo? se no, non lo farebbe perché il poeta non è funzionale a certe dinamiche o perché non esiste un pubblico adatto, e quindi non vale la pena di investire? non lo so, bisogna pensarci). esempio personale: vivo a Genova, ma non sento mai parlare di Elio Grasso (grandissimo); né di Marco Ercolani, Marco Furia, Raffaele Perrotta; vive ancora Martino Oberto, e chi ne parla? E se si nomina Enrica Salvaneschi è solo perché insegna all’università. che cosa manca? d’altra parte: Sanguineti riempie la sala (parlo del poeta, prima del coinvolgimento politico di ora, che ha scene non belle). perché l’estremismo (politico e stilistico) di Sanguineti ‘passa’ e buca lo schermo e l’estremismo (politico e stilistico) di Raffaele Perrotta – un genio assoluto, secondo me – non passa e non buca? (tra l’altro, Perrotta è più avvicinabile anche umanamente, e la sua fisionomia – una specie di Andersen – si presterebbe all’incarnazione di un personaggio mediatico quanto quella di Sanguineti, che Pasolini paragonava ad “un ombrellaio con i panni della domenica” o ad “seminarista con il naso lungo”). non lo so. queste sono solo domande, per discutere. e finché si discute, grazie a Dio, si vive… Grazie, ogni bene a tutti
    massimo

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  5. sebastiano aglieco

    Se la poesia è povera, ombelicale, o arroccata a una torre d’avorio, credo che dipenda, in parte, dal fatto che la vita delle persone è povera. Parlo chiaramente di una povertà spirituale che, amnbiguamente si contrappone a un illudersi di aver tutto. Non è la stessa torre d’avorio di quella storica, perché almeno lì si trattava di una reazione, di una resistenza umana. Io credo che di questi tempi bisogna vivere, vivere pienamente, prima di scrivere poesie. Magari per sostenere che la vita fa schifo e tutto è merda, ma con la forza che viene dal sangue, dalle mani e dalla testa invischiata nel mondo. Ognuno a modo suo, ma pienamente. Una delle più grandi emozioni che provo nel laboratorio teatrale con i giovani, è quando essi sentono la necessità dell’urlo, perché quell’urlo che viene fuori è vero, ed è una voce che si contrappone al mondo, di cui loro sentono l’enorme peso, più di noi.
    C’è bisogno di redenzione, di cambiamento. Oggi più che mai.
    Sebastiano

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  6. alessandro ghignoli

    la ‘presenza’ del poeta è la sua non presenza. il fatto di essere agli incontri letterari, passare alcuni minuti in televisione e simili, (ve lo ricordate sanguineti quando faceva la pubblicità dei jeans carrera?), non significa che il poeta (e dovremmo forse dire la poesia) sia presente nella società. mi sembra che ci sia un troppo forte interesse di visibilità, di veder scritto il proprio nome in ogni parte. che il poeta pensi (anche) alla scrittura. e la funzione te la dai da solo. se è la società -questa- che mi dice che mi dà una funzione, be’ allora non ci sto. conquistarsela la propria ‘funzione’. nella mia esperienza personale non mi crea nessun problema il fatto di non essere considerato ‘socialmente utile’ in quanto poeta, per il semplice motivo che sono ‘io’ che considero utile ciò che voglio. in senso marxiano, se interessa l’idea di utilità, è abbastanza facile: ampliare il valore semantico di ‘utile’, e il gioco è fatto. ogni bene. e bell’articolo.
    p.s.
    il mio vivere in spagna dove il ‘poeta’ è decisamente più considerato che in italia, vi assicuro che la poesia non ci guadagna affatto.
    p.s.2
    e per fortuna c’è sannelli e questo blog, così me lo vado a cercare raffaele perrotta.

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  7. Alivento

    L’angelo inefficace diventa quindi nell’ultimo commento l’angelo inutile.
    Utile è tutto ciò che può essere usato? Allora il poeta non è utile affatto; non è arnese nè si presta ad essere piegato ai fini altrui, come bene dice manzoni “uno spirito ‘eroico’ e indomito… uno spirito libero”
    Utile nel senso di produttivo? Men che meno. In una società di capitale interesse e prodotto, essere poeta è l’inutilità resa persona.
    L’inefficacia invece sposta il discorso su un altro piano, presuppone che il poeta di prefigga uno scopo e tale scopo non riesca a raggiungere, ad esempio cos’ a caso…incidere nel sociale E DI BELLEZZA ROVESCIARE IL MONDO, questo potrebbe essere uno scopo. In questo senso il poeta diventa un “mestiere” nobile e finalizzato, la parola poetica diventa lo strumento di demolizione/edificazione. In questo senso il poeta è un resistente/combattente, in questo senso la torre d’avorio una rocca dove s’arrocca se sente l’assedio, una torre d’avvistamento per guardare lontano, in questo senso il poeta non smette mai di combattere… come mi sembra qualcuno abbia già detto in altro commento.

