La signorina Quasimodo

Che cosa si dice veramente quando si dice «non sei un uomo, sei solo un poeta», «è immorale scrivere tanti libri»? Nel primo caso ha parlato un giovane – che scrive poesie – offeso dalle parole di un quasi coetaneo, che scrive poesie, e che gli ha fatto notare certi comportanti un po’ troppo virili, un po’ troppo animaleschi e meccanici; nel secondo caso è un altro giovane – che è docente –, in biblioteca, mentre guarda i molti volumi delle opere complete di Artaud – del grande Artaud, dell’amato Artaud… (ma non è di questa grandezza, di questo amore, che ora bisogna parlare). In primo luogo, si parla di una cosa che fa paura: la poesia SEMBRA parassitare la vita, i sentimenti, e l’io, e isolare l’«animale sociale»; e il parassita, attivo per trent’anni e in trenta libri, separa i «vivi» – per i quali vivere è, anche, compiere determinati atti – dal poeta che «non vive», perché non si rende riconoscibile in quegli atti.

Una parte di vero esiste, come in ogni luogo comune: e lo testimoniano i cadaveri di poeti che occupano – e forse lo denunciano dall’interno – il Novecento; perché ogni morte ha dichiarato con forza che nella vita di Berryman o di Plath c’è qualcosa di letteralmente insopportabile: o il peso della vocazione a scrivere a livelli di eccellenza o l’intoccabilità dell’ALTRA vita (quella di chi non è certo più felice, ma si attacca alle sue cose, grandi o piccole, e dice: è immorale scrivere tanto, tu non sei un uomo, ecc.). La poesia è il parassita della vita? In realtà i poeti hanno sempre scritto un’altra cosa: «muoio e vivo», così, nello stesso tempo. In realtà la vita non coincide con le sue azioni, anche se sono le azioni a riempirla e a creare, a livello pubblico, la visibilità dell’agente. In caso contrario, bisognerebbe trarre la conseguenza, immonda, che ci sono vite – i neonati, i malati, gli handicappati psichici, ecc. – «indegne di essere vissute», secondo il gergo nazista, perché non possono realizzarsi nell’azione (e nei comportamenti conservativi – cibarsi bene – e riproduttivi: fare sesso, farlo tanto, e dirlo molto). Ma se la vita è degna di per sé, e non sono le sue azioni a giustificarla, la vita del poeta non è meno vitale e degna. E’ forse meno biologica e meno forzata, quindi meno automatica; e si nutre di materia – come ogni vita – e di non-materia. A volte – a volte – per povertà o per dimenticanza, si sazia in modo immateriale, e dimentica il cibo (Dickinson, poem 1282; «Mentre aspettavo (dico) / Il mistero del Cibo / Si ingrandì e abiurai / E ceno priva Come Dio –»). Insieme, abbraccia e ridimensiona il concetto di TEMPO.Chi scrive consapevolmente sa che un martello, un ago, un chiodo, una ruota hanno avuto e avranno sempre, più o meno, la stessa forma; un testo no, perché non c’è nulla di più deperibile e trasformabile del linguaggio, compreso il nostro. Il linguaggio non è un utensile, ma una dimostrazione di identità, soprattutto in poesia. Chi scrive consapevolmente sa di dedicare la vita – attenzione: la SUA vita, non la tua – a qualcosa che potrebbe non rimanere, e che tra sole due o tre generazioni suonerà arcaico, in tutto o in parte, per sintassi e per lessico (il «notajo» di Pirandello e la «ghitarra» di Pasolini). Lo fa sapendo che la stessa lingua nazionale potrà spegnersi come quella di Adamo, prima o poi. Così il tempo privato in cui si scrive è sia una sfida al tempo totale sia l’accettazione, umile, di un tempo immensamente maggiore di tutti i viventi. La vulnerabilità dei poeti è legata anche a questa percezione più raffinata del tempo, «fino all’ultimo grido»: sanno in che cosa sono immersi, con che cosa lavorano e con quali prospettive.

