BRACI o CENERI della comunità dei poeti? Per un dibattito

Molto gentilmente, Giselda Pontesilli mi ha inviato copia di un suo articolo, apparso in “Capoverso” n. 10, luglio-dicembre 2005, in cui si fa riferimento a un mio intervento critico. L’articolo ha come oggetto l’esperienza della rivista romana “Braci”, di cui propone un consuntivo personale. Ve lo sottopongo perché mi sembra interessante per diversi motivi che acquistano rilevanza generale, anche al di là dell’oggetto specifico. In particolare, mi piacerebbe conoscere la vostra opinione su questi punti:


1. al di là del desiderio della poesia a non ridursi a epifenomeno, ha ancora storicamente senso, dentro la marginalità storica in cui è attualmente condannata, un’idea così alta e comunitaria della poesia?
2. nel merito, sono ancora condivisibili gli assunti riconosciuti come punti di forza della poetica di “Braci”?
3. quella di tracciare delle “linee” poetiche, certo senza regressioni rispetto alle consapevolezze critiche che ci hanno liberato da qualsiasi storicismo ingenuo, è una reale necessità per i nostri tempi?
4. può ancora accadere che un critico intercetti delle corrispondenze, in virtù della propria distanza (geografica, culturale, poetica, generazionale…) di qualche utilità)
5. possiamo, per ciò stesso, riconoscere un nostro indefettibile credito iniziale alla critica, verso la quale ogni poeta deve sottostare (certo, pronto a interloquire civilmente e anche a dissentire, ma senza disconoscere l’autorevolezza cui la critica, per statuto, deve ambire per compiere la propria funzione)?
6. soprattutto: quali reali spazi comunitari siamo ancora in grado di costruire, che non siano illusori, effimeri, legati alle energie alla giovinezza che passa o a una stagione di impegno? La rete, così fluida e perennemente in trasformazione, può realmente “fare comunità”? Sono davvero in grado i poeti, condannati a diventare tali in rapporto a una tradizione, di portare la propria identità dentro la polis, senza generare arcadie illusorie, ghetti autocompiaciuti? Come, quali sono i segni tangibili di questa loro tensione, quali esempi concreti possiamo addurre?

Giselda Pontesilli – Su “Braci”

La cosa bella e peculiare di “Braci” è l’aver mostrato fortemente, coralmente, l’obbligo per la poesia di non essere epifenomeno della società, bensì esempio, richiamo, guida; “guida morale e intellettuale per tutti gli uomini”;
guida:
– “a una natura, e a una giustizia, che è” – scrive Gino Scartaghiande – “l’a priori cui l’uomo è sottoposto”;
– “a una comunità fraterna, che attrae gli uomini come nei tempi di civiltà” – scrive Gabriella Sica;
– alla “virtù, che basta, anzi sovrabbonda, alla felicità della vita” – è detto, citando Seneca, in “Braci” (n. 7, 1983);
– alla “lingua”, che è il corrispondere delle parole alle cose. Quello che Confucio chiamava raddrizzamento dei nomi o sincerità” – dice Claudio Damiani;
– a “un ordine, che non è solo formale ed estetico, ma anzitutto interiore” – ricorda Giancarlo Pontiggia.
La cosa brutta e grave di “Braci” è che è stata, anche lei, un epifenomeno; sul piano della vita, non ha saputo agire differentemente dall’epoca:
isolamento, separazione, abbandono di ogni persona, ogni casa, ogni cosa, quella che Simone Weil chiamava “assenza di prestigio”, “sventura”, cioè la mancanza di rapporti, indispensabili a sostenere l’identità di chi altrimenti si perde perché non si riconosce in alcuno, hanno prevalso, oggi, nel mondo, rendendo gli uomini derelitti; prevalso anche tra i poeti, anche, tra i poeti di “Braci”:
e li hanno logorati, indeboliti, imbruttiti, rischiando di rovinare del tutto il lavoro poetico.
Non si è capito che, ancora prima che sul fronte dell’opera, bisognava non cadere, non essere epifenomeni sul fonte della vita.
Il primo, inequivocabile (anche se imperscrutabile) effetto di questo fallimento su la morte di Beppe.
Ma mentre “Braci” continuò ad affermare, anche in nome di Beppe, il dover essere della poesia come opera scritta, un “suo” altro poeta le diceva il dover essere della poesia in quanto vita, umanità; e tentava, a più riprese, di avvertirla, aprirle gli occhi sulla essenzialità e priorità della condotta di vita per il lavoro poetico:
“Partirei da questi anni di sempre più accentuato isolamento e sempre meno probabile comunione di intenti
Nella poesia che porta il titolo del libro a cui lavoro da tempo, La collinetta, mi figuro chinato a scavare, le mani nella terra. Se qualcuno mi parla di poesia e lingua sono lì che aspetto di incontrarlo sulla collinetta. Ma non arriva nessuno, così io continuo”.
È Giuliano Donati, è l’inizio del suo discorso, “Crotto Urago”: una nota di poetica [in La parola ritrovata, Venezia, Marsilio 1995], al Convegno “La parola ritrovata”: fu letto da qualcun altro, lui non c’era, e fu inserito, come lui volle, proprio nella sezione Poesia e lingua – Classico, chiarezza, lingua dei poeti si “Braci”.
Io ricordo che mi parve – allora – una provocazione, e pensai: “Che cos’è questa collinetta?” Perché dobbiamo andarci noi sulla sua collinetta? Perché non viene lui qui da “Braci”? Non la vede, questa comunione di intenti, lo sforzo di scrivere Poesia?”
Un anno e mezzo dopo, si pubblicò l’Arte poetica di Orazio [Roma, Fazi 1995], con interventi di autori contemporanei, tentativo, anche questo, di “Braci” di dire il suo pensiero sulla poesia:
che fa, Giuliano Donati?
Invece di parlare di Orazio, mette lo stesso testo del Convegno, con l’inizio leggermente diverso:
“In questi anni di sempre più probabile isolamento, nel mio ultimo – e ancora inedito – libro La collinetta, mi figuro chinato a scavare, le mani nella terra. Se qualcuno mi parla di poesia sono lì che aspetto di incontrarlo sulla collinetta. Ma non arriva nessuno, così io continuo a scavare. Da qui non mi manca la chiarezza della visione, ed è questa la ragione per cui mi sento di proporre questa riflessione in un contesto graziano di Arte poetica”.