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  8. fabry2007

    la mia esperienza è che le cose più utili sono fuori del frigo o dell’omeostasi quotidiana o degli attestati riconosciuti dalla collettività. cibo, sesso e società riempiono la vita fino a una certa tacca: poi, la carenza, terribile.
    mi vengono in aiuto questi versi di Lucetta Frisa:
    “Ogni mattina ho il compito di rifare il mondo.
    Ripeto ciò che gli dèi fanno con gli uomini
    dopo la notte, li rigirano al rovescio
    li sbattono nell’aria fredda li scrollano
    dei sogni per prepararli all’altra vita
    [..]”.
    (Quinto autoritratto diurno, in Se fossimo immortali, Joker).
    il compito del poeta, il più utile di tutti.

    grazie a Gian e agli altri.
    fabrizio

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  9. Giovanni Nuscis

    Scrive Salvatore Tola ne “La poesia dei poveri”, richiamando lo storico sardo dell”800 Giovanni Spano, che i poeti improvvisatori erano considerati “gli eroi della villa e del distretto”, dei quali memoria e nome suonavano grati “in bocca dei posteri”.
    Ma vi è idillio, nei giorni nostri, anche tra società (in particolare i giovani) e la c.d. “poesia” contenuta nella musica, come osserva Lorenzo Renzi in “Come leggere la poesia”. Renzi aggiunge, poi, e precisa che “La poesia rappresenta – in tutti i tempi e in tutti i luoghi – un atto di ostilità, più o meno aperta, alla storia, o, più precisamente, è un tentativo di evasione dalla condizione storica.”
    Questa premessa per evidenziare che un angelo efficace (se tale vuole essere) deve adottare mezzi efficaci, e intanto esserne consapevole; considerando che una qualunque forma di espressione è compresa ed accolta se vi è un patto sotteso tra chi esprime e comunica e chi riceve ed accoglie. In ciò non diversificandosi dalla più volgare logica della domanda e dell’offerta. L’incontro tra i due (poesia e lettore) può dunque avvenire solo in tre modi: 1.”l’angelo” della poesia scende in terra, 2.gli uomini salgono in cielo, 3.l’angelo e gli uomini si incontrano a mezz’aria. L’efficacia diffusa della poesia, e non elitaria, per ciò, se proprio ci si aspira (ma perché, poi, mi chiedo, rinunciare all’impagabile e nobilissimo status di perdenti?), passa inevitabilmente per una di queste modalità, più fattibilmente per la seconda. Si tratta di scegliere.

    Gianni

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  10. rina

    La definizione del poeta di Gian Ruggero è calzante. Rappresenta un’intima “esigenza”, una vocazione. Va avanti, e non per fini esibizionistici o per volgari interessi, ma per cogliere e fissare i palpiti più reconditi. Ecco che utilizza ogni risorsa personale nella tenace ricerca di bellezza. Può capitare che un poeta sia guardato con distacco, talvolta con sufficienza, qualche volta con rispetto …egli vive in un’altra dimensione (altro che produttività sociale, come accenna Alivento). Eppure tutto ciò rappresenta un dono …e allora è un angelo, sì, assolutamente efficace, perché ha dato un significato alla sua esistenza e, al di là di ogni plebiscito, ha arricchito chi si è accostato a lui.

    P.S. penso che tutto ciò possa riferirsi anche a un musicista, per esempio. Se uno sente la musica …non c’è impedimento sociale che tenga, niente potrà mai impedirgli di avallare il suo io. Dice bene Alessandro: non mi crea nessun problema il fatto di non essere considerato ’socialmente utile’ in quanto poeta, per il semplice motivo che sono ‘io’ che considero utile ciò che voglio.

    Un bel gruppo di amici! 🙂

    Rispondi
  11. gian ruggero manzoni

    @ Ariano. Siamo in uno dei tanti Medioevi, ma, sebbene ‘tenebra’, “il fiume sotterraneo… ‘catacombale’… scorre”, vedi già i commenti a questo mio post – cioè esistono ancora poeti che r-esistono, seppure messi dal sociale e dal sistema entro una nicchia, se non già in un loculo (si legga il commento di Sannelli e i tanti nomi fatti, stranieri nella loro stessa città) – cmq, chi addentro al senso e allo spirito dell’essere, sa che il fiume primo o poi ritornerà in superficie, basta, solo, unirci assieme e attendere che ciò avvenga… e ciò avverrà. Siamo in Declino perché ogni giorno il mondo e molti degli stessi poeti-letterati, sostenendo che il “sacro fuoco” non era che visionarietà-’follia’ romaticheggiante… utopia, stupidità, superficialità, delirio di giovinette palpitanti o di ‘masnadieri’ alla Shiller, fanno di tutto per spegnerlo… dall’insabbiare, al soffiare, all’urinarci sopra. Ma anche a questo resisteremo… e, lo ripeto, questi luoghi d’incontro (catacombali? cenacolari? per riprendere il sopra) ne sono una prova più che concreta. Qui si tiene la posizione, e fino all’ultimo respiro, ne va del sogno e del mito, ne va della dignità del dirsi uomini e del mistico che ci vive, ne va del sapere e di un’onestà intellettuale e comportamentale che ci riconosciamo. Ne va della poesia, e che altro se no?!