Fine narrativa e lacrimosa, con sorriso in coda. Una ragazza malata frugava nell’immondizia a caccia di libri e si emozionava anche sull’enfasi di Solo che amore ti colpisca di Quasimodo, letto in biblioteca. Era poesia e le bastava. I suoi problemi – rispecchiàti e amplificati dalla sua famiglia – le impedivano di socializzare, perciò era sola, fino all’eccesso; tentava di scrivere poesia, con tutta l’ingenuità dei sedici o diciotto anni (per la stessa ingenuità si commuoveva su Quasimodo o sui poemas de amor di Neruda). Io credo che dire a quella ragazza «tu non vivi», «sei solo un poeta» sia come aiutarla a morire per il gusto di ripetere, dopo, che «non ce l’ha fatta… poverina». E glielo diremmo per aiutarla, «per il tuo bene», o perché la consideriamo inferiore a noi – i vivi? Eppure sono le trombe e i tromboni di Quasimodo e di Neruda – «ricordati che puoi essere l’essere dell’essere» – ad impedirle una soluzione troppo drastica della sua vita (attenzione: della SUA vita). Poi è andata «di sollievo in sollievo», e vive ancora. Non scrivo sempre così pianamente, come chi racconta una favola ai bambini. Quando lo faccio, è per chi assomiglia alla signorina Quasimodo, e forse è ancora molto giovane e deve capire in tempo il tempo, per non cedere e non farsi tentare. E vivete felici.
massimo sannelli

31 pensieri su “La signorina Quasimodo

  1. enricodelea

    Il poeta è un fingitore / finge così compiutamente / che arriva a finger che sia dolore / il dolore che sente veramente (F. Pessoa) – non so quanto sia pertinente questa citazione,
    cmq complimenti per il pezzo, che condivido “toto corde”…

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  2. chiara c.

    la vita di ciascuno, non solo quella del poeta è tutta un andare incontro al nulla tentando di lasciare una traccia, un segno, un ricordo. ciascuno di noi non vale nulla quando si riempie di cose, fatte, da fare, desiderate possedute, e non vale neppure quando non desidera più alcunchè e si lascia trasportare dal tempo che non può possedere e che lo possiede, nè quando sfida il tempo che lo inghiottirà o lo ha già inghiottito senza che se ne rendesse conto scrivendo per se stesso o per chi lo leggerà.
    fare poesia è solo un modo come tanti forse più alto, sublime, o forse folle di fare qualcosa per procrastinare la morte che ci sta accanto dalla nascita o per morire nello scrivere, dolcemente, senza violenza verdesi morire in un testo che non è noi stessi e che vorremmo fosse immortale, ma che come tutto ciò che è umano è destinato all’estinzione.cosa resta del poeta sommo? un nome, pagine e pagine e nient’altro, una memoria eterna e il freddo della tomba.
    vivere è una follia così come morire , il dolore della vita non risparmia nessuno, altrimenti perchè ci affanneremmo tanto? fare fare fare, scrivere scrivere scrivere, che differenza c’è fra chi si uccide sballando e chi cerca di dimenticare la sua sorte nell’arte? siamo noi a dare un valore ad uno sballo o all’altro, ma entrambi derivano dall’angoscia della solitudine, anche quando questa è ricercata, portata come un vessillo. la poesia non salva nessuno, perchè nessuno è salvo una volta nato. siamo carne da macello anche quando questa carne si trincera dietro un fare aulico, prima o poi sarà cibo per i vermi e nulla più.

    scusate lo sfogo. non volevo presentarmi così, è la prima volta che scrivo e forse ho scelto il modo sbagliato. ma è quello che penso.

    quanto al vivere felici, è un bell’augurio, ma è come dire ti auguro di non morire mai : impossibile
    chiara

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  3. massimo sannelli

    a Chiara C.
    forse nemmeno del “poeta sommo” resta più di tanto, se sullo stesso Dante non c’è stato un giudizio sempre unanime (per Pound, Cavalcanti è anche più grande di Dante; per Gombrowicz Dante è semplicemente un fallito; per Venditti non è chiaro se sia «uomo libero» o “servo di partito”…). quanto alla follia: secondo me lo è tutto e NELLO STESSO TEMPO non lo è nulla. ho sempre questa impressione dialettica, da tempo (e mi ha aiutato nei tempi della depr. nera): tutto è come è e sembra, e tutto è assolutamente diverso da come è e sembra. mi ha sempre colpito un fatto: il credente convinto vede Dio persino nell’ago perso e ritrovato («la Provvidenza!») sul pavimento; l’ateo convinto non vede Dio nemmeno nel sorgere del sole. quando si scrive (quando scrivo) si tende ad assumere una posizione, bianca o nera; mentre le sfumature si perdono… leggo Leopardi e mi dico: ha ragione. leggo un poeta cristiano e mi dico di nuovo: ha ragione. faccio fatica a considerare la Verità come un monumento (in questo caso sarebbe un idolo); preferisco pensarla come un albero ramificato, se devo visualizzarla. oppure preferisco pensarla come un Nulla, paradossale e pieno, e comunque maggiore di noi. scusa il delirio…