Ancora una volta, irritata, idealista, ci sentii presa in giro, oltraggio.
Due anni dopo (ci si vedeva, tutti, sempre di meno), Gino mi disse: “Bello, lo scritto di Donati” (non ascoltai).
Svariati anni dopo uscì La collinetta [LietoColle 2001].
Lo seppi per caso, leggendone la recensione di Marco Merlin [“Atelier” 27, ora in Poeti nel limbo, Interlinea 2005]:
“Dove vai per andare a scuola? / Faccio il canale”
– citava Marco Merlin.

E poi scriveva: “Si tratta di una disposizione a suo modo eroica, di un ritorno [a Crotto Urago, l’infanzia] dettato anche da un isolamento coatto, che ha fatto seguito agli anni della giovinezza e della formazione poetica”.
Citava poi, ancora una volta, l’inizio del noto testo:
“Partirei da questi anni di sempre più accentuato isolamento e sempre meno probabile comunione di intenti”.
– E per la prima volta, vedendo Merlin che capiva, capii anch’io, finalmente.
Ma lui citava, notai, la prima versione del testo: non la seconda – dove non si parla più di “comunione di intenti”, né la terza, contenuta in La collinetta, – dove è taciuto, notai, sia l’isolamento, che la comunione di intenti, e che inizia solo così:

“Chinato a scavare, le mani nella terra, sono lì che aspetto sulla collinetta”.

Ecco, pensai: col passare di questi anni infernali, uno è sempre più isolato, sempre più privato, debilitato, disseccato, al punto di non poter neppure più dire la sua sventura, la sventura.
Io le ho sapute anch’io, in questi anni, queste cose:
e ché, dovevo forse rimanere indenne, nella dorata comunità dei poeti di Braci, mentre intorno, nel mondo, tutti, fin da bambini, sono scomunicati, smembrati, sventurati?
Ma finalmente lo so cosa voleva dirci, fin da allora, Giuliano Donati, e so che non c’è altra scelta:
Noi dobbiamo contrapporre alla società – di profitti, di servizi, di viaggi, di capitali, del benessere, della comunicazione, dei consumi – la comunità – di vita, di lingua, di costume, di fede dei poeti.

Comunità fraterna, come nei tempi di civiltà.

Altrimenti, non riusciremo a scrivere nessuna poesia.

19 pensieri su “BRACI o CENERI della comunità dei poeti? Per un dibattito

  1. fabry2007

    mi pare una provocazione interessante. c’è da rivedere qualcosa nel testo, Marco.
    una prima risposta a caldo e in fretta, per motivi contingenti, mi fa dire che
    un’idea comunitaria di poesia ha ancora senso. credo sia da evitare il fenomeno del ghetto o del recinto, per creare invece uno spazio aperto, con visioni diverse, che entrino in contatto e facciano scoccare la scintilla del pensiero. non “linee poetiche”, ma confronti, stile crocevia; Antonio Diavoli ha utilizzato l’immagine della stazione, che mi piace molto. non tutti prendono lo stesso treno, ma è inevitabile incrociare gli sguardi, farsi portare da interessi anche temporanei, che possono racchiudere montaliane “occasioni”. l’intento è all’opposto di qualsiasi arcadia: è nascosto nella vita che pulsa, anche nella rapidità di collegamenti di fortuna, come questo, tra l’ufficio e la riunione: come se proprio negli interstizi, nelle crepe, si potesse trovare quello che cerchiamo e che può costituire il germe di una comunità di ricerca. ritrovarsi, ognuno con la sua inconfondibile fisionomia, ma pronto a essere segnato dal passaggio dell’altro. tracce: serie e brillanti, tragiche e dissacranti. si impara più dalla strada e dalla piazza che dai pasticcini del salotto buono. più dalla differenza che dall’affinità.
    ti pregherei, Marco, di riassumere, per chi non fosse al corrente, gli ideali di “Braci”. ricordo che abbiamo tra noi anche Claudio Damiani, che è tra i suoi fondatori.
    a più tardi
    fabrizio