    @ Sannelli. Anche se solo uno di noi evoca un nome, quel nome è, a prescindere da sale piene o vuote. Anche solo una voce, rende voce. E tu hai reso voce.

    @ Aglieco. Stai parlando di carne, di sangue, di energia immolata per un progetto. Ecco la redenzione:

    Per trovare il cammino occidentale
    dritto per le Porte dell’Ira
    spingo i miei passi.

    Dolce Pietà mi conduce innanzi,
    con dolce pentito lamento
    vedo l’inizio della giornata.

    La guerra di spade e lance
    sciolta da lacrime di rugiada
    esala in alto.

    Il Sole è liberato dagli orrori
    e con dolci grate lacrime
    sale il cielo.

    William Blake – “Mattina”

    @ Ghignoli. L’ ‘assenza’ è del testimone che riconosce la vera conoscenza. Di colui che conscio del mondo evapora il suo Io per darsi al per-dono. Nulla muterà se non regaleremo la nostra ‘assenza’:

    Conosco vite della cui mancanza
    non soffrirei affatto,
    di altre invece ogni attimo di assenza
    mi sembrerebbe eterno.

    Sono scarse di numero, queste ultime,
    appena due in tutto,
    le prime molto di più di un orizzonte
    di moscerini.

    Emily Dickinson – “Conosco vite della cui mancanza”

    @ Alivento. Per te:

    Sette ore della notte, sette anni di veglia:
    giocando con asce
    tu giaci nell’ombra di cadaveri eretti
    – oh tronchi che tu non abbatti! –
    ed hai a testa lo sfarzo del voluto silenzio,
    ai piedi il ciarpame delle parole:
    e giaci così e giochi con asce
    finché tu al pari di queste sfavilli.

    Paul Celan – “Giocando con asce”

    @ Fabry. Per te:

    Tutto è annuncio di te!
    Appare il sole radioso,
    e tu dietro a lui, spero.

    Esci fuori in giardino
    e sei rosa fra le rose,
    e sei giglio fra i gigli.

    Quando nel ballo ti muovi
    si muovono le stelle,
    insieme e intorno a te.

    Notte! E così sarebbe notte!
    Tu superi lo splendore
    soave e seducente della luna.

    Seducente e soave sei tu,
    e fiori, luna e stelle
    a te s’inchinano, o sole!

    Sole, sii anche per me
    artefice di giorni radiosi!
    Questa è vita, è eternità.

    Johann Wolfgang Goethe – “Presenza”

    @ Nuscis. Concordo, anch’io, per la seconda ipotesi. Sul ‘perdente’, Gianni, mi sono già da tempo interrogato:

    II

    Egli praticava la filosofia per scherzo; aveva bisogno di apparire sano, ma non lo era.
    In mesi estivi e in stagioni di passaggio, abitava nei caselli ferroviari abbandonati.
    Il letto un sacco di erbacce; sui tavoli sbilenchi, l’incisione del pugnale.
    Amava dire: “Ritornerò dopo la distruzione” e aggiungeva “come lo scrittore si trasferisce nei suoi personaggi, così quella realtà che fa dell’artista un accessorio, si concretizza nelle sue descrizioni”.
    Non lasciava gli amici soli in battaglia, della generosità l’unico pregio, che non voleva perdonarsi.
    Sedeva, per essere meno aggressivo.
    Gridava, per affermare la debolezza.
    Innaffiava gli asparagi selvatici col vino di bosco. Il timo profumava la sua gabardina. Un sospetto era divenuto al procedere: “L’opera vale nel momento, per poi svanire nei decenni”.

    Gian Ruggero Manzoni – da “Il perdente” ne “L’evento” Ed. Moby Dick 1997

    @ Rina. Questa per te e per il Giorno del Ricordo (o della Memoria, come meglio credete):

    Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera
    noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte
    noi beviamo e beviamo
    noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto.
    Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
    che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro.

    Margarete egli scrive
    egli s’erge sulla porta e le stelle lampeggiano egli aduna i mastini con un fischio
    con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
    ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare.

    Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
    noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo la sera
    noi beviamo e beviamo.
    Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
    che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro.

    Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba
    nell’aria chi vi giace non sta stretto
    Egli grida puntate più fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate
    egli trae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
    voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate
    perché si deve ballare.

    Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
    noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera
    noi beviamo e beviamo
    nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
    i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi.
    Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Mastro di Germania
    grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria
    così avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto.

    Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
    noi ti beviamo al meriggio la morte è un Mastro di Germania
    noi ti beviamo la sera come al mattino noi beviamo e beviamo
    la morte è un Mastro di Germania il suo occhio è azzurro
    egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa
    nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
    egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell’aria
    egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Mastro di Germania.
    I tuoi capelli d’oro Margarete,
    i tuoi capelli di cenere Sulamith.