    “vivete felici” è una citazione: un saluto usuale nelle antiche prefazioni degli autori e degli editori, e si trova fino al Settecento, credo. non lo dico mai, ma per queste “scuole” lo uso sempre, non so perché, fin dal primo giorno. Emily Dickinson (mi) ha insegnato che il peso di una sola “sillaba pronunciata” è tale da schiacciare la bocca umana che la pronuncia. ti ho risposto sùbito, perché indovinavo o immaginavo ferite che meritano una risposta – una parola che, se sbaglio, può schiacciare la mia bocca. Grazie a te

    massimo

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  4. Chiara Daino

    Da Chiara D. a Chiara C.,
    Tu scrivi: «fare poesia è solo un modo come tanti forse più alto, sublime, o forse folle di fare qualcosa per procrastinare la morte che ci sta accanto dalla nascita o per morire nello scrivere, dolcemente, senza violenza verdesi morire in un testo che non è noi stessi e che vorremmo fosse immortale, ma che come tutto ciò che è umano è destinato all’estinzione.cosa resta del poeta sommo? un nome, pagine e pagine e nient’altro, una memoria eterna e il freddo della tomba».

    Che cosa resta? La Vita, Chiara, la VITA!
    La Memoria è eterna, ma l’Essere Umano ha la memoria corta (altrimenti non si spiegherebbe il perseverare nei medesimi, millenari, errori).
    Quando si Opera nell’Arte (in tutte le Arti) e si opera per gli altri, si opera un cambiamento.
    Nel momento in cui un autore non compone più solo per se stesso (come sfogo, terapia, distrazione, et cetera) e si rivolge ad un pubblico – si fa portavoce di un messaggio di cui è responsabile.
    La Fine è certezza, per tutti. Il Fine del singolo, qual è?
    Chi ti scrive, non sa tacere: io ho visto. E ho scritto perché Credo fermamente nel potere della parola. Che FA la differenza [Est problema, post phonema: il Nome è confine – e lo “stato” si concreta!]
    Rimanere o non rimanere nella Storia è un dettaglio, rispetto al rimanere fedeli a se stessi – e dire, dipingere, suonare, performare un secco NO! Agire e Reagire. Per chi? Per sé e per gli altri. Se avrai aiutato anche solo una persona in crisi, se non avrai chinato la testa sotto la minaccia della frusta, se hai pensato al mondo che lascerai ad altri “te”, non avrai vissuto invano. Anche un singolo “grazie” sarà Eco che rimane.

    La Morte non si procrastina, si vince, vivendo.

    Un abbraccio
    Chiara

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  5. antoniodiavoli

    “La memoria è corta, signori, solo un’ala di farfalla e tutto si spegne dolcemente. Non l’eterno. E i millenni sono un soffio di polvere su una zolla”

