di Linnio Accorroni
“Gran giardiniere, oltretutto: il giardinetto segreto della Vergine, nell’Annunciazione di Recanati (altro che borgo selvaggio), pare un modellino dell’arte topiaria di potare e sagomare gli alberelli estensi e gonzagheschi”. Così un Alberto Arbasino in stato di grazia, annata 1998, a proposito del giardino che fa da sfondo immoto e perfetto alla convulsa scena narrata da Lorenzo Lotto (1480-1557) nell’Annunciazione conservata oggi nella Pinacoteca di Recanati.
Il quadro celeberrimo del Lotto lo conosciamo tutti: c’è una Madonna quasi spaurita che fugge, ritratta senza alcun orpello estetizzante, ma con sobria semplicità: è una contadina della campagna marchigiana che, inaspettatamente, viene a essere coinvolta da un evento incomprensibile e misterioso, sicuramente più grande di lei e della sua semplice quotidianità. Sul suo volto ritrosia, gioia rattenuta e paura si danno battaglia. Fugge, con lo stesso moto precipitoso e spontaneo con il quale anche il suo gattino schizza letteralmente via, perché intuisce che quel Dio, che “come un tuffatore alla Leni Riefensthal” (ancora Arbasino docet) fuoriesce di tre quarti da una nube baroccheggiante, è venuto proprio a sconvolgere la quiete calma della sua esistenza. Fugge perché persino l’angelo annunciatore, bellissimo e muscoloso, in posa plastica con giglio d’ordinanza, sembra smarrito almeno quasi quanto lo è lei. Infatti la mano dell’annunciante, rivolta verso l’alto, sembra voler addossare a quel Dio doppiamente nemboso la colpa di questa sconvolgente irruzione nell’altrui quotidianità e domesticità. Tutto lascia supporre infatti che la cura ordinata e meticolosa che contraddistingue sia l’interno (la stanza da letto con la cuffia per la notte, l’asciugamano per l’igiene del risveglio mattutino, la candela per la lettura dei libri che non possiamo altro che immaginare sacri e devoti ) che l’esterno (la spalliera di rose , il pergolato con l’intrico profumatissimo dei gelsomini) di questa modesta dimora verrà spazzata via da questa folgorante irruzione. Un evento percepito come epocale non solo per la vicenda privata di questa Maria fragile e pudicissima, ma per l’umanità tutta.
Chissà quali e quanti giardini marchigiani il malinconico Lotto (“Solo, senza fidel governo et molto inquieto de la mente” così di se stesso scriveva nel testamento del 1545) aveva lungamente contemplato per dipingere questo straordinario olio: infatti, secondo le più recenti indagini, questa tavola è stata composta in loco, attorno all’anno 1534, quindi nell’ultima crepuscolare fase della vita di questo artista, singolarissimo e inquieto Ma, nonostante siano passati secoli, quel magnifico scorcio di arte topiaria che brilla sullo sfondo del quadro di Lotto chi vive dalle nostre parti ha il privilegio di poterlo contemplare, quasi quotidianamente, de visu. Così, per chissà quali bizzarri corto circuiti, in tempo d’alluvione attorno alla metà di settembre, quando per colpa degli uomini (leggi dissennata politica del territorio) più che della natura è stata devastata una porzione tanto consistente di territorio marchigiano, non ho pensato alle case, alle fabbriche, ai negozi, ma a certi appartati, musicali giardini marchigiani, eredi, in un certo senso, della grazia tanto efficacemente ritratta dal Lotto. In quei giorni, mentre con difficoltà a Osimo e dintorni si tentava di ripristinare una qualche parvenza di “normalità”, pensavo alla distruzione subita da queste oasi di pace e armonia vegetale, pensavo a come, in poche ore, la cura assidua e paziente, la dedizione assoluta di chi li cura e conserva era stata vanificata, sconvolta dalle ondate di fango e pioggia.
Tutti abbiamo visto quei giardini che pullulano qua e là, anche in piena città, spesso incastonati in scorci improbabili, sottratti all’asfalto e al cemento e ritagliati in pochi metri quadrati di terra, in cui miracolosamente convivono, con una simmetrica armonia che ha del miracoloso, fiori e arbusti, rampicanti e alberelli. Giardinetti che danno allegria, spesso assediati e minacciati da muri e cemento, ma che riescono, nonostante tutto, a farsi largo e trovare un loro peculiarissimo modus vivendi, scampando alla furia selvaggia della devastazione urbanistica che, lentamente, ma inesorabilmente, sta devastando la primigenia bellezza del nostro territorio. Un cupio dissolvi che ha le stigma della modernità e della mercificazione.
Il mai troppo compianto Franco Scataglini aveva individuato proprio nel “giardì” un luogo di bellezza sorgiva ad alto tasso di simbolicità; in una sua bellissima poesia un padre, che ci piace immaginare pudico e ritroso quanto lo era la Madonna del Lotto, dona al figlio un pezzo di terra che è soprattutto un topos, un luogo dell’anima intimo e riservato: “C’è chi lascia un poema/ e chi non lascia niente/ perché esse muto è ‘l tema/ de vive, in tanta gente./ Però te m’hai ingannato, / vecchio, e pe’ non morì/ muto com’eri stato,/ m’hai lasciato un giardì”. Ma non va neppure dimenticata l’amara riflessione che un altro illustre figlio della Marca anconetana, l’economista-causeur Geminello Alvi, ci consegna nel suo “Uomini del Novcento”: “Le Marche è il nome della regione d’Italia più noiosa, quietamente occupata solo a bastarsi con prudenza”. A pensarci bene, infatti, i nostri giardini tanto belli e profumati sono tutti, nessuno escluso, delimitati da fitti reticolati di siepi, o da muri massicci e invalicabili, sbarre e inferriate, divieti d’accesso o di sosta, monitori “cave canem” o “proprietà privata”, palizzate e cancelli. È come se chi vi abita ricordasse, attraverso l’ergersi di queste cortine e limiti, che tanto scialo di colori e profumi non va condiviso, che esso appartiene in esclusiva solo a chi ha la ventura di risiedere lì, e che, quindi, la proverbiale terragna diffidenza, la nostra attitudine a “bastarci con prudenza” che da sempre ci ha contraddistinto, fino alla caricatura e alle barzellette, anche in epoca di globalizzazione e di rottura delle frontiere, è ben lungi dall’essere scalfita.
(Pubblicato su “Il Corriere Adriatico” – 28.01.07)


Mi ha sempre sorpreso, girando per Marche, Umbria, Toscana, Emilia, come il paesaggio sia proprio lo stesso che ritroviamo nei quadri degli artisti, da Giotto e Piero in poi: la vegetazione, come qui si ricorda, e anche la forma del terreno, la rotondità dei rilievi. Perfino la forma delle nuvole. Nonostante il disastro ambientale.
Io che vivo anche nelle Marche non posso che apparezzare.
apprezzare (sic!) – ah, a Fano ci sono 3 Perugino da urlo in Santa Maria Novella.