    Paul Celan – “Fuga dalla morte”

    Di nuovo un GRAZIE A TUTTI VOI… spero continuiate a dire, mi fate sentire meglio.

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  12. sebastiano aglieco

    C’è un passaggio musicale, tratto dalla prima “opera” di Battiato, Gilgamesh, in cui una voce elenca in ordine alfabetico tutti i musicisti della storia della musica. Li chiama, come in un appello. Mi ha sempre emozionato, perché mi ricorda quel verso di De Angelis che dice “a memoria ci saremo tutti”. Non nel senso di di un catalogo freddo e distaccato, ma nel senso di un coro; una classe di bambini, in cui ognuno è diverso e indispensabile. E non ci sono voti o giudizi che tengano. Percvhé per ognuno c’è un voto diverso. Se l’umanità è un coro, dobbiamo imparare ad ascoltarlo tutto, nelle sue più recondite armonie; anche quelle che l’orecchio umano non percepisce.
    Sebastiano Aglieco

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  13. marcos

    Mi sembra Paradise lost di John Milton, “un raduno di viti d’annate”, quando dici che “questi luoghi d’incontro (catacombali? cenacolari? – sono un prova – per riprendere il sopra)”. Io adoro Milton, e anche lo spirito di questa resistenza. Una romanticheria, certo. Ma poi perché riprendere il sopra? Per l’arididità o il disinteresse di questi tempi? Bè un po’ d’equilibrio in effetti ci vuole. Prima che ci crolli tutto addosso.

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  14. fafello

    RAFFAELE PERROTTA

    1. a ferri corti

    e se si ponesse in vita la sagacia d’una landa
    mio teatro tuo dal punto focale
    guerra vólto cesareo?
    l’impersonale dialettica degli estremi
    universante lievitare
    alla gola delle rive
    nella memoria del ritmo
    l’antico più antico
    in sistema sfiorato
    periplo rinsanguato
    al sole dell’interstizio
    dove nessuno comando divieto
    porpora
    a bramosìa di giorno
    centro e scambio delle spiagge lucenti
    si sta al magma, fiamme bizzarre
    in sì carte lacerate al gioco del prezzo-vaglio
    passo passo azzera homo hominis
    fittissimo di cicale
    fin dentro il cerchio del balzo
    (disdoro) del crimine (Cronaca) pas-
    saggio
    vraCal-a s t o d’Aro. (e fecegli novare)
    inFranco di luogo in lungo
    per la legittima di popolo signore in habitus
    e con fregi molti addiviene l’estasi del servitore
    alla fioritura; presenza invincibile del dado
    Strego, d’aspettazione
    lo stagliarsi
    imago
    vedere
    cosa, non precaria
    giardino senza divenire — significità!
    assiepamento all’abbandonarsi del fiume
    frammento
    Terminus
    prendendo a ben volere la sua cornamusa
    rischiarando con piglio il trono delle tenebre
    impressionante
    sentiero scosceso
    seduce il Canto che non abbassa la guardia
    (in) buona parte
    combattente nella mischia delle lettere
    sacrificando Ade in allucinìo

    2. sine die

    del tutto particolare

    i clarissimi osòfici discostano l’unguento
    fratrìa , «persempre» , non osta pro-
    fondo , la descrizione non descritta

    cosista gratìfica l’impianto
    Achi lo spunto tentato da credo
    a dire il presente Sor attante
    parlata nello Zaré dell’Andùria.

    mi son orchestra, di volta in volta
    buhurhando la Patetica del romanzo
    fin quando non s’abbia dato credito
    alle estetiche della individualità
    e non biologizza l’incontro col pallore
    il potere di Axiassurtidine.

    i mestieri
    i misteri
    attracco di ponte
    verderame solstizio della Chimera
    quantum digressione : al tatto
    ma i quadrati , le , appi sondare la
    : voce , ben a guardare
    la lucentezza del cigno
    fan di tutto – i libri – per l’in-
    cognita quello che cerchi
    a tono
    nello scenario dello spettro.

    3. Statement di me oso

    dirompenza paradigmatica che mette a fuoco
    il sapere delle idee déi segni.
    dirompenza paradigmatica, tentarvi di andare oltre.
    e se vocazioni attitudini nostre pur disciplinate
    a espressione non riuscissero nell’intento della forma
    allora ripiegare all’inter-pretare, all’in-
    tendere la portata di valenza del paradigma ritrovato;
    il nostro intervento deve pure refulgere di sé.

    studioso lettore appuntatore e ricercatore
    di tracce sentori sapori echi e richiami
    nell’atteggiamento dell’ascoltante,
    corposo e metafisico,
    segnato a vista da logos astratto,
    esposto alle esposizioni del drammatico dicentesi
    da voi
    con i giochi giocati e a limite non violato
    e con il sacro terrore per il monumentale delle iscrizioni.