    Del resto di tutti questi libri (Omero e Lautréamont), dei capolavori di pittura e musica (Michelangelo e Michelangeli), alla fine non resterà nulla- alla FINE, se non atomi di polvere (s)composti in altre forme sconosciute-.
    Ed è consolazione che di tutte queste vite non resti vaga una memoria -figuriamoci l'”eterna”- , se già non può esserci il dettaglio di tutto ciò che ha reso prezioso questo tempo. Eppure oggi tutto ci sembra così certo nella nostra miopia del paesaggio: anche a luce spenta, sappiamo ogni notte che lo yogurt è nel frigo, nel posto dove lo abbiamo lasciato, l’auto tra le strisce del parcheggio e ci basterebbe vincere la pigrizia al freddo per verificarlo: facendo un po’ di luce. Ma tutto allora, sarà poi ciò che ancora non è: un dato perso per l’Universo. E noi saremo persi in lui, come prima di esser nati e dopo. Chi sa dire quanti fili d’erba erano nel vaso sul mio balcone il 12 Luglio del 2003? Nessuno li ha contati e quello è un dato perso. E anche immaginarli – ché certo, potevano pur esserci 37 o 13 foglie d’erba- fa solo parte dell’immaginabile – e non è poco, ma non aggiunge verità alla perdita.
    Certo, raggiunto lo spegnimento delle stelle, il sacro ardore che alimenta i cuori di miliardi di soli, spento tutto o -secondo altri- ricomposto tutto come *doveva essere in principio* questa *vicenda* sarà una pellicola nera che continua i suoi scatti nel proiettore, senza spettatori. Senza remasugli: la Terra non sarà che polvere su zolla e non ci sarà segno di una sola goccia di colore, suono di una sola nota. Se poi la parola come (o diversamente) dal numero continuerà a sussistere, non sarà in mente umana. E tutto si potrà da capo (ri)scrivere, senza il rischio di un neo-classicismo, di una trasandata tans-avaguardia, senza i *pre*, i *post*, qui senza le premesse o le conseguenze. Tutto nato vergine da capo, finalmente senza memoria.
    AD

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  6. Chiara Daino

    Importa quanti erano i fili d’erba? O importa con quanto verde ti hanno innaffiato gli occhi? O quanti versi ti hanno ispirato mentre ascoltavi il lento bere delle radici che sfamavi?
    Sappiamo dove trovare lo yogurt, ma il calore di un abbraccio vero – non si surgela e non si parcheggia.
    Non è forse questo il dato certo di cui abbiamo bisogno – e che NON abbiamo?
    Ci sono dati e dati: darsi e donarsi, più che perdersi è -trovarsi, non credi?
    Nell’oggi che è (così com’è – ma è).

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  7. Marina Pizzi

    “Tutto nato vergine da capo, finalmente senza memoria.”
    AD:
    questo, nella nostra finitudine perfida, è il solo – esclusivo – dato se la terra resisterà e chissà, altrimenti, di noi in un altro spazio concesso o dato tramite la bella scienza, bella per/con la carità del cervello finito.
    marina

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  8. fabry2007

    bella discussione. curioso: in un mio articolo su nazione indiana avevo parlato proprio dello yogurth in frigo (forse Franz può ricordare le coordinate). secondo me è nello yogurth che si gioca tutto: se è condiviso, resta; se è custodito gelosamente dai cucchiaini altrui, finisce in un inevitabile nulla.
    saluti a tutti.
    fabrizio

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  9. antoniodiavoli

    Concordo con te Fabrizio -al di là della coincidenza del frigorifero-. Del resto se delle cose si parla, si dà in questo una condivisione, al di là del gioco di metafora o del sigillo di parola.
    Proprio oggi ti ho scritto della mia assenza -in scrittura qui, non in lettura-. Il tema del tempo e della memoria non potevano però lasciarmi indifferente. Dopo tutto, la riflessione eliotiana nei Quartetti contiene un tema forte che si può ricollegare al problema posto dalla relatività all’inizio del secolo (si pensi all’attacco di Burnt Norton o il quinto movimento), anche se, in questo caso, il filtro è stato con ogni probabilità Bergson, con la sua analisi dell’articolo di Einstein in “Durata e simultaneità”. Ancora, il contrasto tra cubicità e verso libero di cui parla Amelia Rosselli subisce il fascino – un po’ confuso ancora ai tempi – di certe teorie fisiche. Il discorso che porta alla fine di tutto è oggettivo, non certo per il tempo delle nostre vite e di quello di moltissime generazioni ancora, ma è un tema che -tardi- entrerà anche nell’arte. Ora siamo ancora troppo giovani -tutti- per rendercene conto. Anche secoli di poesia nelle ossa sono nulla a confronto. E allora, sino a che dura, ci consolino bellezza, il canto, la proporzione e il colore, questa beata finitudine accettata senza rancore. Ai nostri occhi, certo, diecimila anni sono già una piccola eternità.
    Del resto

    If Time and Space, as sages say,
    Are things which cannot be,
    The sun which does not feel decay
    No greater is then we.
    So why, Love, should we ever pray
    to live a century?
    The butterfly that lives a day
    Has lived eternity.

    e pure

    This is the way the world ends
    Not with a bang but a whimper

    e pure tutto, tutto il resto. Che verrà.

