Gabriela Fantato , Il tempo dovuto- poesie 1996-2005, editoria&spettacolo, ROMA, 2005
Delle confidenze rese nei concreti interni di un podio inespugnabile, al riparo da occhi ed orecchie insistenti, quante ne riusciremmo a dire con altrettanta franchezza, se fossero invece rilasciate entro una prima stanza rivelatrice, quindi, in una successione che le spingerebbe dritte dritte verso l’uscita?
E’ certo, e forse comprensibile, che il numero di esse calerebbe drasticamente. Ma la poesia di Gabriela Fantato, qui raccolta e selezionata su dieci anni di lavoro, è una confessione piena, temeraria e non ammette barricate di pudore, senza soste e garanzia di protezione. Si inizia a correre subito, dai primi “domicili” di questo coerente “labirinto di vergogne” che si dipanano senza posa, l’uno dietro l’altro, nel momento del loro disvelamento, simili a macchine teatrali, mobili perchè in grado di cambiare quinta, attori, battute, alla velocità di un respiro, di un battito di cigliao dello scasso automatico di una serratura, di un gesto deciso sulla leva. Così la Fantato organizza il suo ed il nostro “monologo di vita” : non concedendo tregua a chi decide di accompagnarla in una corsa, insieme esplorazione empirica e micromitologia, ma anche tratteggio appena abbozzato e rapida pennellata, indigesta, corposa e densa di groppi di colore e materia. E nulla può essere lasciato nelle pieghe di una casa. Le prime istantanee offerte ai nostri occhi sono svelte come gli squarci di luminosità che vediamo dai treni in corsa, nell’alternarsi delle categorie di galleria e non galleria. Ma se la vita pulsa in entrambe, l’unica che sembri interessare veramente è quella della galleria, che si svolge alla luce fioca delle luci di servizio. Sono “fotografie”, dunque, scattate a diaframma tutto aperto e tempo veloce, con occhi che lavorano come pellicole ad altissima sensibilità per catturare tutta la rifrazione possibile nel minimo lasso a disposizione. Fino a coinvolgere le stesse parole chiamate a descriverla, la vita, impedite per la tecnica di scrittura adoperata dal poeta, nella presa di una distanza reciproca, e allora questi verbi si fondono al punto da divenire scie magmatiche, personaggi senza padrinerie, a grana grossa, dalle tinte contrastate, in fuga lontano da qualcosa e da qualcuno. Se non fosse per il rispetto che si deve alla poesia, gioco malizioso sarebbe contare quante volte è prevalsa la tentazione di scriverla quella parola, fuga; ma non deve invece dare scandalo interrogarsi sui motivi della sua folta rappresentanza. Perché ci stiamo allontanando da un punto o, al contrario, stiamo prendendo la rincorsa… per giungervi primi e prima degli altri? Ci attende un fine corsa? O solo un giro di boa e poi di nuovo diserzione? Accettare i rischi di queste domande è un fatto incombente che attiene alla necessità di chi scrive come di chi legge, alla pelle e fiducia nei propri sensi, alla coscienza prelogica non ancora del tutto annullata dalle analisi di convenienza. Troppo per rinunciarvi o per prendere tempo. Se è fuga, ecco le soste, che sono regoli umani per calibrare un “ultimo addio”; per registrare “una traccia d’amore su nastro”; per allontanare una “stretta al collo” o imprimere l’orma “a tacchi alti nel metrò”. Sono piccole stazioni queste “soste” per prendere fiato, abbeverarsi un poco, mangiare qualcosa di caldo, far circolare di nuovo sangue alla mano che stringe troppo stretta una battaglia da viaggio, perdersi nel riposo quel tanto che basta per rimettersi in moto subito dopo. Con una promessa finale, compresa nei testi di chiusura dell’antologia. Che torneremo a fare i conti con la terra, non più della coinquilina forzata del cemento desertificatore, bensì di quella secca e riarsa come di quella umida e liberatrice di florido humus. Torneremo a considerare la terra per i suoi invasi ed i suoi raccolti, per i ponti che portano al centro. Torneremo a generare più mature idee di comunione. E finalmente godere del “tempo che ci è dovuto”. La Fantato lo sa, e in questa serie di colpi trattenuti sulla carta immobile, ed è lì a ricordarcelo.
Domenico Settevendemie