    ‘in un certo senso’
    darsi all’avanguardia
    ciascuna volta che s’intraprenda la prova dell’incisione,
    inoltrandosi nell’avvenimento a linguaggi.

    solo in sì pericolo amato è possibile teatro

    Rispondi
  15. carla

    La poesia è nata umile, atto puro, incontaminato, così deve restare per conservare la sua autenticità….

    Lontano da ogni contaminazione, da ogni successo bramato, dal commercio, il poeta è al di sopra di questo!
    io il vero poeta lo vedo così….

    La sua invisibilità in realtà è la sua forza.

    Ciao Gian…

    Rispondi
  16. Gian Ruggero Manzoni

    @ Aglieco. Sante parole. Grazie.

    @ Marcos. Il sopra era inteso al ‘catacombale’, visto che, come termine, lo avevo già inserito in un concetto all’inizio del mio post… nulla di astruso, solo un riferimento entro il medesimo post a una aggettivazione. Milton è fra i miei preferiti: e non a caso il colonnello Kurtz-Marlon Brando, in Apocalipse Now, fil ciclopico, cita un paio di farsi dal “Il paradiso perduto”. Grazie della tua testimonianza.

    @ Fafello. Grazie per aver inserito alcune di Perrotta. Tuonanti.

    @ Carla. Sei sempre stupendamente vera nel vero. Grazie.

    Rispondi
  17. Luca Ariano

    Ringrazio Massimo Sannelli e Fafello per avermi fatto conoscere Perrotta. Approfondirò! Ma si trova qualcosa in commercio? Grazie!
    Un caro saluto

    Rispondi
  18. lorenzo

    vagamente collegato a media, marketing etc.: qualche giorno fa un’amica mi ha fatto vedere un servizio mi pare su Io Donna. erano foto DI MODA e i soggetti erano un gruppo di POETI newyorkesi (dai venti ai settant’anni). naturalmente c’erano poesie vicino alle foto (dunque c’erano poesie contemporanee su Io Donna). vi piacerebbe? lo fareste? perché? perché no? etc.

    lorenzo

    Rispondi
  19. franzk

    E’ una bella domanda.

    Gian Ruggero: bel pezzo, grazie. E grazie anche per la breve antologia con dediche che hai messo nei commenti; e quel Celan, di Todesfuge!

    Rispondi
  20. Alivento

    grazie della dedica, Gianruggero
    spero, giocando con asce, che non mi tagli le dita e la testa
    personalmente avrei preferito il canto osannante riservato a Fabry, :))
    ma tant’è, bisogna accontentarsi 😉

    Marco, ho trovato interessante il link di rimando, lì qualcuno dice non inutile il poeta, anzi sul ruolo del nostro angelo inefficace, rieporto qui di seguito definizioni e nomi ai quali ricondurle:

    “Direi che l’importanza di chi oggi si ostina a scrivere poesie, sia proprio quella di vivere senza doversi definire o chiudere in alcun ruolo. Il poeta è la negazione del ruolo, da questo punto di vista può anche essere un maestro, un modello, però invisibile”
    biancamaria frabotta

    “Credo che il ruolo del poeta nella società contemporanea sia lo stesso di sempre, e cioè quello di andare in controtendenza, di rifiutare di essere artisti sulla banalità della cronaca, di non pretendere di cambiare il mondo, ma di cercare di rovesciare i luoghi comuni e di non cedere a nessuna delle tentazioni della ribalta. Non credo che oggi ci sia un mutamento del rapporto tra la letteratura e il potere, poiché quest’ultimo non è né feroce né subdolo; naturalmente il potere persegue degli scopi che non possono essere quelli della poesia, la quale tra l’altro è troppo debole per essere di per se considerata un contropotere”
    Silvio Ramat

    “Il poeta ha un ruolo enorme, anche se nessuno lo sa. Viviamo ossessionati dalle parole, le parole della pubblicità, quelle delle canzoni, in televisione poi non si fa altro che chiacchierare per ore senza senso, quindi si avverte il bisogno di una parola pura, vera, che non sia inquinata o interessata.
    La poesia è il lingotto d’oro, che tiene la banca d’Italia a garanzia del nostro denaro, e le chiacchiere di tutti i giorni rappresentano la carta moneta, che ha un valore soltanto nell’attualità” Maria Luisa Spaziani

    “Sarebbe bello che il poeta avesse un ruolo nella società contemporanea, ma non ce l’ha.
    Più che un ruolo, che rappresenta sempre un privilegio, sarebbe importante che avesse una funzione e la funzione del poeta sarebbe quella di agitare le acque. Agitare le acque del pensiero al fuoco del sentire, del sentimento, per fare in modo che questo sentire entri in corto circuito con tutta la cultura”
    Gianni D’elia

    L’idea che il poeta sia un “agitatore di acque” non è niente male, altrimenti le acque inputridiscono, ma, se lo chiediamo ai pesci (o alle rane, rospi e girini), loro, neanche lo capiscono

    Rispondi
  21. Marco Saya

    Ciao Ali, grazie per aver ripreso il dibattito sul link che avevo segnalato. Personalmente ho trovato gli interventi di Ramat e D’elia i più esemplari. Sta, tuttavia, all’angelo seguire un certo percorso di coerenza rispetto al sistema.