    Rispondi
  10. gianfry

    Ma chi dice che il preambolo iniziale sia degno di validità oggettiva, caro Massimo? Spero nessuno, perché a me sembra proprio il poeta, colui che riesca a “rendersi riconoscibile negli atti” del resto dell’aumanità. Il poeta scrive versi (nodi di pensieri narranti l’altrui esistenza) come il fabbro forgia metalli. Cosa c’è di differente nei due individui presi ad esempio? Uno “fa” la vita attiva; l’altro (il creativo) gliela rappresenta. Quale concezione nazi-fascista può abbassare la dignità del fare poesia? Perché la discriminante? Il poeta rimane, nel migliore dei casi, sulla superficie della memoria collettiva solo per qualche generazione posteriore? Bene. Perché, gli altri cosa fanno? Quanto rimangono impressi nella mente delle generazioni? Per una gran fetta di loro, neppure il tempo della decomposizione del cadavere. Quindi? Tu dici giustamente: “Rimanere nella Storia è un dettaglio, rispetto al rimanere se stessi” : sono d’accordo. Ma , ripeto, tra le due parti (la discriminante e la descriminata) chi rimane “un po’ di più” è proprio la seconda. Non sarebbe meglio ribaltare i ruoli (semmai)? O, perlomeno, non sarebbe meglio equiparare tutti gli esseri umani ad un medesimo grado di dignità?

    Bel post, il tuo, mio caro amico.
    Ti abbraccio,
    Gianfranco

    Rispondi
  11. rina

    Finalmente qualcuno che tocca un problema, che nasce da punti di vista differenti, anzi, da ottiche contrastanti. Ma poi, chi ha veramente ragione? Io opto per il poeta che scrive un’ora, due, tre, e si scorda che è l’ora di cena…
    Chi non è portato alla scrittura come -forma di vita- è convinto che vivere consista -solamente- in azioni concrete, e di concreto c’è poco in chi “perde tempo” a scrivere.
    Come considera il tempo chi scrive? Lo vive intensamente, senza subirne l’ossessione, come si trattasse di eternità, in contrapposizione a chi lo utilizza(..) al massimo, più consapevole forse della sua fugacità.
    E come Catone a ogni occasione:..inoltre io penso Cartago etc. etc…, scusate se mi ripeto, ma son convinta che chi scrive, nel momento in cui lo fa, VIVE.

    Un carissimo saluto a Massimo Sannelli

    Per Chiara C.
    Non sono niente.
    Non sarò mai niente.
    Non posso volere d’essere niente.
    A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo..
    Fernando Pessoa

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  12. fabry2007

    “In realtà la vita non coincide con le sue azioni, anche se sono le azioni a riempirla e a creare, a livello pubblico, la visibilità dell’agente”.

    Jung diceva la stessa cosa, a ragione, secondo me. è lo stesso motivo per cui certi infelici proiettano sugli altri la propria enorme tristezza e solitudine. si rimpallano i vuoti, da una parte all’altra di un cranio provato, logoro.
    grazie, Massimo.
    un saluto a tutti
    fabrizio

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  13. francescamatteoni

    Direi che avete ragione tutti, ognuno nella sua lingua, Massimo per primo.

    Il tempo è fatto per essere perso – non esiste nella vita niente che sia davvero utile – a cosa e a chi poi? – è l’inutilità, il sapersi disperdere il bene più prezioso, mentre il valore non è in quello che si sceglie, ma nello scegliere. E la poesia è solo il frutto di una scelta o di una vocazione (che si sceglie però), così come lo è la geologia o l’arte di strada. Poi a volte è pure un cancro, che mentre si moltiplica, storpia e risucchia una solitudine, ma nella stessa misura in cui lo è qualsiasi cosa in cui si vive consapevoli. I poeti ogni tanto dovrebbero fare i lavapiatti e i lavapiatti dovrebbero sentirsi poeti. Perché sono due diverse concretezze che danno la giusta misura, permettono ai primi di non affogare e ai secondi di toccare un suolo dentro l’acqua o viceversa. Per dire dell’uomo si dovrebbe interrogarci su che creatura siamo noi e cosa sono gli altri, con lo stesso rispetto – chiedersi di chi sceglie e chi non sceglie mai, prima di giudicare le decisioni, le strade percorse. Perché quello che ne segue è sempre un proiettarsi nell’oltre, affermandosi per negazione, per parcellizzazione: noi siamo consumati. Come nel fare l’amore si raggiunge il punto estremo quando si vuole essere l’altro, non più noi – e si ha molta fame e ci si accorge che non si divora, ma si è divorati. O come nell’educare un bambino, nel passarci del tempo insieme, nel “dare” reale a chi il futuro lo è, diventiamo un guscio spolpato nella sua sostanza: cosa c’è di più definitivo e al tempo stesso gioioso, io non saprei.