    Marco

    Rispondi
  22. gian ruggero manzoni

    @ Carla. Questa per te:

    Molta follia è divino buonsenso
    per chi sa vedere.
    Molto buon senso, completa la follia.
    Ma è la maggioranza che prevale,
    in questo come in tutto il resto.
    Acconsenti? Sei sano di mente.
    Obietti? Se pericoloso, e certo
    si farà bene a incatenarti subito. 🙂

    Emily Dickinson – “Molta follia è divino buonsenso”

    @ Saya e Alivento. Grazie del link prezioso e dell’aver riportato, qui, estrapolazioni da là. Ali: solo tu puoi maneggiare asce e non finire ferita, ma riverberarti nel loro luccichio… che è luccichio di poesia, ovviamente.
    Tra i tanti validi pareri, abbraccio quello di Biancamaria Frabotta… “può anche essere un maestro, un modello, però invisibile” (questo per re-stare modesti… per volare bassi).

    @ Lorenzo. Bel quesito… ti risponderò. Ora invito anche le amiche e gli amici a farlo. Grazie.

    @ Franz. So che il vecchio Celan ti avrebbe coinvolto. Per te, quindi, questa:

    Arnica, Eufrasia, il
    sorso dalla fonte con sopra
    il dado stellato,
    nella
    malga,

    la riga nel libro
    – quali nomi accolse
    prima del mio? –,
    la riga, in quel libro
    inscritta,
    d’una speranza, oggi,
    dentro il cuore,
    per la parola
    ventura
    di un uomo di pensiero,

    umidi prati silvestri, non spianati,
    orchidee selvatiche, sparsamente,
    più tardi, in viaggio, parole crude,
    senza veli,
    chi guida, l’uomo,
    che anche lui ascolta,
    percorsi a
    mezzo, i viottoli
    di tronchi sulla torbiera gonfia,
    umidore,
    forte.

    I nomi, tutti,
    pronunciati all’indietro,
    l’ultimo, fatto re
    con i nitriti
    dinanzi agli specchi di brina,
    assediato, accerchiato
    da plurinascite,
    la fenditura sul colmo,
    che attraversa lui e implica
    te, isolato.

    * * *

    Tu giaci tutto teso all’ascolto,
    attorniato di arbusti, di fiocchi.

    Va’ alla Sprea, alla Havel,
    va’ ai ganci da macelleria,
    alle rosse stanghe di mele
    venute di Svezia.

    Arriva il tavolo con i doni,
    e gira attorno a un Eden.

    L’uomo fu ridotto a un colabrodo, la donna
    dovette andar per acqua, quella troia,
    per sé, per nessuno, per ognuno.

    Il canale della Landwehr non mormorerà.
    Nulla
    ristà.

    Paul Celan – “Todnauteburg”

    @ Per me questa:

    Dov’è la rosa che nella tua mano
    prodiga, e non lo sa, intimi doni?
    Non nel colore, perché il fiore è cieco,
    non nel dolce profumo inesauribile,
    non nel peso di un petalo. Codesti
    sono parziali e già smarriti echi.
    La rosa vera sta ben più lontano.

    Può essere un pilastro o una battaglia
    o un firmamento d’angeli o un mondo infinito,
    segreto e necessario,
    o il giubilo di un dio che non vedremo
    o un pianeta d’argento in altro cielo
    o un terribile archetipo che non ha
    la forma della rosa.

    Jorge Luis Borges – “Blake”

    Attendo, ancora, vostre parole di conforto. Confortiamoci ed esaltiamoci fra noi che intendiamo il come e il dove, meno, forse, il quando, visto che siamo sempre al solito dilemma: nel tempo o oltre ad esso?

    Rispondi
  23. GiusCo

    Aggiungo che la suggestione, anche temporale, dell’angelo inefficace, non può che portare a Luzi. Metto una sua poesia e chiedo scusa se la formattazione del testo andrà a ramengo, tuttavia funziona anche in simil-prosa.

    da Nel Magma, “Presso il Bisenzio”