    E’ vero, come dice Massimo, anche troppo, che il linguaggio è identità – ma lo è per sottrazione, ci costringe, ci diminuisce, in una parola unica eppure insufficiente al momento in cui viviamo -che resta (è un bene sicuro, come diceva Yeats) perché sa farsi per altri desiderio, mentre noi continuiamo con ostinazione a volere.

    Forse l’unica cosa che conta e che fa una personalità è sapere alla fine che si rifarebbe tutto nel solito modo, senza nessuna voglia di conservarci, tutelarci: gli stessi errori, le stesse parole avventate, gli stessi amanti sbagliati, le stesse piccole vittorie, gli stessi dubbi ancora e ancora. Facendo sì che resti la vita (quella che ci preme addosso), dove e quando non restiamo più noi.

    Vi metto dei versi (tradotti, anche se Yeats in traduzione è tremendo) del poeta che la vita l’ha salvata a me, in molti sensi e senza retorica. Perché dice tutto questo molto meglio ed io non riesco a leggerlo senza commuovermi. E mentre lo leggo la differenza tra umanità e poesia svanisce, sono crude e forti l’una nell’altra.

    Me stesso. Un uomo vivente è cieco e beve il suo sorso.
    Che importa se i fossati sono impuri?
    Che importa se dovrò vivere tutto ancora?
    … Sono felice di rivivere tutto ancora
    E ancora, anche se fosse vita da gettare
    Tra quella progenie di rane del fossato di un cieco,
    Un uomo cieco che si scontra con uomini ciechi;
    O in quel fossato fecondo più di ogni altro,
    La follia che un uomo compie
    O deve sopportare, se corteggia
    Una donna fiera non affine alla sua anima.
    Sono felice di seguire alla sua fonte
    Ogni evento nell’azione o nel pensiero;
    A misurare tutto; a perdonarmi tutto!
    Quando uno come me si libera del rimorso
    Una tale dolcezza scorre nel petto,
    Che dobbiamo ridere e cantare,
    Da tutto siamo benedetti,
    Ogni cosa che guardiamo è benedetta.

    (W.B. YEATS Dialogo dell’anima e dell’io).

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  14. gladys sica

    Una tematica profonda, sono venute fuori le tante sfumature del “fare poesia” e di più.
    Sono tentata da dire qualcosa oggi prima di mettermi a dipingere, qualcosa che io ho capito nel tempo: non conta tanto “che cosa si fa” quanto “come si fa”, come si vive e che cosa produce in ognuno.
    I mezzi, il cammino, l’intenzione sopra i fini, i risultati, i frutti.
    Il percorso di coscienza sopra le apparenza esterne.
    L’importante è fare con totale e sincero coinvolgimento delle parte più intimi di noi ogni azione, il resto o sia il risultato pubblico o materiale sono da offrire alla vita o a dio o al destino.
    Niente è più nostro che la nostra coscienza e da lì che possiamo attingere le forze che ci sorreggono; dopo se anche all’esterno questo si nota e coincidi, meglio ancora, ma la nostra attitudine, sempre secondo me, deve cercare di non essere influenzata, di rimanere distaccata e coerente con la nostra anima.

    Un caro saluto.
    gladys.

    Rispondi
  15. massimo sannelli

    care e cari… intanto scusate la semplicità, anche eccessiva, di questo post. i vostri commenti sono più precisi e lucidi del mio testo. tutto nasce da situazioni vere o verosimili (il collega che – pur essendo docente, attore e musicista – giudica Artaud un ‘amorale’ per i troppi libri, ecc.). e poi si perde la misura (anche critica, ma non solo): perché se c’è un artista in cui la scrittura non è rinuncia, ma pienezza, è Artaud (è, soprattutto, un ATTORE E REGISTA: cioè un uomo abituato ad estendere la realtà, a partire dalla sua stessa fisionomia e dal suo corpo). eppure: anche tra ‘intellettuali’ (ma la parola non mi è mai piaciuta) c’è una strana diffidenza verso ciò che non è considerato ‘vita’. non si tratta più della polemica tra impegnati e disimpegnati (non si tratta più di scegliere se imboscarsi, diventare partigiano o diventare repubblichino; né di scegliere se restare nel PCI quando l’URSS invade l’Ungheria). a volte ho l’impressione che il ruolo (piccolissimo, ma pubblico) del poeta (cioè il nome: “poeta”) diventi più importante dell’azione del poeta «in forma di parole» (le parole sono il solo nostro strumento – mi disse Giuliano Mesa, e io gli credo). questo permette, da un lato, la visibilità (piccolissima, ma pubblica) di tutti quelli che scrivono; dall’altro, è un cupio dissolvi, inconsapevole. per questo mi è caro PPP: perché il suo “gettare il corpo nella lotta” non è metaforico, ma sacrificale, e non alternativo alla sua scrittura – anzi la integra e forse la regge. ho sentito sulla mia pelle, come ferite, le frasi “tu non sei un uomo”, “tu non vivi”. e io mi sono sempre chiesto: C’E’ NELLA VITA QUALCOSA CHE NON SIA VITA? non c’è una componente di razzismo nel dire “tu non vivi”? perché mia madre – che ha 70 anni e non ha studiato, a causa di blocchi maschilisti fortissimi, e sa poco o nulla della poesia dopo Ada Negri – mi esorta a “non smettere mai” e persone che SCRIVONO POESIA e STUDIANO LE LETTERE mi dicono che non sono un uomo, che vivo come un sessantenne, che sono addirittura “diabolico” nel rifiuto della vita? Fino ad oggi, grazie a Dio, sono vivo. E con questa vita lavoro… Sono felice che sia intervenuta Marina Pizzi: nel 1994 rubai in una sala d’aspetto un numero di “Poesia”. era la prima volta che la vedevo (il giovane provinciale che si inurba, che ha la famosa “fame di cultura”): all’interno c’era una serie di poesie di Marina Pizzi. Vi voglio bene, davvero, grazie
    massimo

    Rispondi
  16. cattedrale

    poesia di Ante Zemljar:

    Domanda

    solitaria
    verde
    ondeggia la canna

    è il vento

    per tutta la mia inutile vita
    mi dilanio per capire
    da dove viene?

    Risposta

    quando ondeggia
    la verde
    canna
    abbine cura

    non chiedere da dove
    soffia il vento

    Rispondi
  17. chiara c.

    @massimo
    grazie

    tutti interessanti i vostri interventi

    @ chiara d.

    resta la VITA

    un tempo ho creduto nella vita, nell’amore, e pensa, ho creduto nella potenza della parola, ci ho creduto con la veemenza della passione sfrenata, dell’irrazionale pulsione alla procreazione, come un animale che cerca la compagna per lasciare alla natutara se stesso nei propri cuccioli, per me parola era forza eterna, fatto, azione, parola era ciò che rimane quando tutto ti crolla intorno. venne poi il tempo ed è questo in cui parola si sbriciola in atomi inconsistenti, s’infrange senza poter rinascere nelle cotraddizioni mie e di chi mi sta intorno. e allora parola è flatus vocis, istante che si perde, sguardo fuggevole sulla mutevole realtà, e la realtà inafferrabile diventa ciò che può essere, distorto, contorto, tradito proprio dalla parola, miseria umana nelle nostre miserabili mani. nulla in cui credere resta quando la parola si mostra per quel che è: un nulla eternamente modificabile.

    chiara c

    Rispondi
  18. Antonio Fiori

    Scrivo dopo avere letto l’intero sviluppo dei commenti. Alla fine, devo dire, mi sento molto vicino alle osservazioni di Francesca Matteoni (n.18). Complimenti però davvero a tutti (in primis a Massimo Sannelli).
    Antonio

    Rispondi
  19. Chiara Daino

    @Chiara C.