    La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia
    e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro
    non so se visti o non mai visti prima,
    pigri nell’andatura, pigri anche nel fermarsi fronte a fronte.
    Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,
    mi si fa incontro, mi dice: «Tu? Non sei dei nostri.
    Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta
    quando divampava e ardevano nel rogo bene e male».
    Lo fisso senza dar risposta nei suoi occhi vizzi, deboli,
    e colgo mentre guizza lungo il labbro di sotto un’inquietudine.
    «Ci fu solo un tempo per redimersi» qui il tremito
    si torce in tic convulso «o perdersi, e fu quello.»
    Gli altri costretti a una sosta impreveduta
    dànno segni di fastidio, ma non fiatano,
    muovono i piedi in cadenza contro il freddo
    e masticano gomma guardando me o nessuno.
    «Dunque sei muto?» imprecano le labbra tormentate
    mentre lui si fa sotto e retrocede
    frenetico, più volte, finché‚ è là
    fermo, addossato a un palo, che mi guarda
    tra ironico e furente. E aspetta. Il luogo,
    quel poco ch’è visibile, è deserto;
    la nebbia stringe dappresso le persone
    e non lascia apparire che la terra fradicia dell’argine
    e il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco.
    E io: «E’ difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
    per me era più lungo che per voi
    e passava da altre parti». «Quali parti?»
    Come io non vado avanti,
    mi fissa a lungo ed aspetta. «Quali parti?»
    I compagni, uno si dondola, uno molleggia il corpo sui garetti
    e tutti masticano gomma e mi guardano, me oppure il vuoto.
    «E’ difficile, difficile spiegarti.»
    C’è silenzio a lungo,
    mentre tutto è fermo,
    mentre l’acqua della gora fruscia.
    Poi mi lasciano lì e io li seguo a distanza.

    Ma uno d’essi, il più giovane, mi pare, e il più malcerto,
    si fa da un lato, s’attarda sul ciglio erboso ad aspettarmi
    mentre seguo lento loro inghiottiti dalla nebbia. A un [passo
    ormai, ma senza ch’io mi fermi, ci guardiamo,
    poi abbassando gli occhi lui ha un sorriso da infermo.
    «O Mario» dice e mi si mette al fianco
    per quella strada che non è una strada
    ma una traccia tortuosa che si perde nel fango
    «guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi
    e accordi le sfere d’orologio della mente
    sul moto dei pianeti per un presente eterno
    che non è il nostro, che non è qui né ora,
    volgiti e guarda il mondo come è divenuto,
    poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
    non la profondità, né l’ardimento,
    ma la ripetizione di parole,
    la mimesi senza perché né come
    dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
    morsa dalla tarantola della vita, e basta.
    Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze,
    e non senti che è troppo. Troppo, intendo,
    per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,
    giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante.»
    Ascolto insieme i passi nella nebbia dei compagni che si eclissano
    e questa voce venire a strappi rotta da un ansito.
    Rispondo: «Lavoro anche per voi, per amor vostro».
    Lui tace per un po’ quasi a ricever questa pietra in cambio
    del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto.
    E come io non dico altro, lui di nuovo: «O Mario,
    com’è triste essere ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,
    né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende».
    Lascio placarsi a poco a poco il suo respiro mozzato dall’affanno
    mentre i passi dei compagni si spengono
    e solo l’acqua della gora fruscia di quando in quando.
    «E’ triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo
    e farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,
    ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato questa [sorte.»
    E lui, ora smarrito ed indignato: «Tu” tu solamente”».
    Ma poi desiste dallo sfogo, mi stringe la mano con le sue convulse
    e agita il capo: «O Mario, ma è terribile, è terribile tu non sia dei nostri».
    E piange, e anche io piangerei
    se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi ne ha veduti.
    Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo.

    Rimango a misurare il poco detto,
    il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia,
    mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.
    «Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,
    mi dico, potranno altri in un tempo diverso.
    Prega che la loro anima sia spoglia
    e la loro pietà sia più perfetta.»

    Rispondi
  24. rina

    il tempo per me non esiste, o perlomeno, non mi piace fissarlo, forse credo inconsciamente che se lo considerassi in questi termini mi sentirei “contenuta” entro un limitato binario, ed io invece ho bisogno di respirare.
    Nel tempo, vedo uno status quo
    Oltre il tempo, il respiro vitale.

    Grazie, Gian Ruggero, della magnifica poesia, un dipinto crudelmente vero ..quando la parola ha forza!

    Rispondi
  25. gian ruggero manzoni

    @ GiusCo. Un gran controcanto mi hai fatto con il vecchio Luzi. Pezzo stupendo, di una contemporaneità sconcertante. Loro: “Troppo, intendo, per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni, giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante”… al che il vecchio Luzi: “Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro, mi dico, potranno altri in un tempo diverso. Prega che la loro anima sia spoglia e la loro pietà sia più perfetta”… e quanto mi ritrovo in quei suoi amici dondolanti.

    @ Rina. Beh, che dirti che già non ci siamo in questi anni detti?
    Respiriamo… e respiriamo assieme.

    Rispondi
  26. enricodelea

    il poeta, la sua opera – è solo un flatus che per paradosso riesce a diventare un’ossessione di natura sostanziale, sub-stanziale, minerale – “tutto deve venire dalla terra” (Costantin Brancusi)
    – grazie per la tua riflessione ( e per Celan)-

    Rispondi
  27. gian ruggero manzoni

    @ Enrico. Il citarmi Brancusi non può che sortire un ringraziamento a te.