    Ti criticheranno sempre
    Parleranno male di te e
    Sarà difficile incontrare
    qualcuno
    Al quale tu possa andare
    bene così come sei.

    Quindi ViVi come credi,
    fai quello che ti dice il cuore…

    la vita è un’opera di teatro
    che non ha prove iniziali

    CANTA RIDI BALLA

    ……AMA…….

    e ViVi intensamente ogni momento
    della tua vita…

    prima che cali il sipario
    [Charlie Chaplin]

    Chiara,
    concordo con Francesca (e con Yeats!)e la domanda-risposta di Ante Zemljar riassume tutta “la cura” che ci pervade.
    Se hai creduto una volta nella scrittura, nella Vita, nel generare con passione: tornerai a farlo! Credimi.
    L’alto-basso delle “montagne russe” che viviamo comporta momenti di crisi (a livello personale/professionale/esistenziale), ma sono momenti, più o meno lunghi.
    Sono momenti che definisco “funzionali”: se la “corda” non formasse il callo, come potremmo suonare?
    La Natura sa che NON muore in iverno – è un passaggio.
    Sono convinta che anche tu tornerai presto primavera e sai perché?
    Perché non è mai né facile né semplice, ma dopo che hai tirato fuori le spine, troverai la bellezza del fiore di cactus! Il problema è che la maggioranza associa il cactus alle spine – e non al fiore!

    Un verso è come un cappuccino:
    va fatto con amore
    e così, tutto.

    Ti abbraccio forte

    Chiara D.

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  20. vocativo

    Solo una parentesi, breve:

    Massimo scrive: “Il linguaggio non è un utensile, ma una dimostrazione di identità, soprattutto in poesia”, questo fa sì che il poeta sia l’uomo e l’uomo il poeta, senza distinzioni tra nuda vita e forme-di-vita (per dirla con Agamben).

    Questo stesso passaggio mi ricorda una frase illuminante di Marco Giovenale che cito malamente a memoria:

    “Il linguaggio in mano al poeta è il fenicottero di Alice”

    o qualcosa di simile.

    ciao a tutti

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  21. chiara c.

    @chiara d.
    grazie
    sembri me ai bei tempi.
    non ho mai accettato che qualcuno potesse sentirsi sconfitto dalla vita ed eccomi qui a non credere che nella dissolvenza.
    quello che scrivo porta in sè l’amore e la nostalgia per una vita tanto piu’ amata quanto meno ci ama.
    l’amore piu’ intenso riusciamo a provarlo solo per ciò che ci sfugge, per quello che non possiamo trattenere, questa è la vera fonte di ogni poesia,
    così è la vita.

    chiara c

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  22. Chiara Daino

    @Chiara C.

    Grazie a te, per mantener viva quella scintilla – il fuoco di allora (che rivedi/rivivi con nostalgia) può tornare a riscaldare in qualsiasi momento: riportato dal vento, come risposta.
    The answer, my friend, is blowin’ in the wind…

    Un abbraccio che sia.

    Chiara

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  23. elena f.

    finalmente le ho ritrovate e posso offrirvele. per me sono parole di fuoco sottile e incandescente.

    “la creazione poetica è un mistero indecifrabile, come il mistero della nascita dell’uomo. si sentono voci che non si sa da dove vengano ed è inutile preoccuparsi della loro origine. così come non mi sono preoccupato di nascere, allo stesso modo non mi preoccupo di morire. ascolto la natura e l’uomo con timore e rispetto e dipingo ciò che mi mostrano senza pedanteria e senza dare alle cose un significato che non so se hanno.nè il poeta nè l’uomo possiedono la risposta al segreto del mondo.io voglio essere buono. so che la poesia eleva e se sarò buono con l’asino e col filosofo, credo fermamente che se c’è un aldilà avrò la gradevole sorpresa di trovarmici. ma il dolore dell’uomo e l’ingiustizia costante che emanano dal mondo e dal mio stesso corpo e dai miei stessi pensieri, mi impediscono di traslocare sulle stelle”
    (F.Garcìa Lorca)

    saluto tutti
    elena f.

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