    Flatus… così già scrissi in funzione della significanza: “Per il conoscitivista la ‘cosa’ nominata, per venire ‘conosciuta’, dev’essere una cosa fisica o una caratteristica in essa isolata per astrazione. Così però, se gli riesce sempre di giustificare le parole che si riferiscono a ‘cose’ fisiche, […] cosa accadrà quando voglia cercare il corrispettivo di ‘il’, ‘un’, ‘e’, ‘o’, ‘per’, suoni-grafie che […] non designano alcunché di fisico, bensì categorie mentali, rapporti? Si verrà a trovare davanti a parole che non designerebbero niente, […] che sarebbero ‘vuote’, ‘flatus vocis’, ‘cose’ nominanti prive di ‘cosa’ nominata? Il che evidentemente è contraddittorio e rende impossibile una descrizione omogenea del linguaggio come un tutto
    designante…”. Ecco, reputo che uno dei massimi compiti del poeta sia, anche, dal punto di vista linguistico, il porsi ‘sonoramente-concretamente-fisicamente’ fra un’impossibilità di descrivere-dire e il ‘senso’ (l’immagine, la visione e, perché no, il concetto) che si vuole trasmettere. Il poeta è punto di congiunaione anche in/per questo.

    Rispondi
  28. Luca Ariano

    “se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi ne ha veduti” Questo verso di Luzi mi ha sempre lasciato un po’ basito. L’ho interpretato come un Luzi austero un po’ arrogante che dà lezioni di umanità ai partigiani combattenti!Lo interpreto male io? Mi ricorda un po’ il Pavese de “La casa in collina”, solo poi il tormento di Pavese, assieme ad altri tormenti lo portò all’autodistruzione. Rispetto ad un Fortini o ad un Gatto che hanno fatto direttamente la Resistenza questa visione di Luzi mi lascia un po’ così, quasi sconcertato…
    Un caro saluto

    Rispondi
  29. Luca Ariano

    Rileggendo questo mio ultimo commento mi è venuto il dubbio che qualcuno potesse equivocare. La mia stima per l’intelletuale e poeta Luzi è grande (pur non sentendolo così affine come altri della sua generazione) però c’è in quel verso qualcosa che non mi fa scorrere la poesia che per altro è una delle vette luziane. Così come tutta la raccolta “Nel magma”

    Rispondi
  30. gian ruggero manzoni

    @ Luca. Beh, Luzi si sa, non era certo comunista. Nella sua sopra lo scegliere ‘compagni’ invece che ‘amici’ è indubbiamente voluto. Cmq resta il fatto che espresso il suo giudizio riguardo certe posizioni, anche se poi, e giustamente, si rivolge ai posteri per tirare le somme, infatti la frase è: “Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro, mi dico, potranno altri in un tempo diverso” (e si sa come sono andate le cose… infatti bisognerebbe riprendere tutto in mano e ricominciare da capo ad analizzare, ma questo avverrà solo fra un paio di generazione, quando i rancori, gli odii, i pregiudizi forse saranno infine scomparsi… ora ci sono ancora tanti viventi che hanno vissuto quel periodo… impossibile cercare di far chiarezza in toto) – quindi, Luzi, procede riallacciandosi al suo essere cristiano, che non lo ha fatto combattere, cioè non lo ha fatto spargere del sangue (questo no di certo), ma, coerentemente, gli fa dire: “Prega che la loro anima sia spoglia e la loro pietà sia più perfetta”… (al che io ho aggiunto: e quanto mi ritrovo in quei suoi amici dondolanti… – visto che a posteriori molto ti risulta più chiaro, o, almeno, così a me è successo a seguito, anche, delle tante traversie).

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  31. giusi

    La pietra miliare del focolare

    Giunsi al tuo capezzale
    mamma
    dove pietra miliare
    più bella non vidi;
    parve soave
    la tua dolce
    essenza profumata.
    Rosa angelica,
    sfogliata nei petali;
    la pioggia di stelle
    del manto tuo oscuro
    ansimava il dolore del tempo;
    non aspetterò
    che la luna
    oscuri la tua immagine
    dolce ed eterna figura
    del mio focolare,
    resterai sempre accesa
    nel mio cuore”!

    Rispondi
  32. giusi

    Vento d’Agosto

    Prendimi
    per mano vento
    D’agosto…
    Questa materia
    sente di non esistere più
    Prendimi
    Come uragano
    nebulizzando la mia forma
    Scomparsa dal dolore
    Portami
    lontana dove il tempo
    Non sibila più parole
    Dove la luce
    È fonte di calore
    Perché qui ho tanto freddo
    Ho bisogno di Dio…

    Rispondi
  33. giusi

    La danza delle anime nel vento

    Danze di anime
    Nel vento
    Diventa
    sibilio di nuvole;
    Inerme cancello
    Sotto
    Frecce di cupido!

    Freddo corpo
    diventa cerebrale;
    non sono più
    ciclo di emozioni.

    Vento …
    roccaforte assente
    del mio dolore;
    è prato
    di fiori colorati
    il mio Essere!

    Rispondi

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