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  2. Roberto Rossi Testa

    L’esperienza dell’attraversamento di ciò che sembra, e magari è, un deserto, “il” deserto, è comunque ineludibile, e se non annienta fortifica.
    Non mi stanco mai di ricordare, innanzitutto a me stesso, che il poeta è il nascosto legislatore del mondo. Legislatore, si capisce, non a nome e per conto proprio; e nascosto ma non certo per sempre.
    Intanto, specie nei tempi di privazione, sulla collinetta o nelle depressioni di un mare che sembra, e magari è, morto, il compito è proprio quello di scavare, facendo ciò che si deve e non facendo ciò che non si deve. Intorno a questi ultimi due punti, in realtà cruciali, il dibattito è aperto: e proprio qui sta il senso della comunità, nel consigliarci e sorreggerci fraternamente l’un l’altro; perché poi l’azione è individuale, come individuale è la responsabilità.

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  3. marino

    Ringrazio Marco. Vorrei dire a padre Fabrizio che noi abbiamo paura a parlare di recinti, a costruirci recinti, contraponiamo termini salvifici per la poesia come comunità, no,recinto lei padre mi insegnerà che non significa ghetto, solo di un recinto, ognuno dal nostro, conosceremo altre vastità. Ma io non conosco molto la poesia.
    La poesia per me é soltanto un posto che non riesco a raggiungere quando faccio altre cose, ad esempio leggere prosa, poi, da quel posto raggiunto con la poesia, scappo e mi fermo, lontano, a guardare dove sono stato.
    Un giorno ho conosciuto la poesia di Davide Brullo, un potente poeta pubblicato anche da Atelier.
    Ecco un posto dove non mi stanco mai di andare.

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  4. Franz Krauspenhaar

    Io penso che la poesia oggi come non mai deve cercare e trovare occasioni – attraverso i poeti e gli appassionati e i critici- di essere occasione di scambio; la poesia è qualcosa che accoglie e conchiude; accoglie le altre arti, le conchiude in una specie di abbraccio. La poesia è una linfa vitale, anzi un principio attivo; dunque è indispensabile, perchè senza principio attivo è impossibile costruire la “medicina” dell’anima.
    Dunque la poesia deve appartenere sempre a una comunità, e deve “fare” comunità. L’idea è alta ma anche percorribile a piedi, nel cammino di ogni giorno, tra le pratiche quotidiane. La nostra potrebbe dirsi una comunità aperta che ha nella poesia il senso primario/principio attivo: dalla poesia è possibile irradiarsi verso cose differenti. Vedo con molto favore questo testo postato da Merlin.

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  5. claudio damiani

    Ha ragione Roberto, e Giselda dovrebbe leggerlo quello che ha scritto:”perché poi l’azione è individuale, come individuale è la responsabilità”. Comunque Giselda nella sua prosa alla fine compie un passo in avanti, giunge a un’idea nuova di comunità, più ampia,nell’idea di Fabrizio, più forte rispetto all'”epoca”.

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  6. claudio damiani

    (Continua)
    Braci è stata un’esperienza bruciante, nonostante il suo fallimento mai ho dubitato della sua forza e della sua verità,
    che un giorno, ancora da venire, avrebbe contagiato tanti altri e avrebbe scardinato gli schemi della vecchia cultura materialista, opportunista, ideologica. Ma noi, “non nostraque” diceva Orazio, noi e le nostre cose, le nostre vite, esistenze, svaniamo, moriamo. E non l’avevamo, cara Giselda, detto sempre?, non l’aveva detto Beppe nel primo numero di Braci, 1980,: ” poiché vogliamo ridare allo scritto, un pensiero vergato perché rimanga, il suo più immediato valore che è quello di partecipare esso stesso del vivere, e far vivere anche noi che fuggiamo altrimenti” e più avanti: ” Poiché un volto pur bello, e se bello ancor più, ha la virtù di sparire”, non l’avevamo affermata in faccia al relativismo anzi al terrorismo ideologico di quei tempi bui (ma esistono tempi non bui?)quell’idea scandalosa dell’eternità dell’arte e della sua parola dei nostri grandi padri umanisti, fondatori della nostra patria? Non aveva scritto Giuliano Goroni “La parola dei padri”? Giuliano, che vive isolato più oscuro e negletto di te in uno sperduto paesino delle Marche, Merlin lo conosce? Fabrizio lo conosce?
    Un abbraccio a tutti
    Claudio Damiani

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  7. emanuelekraushaar

    credo che la poesia nel recinto non sia poesia
    personalmente la vivo come una fuga e un riaffaccio, come un’intermittenza continua (archiloco-omero)
    è un mo(vi)mento
    comunità di poeti e comunità di lettori di poesia spesso si sovrappongono e mischiano
    questo e altri posti sono braccia tese verso l’altro
    c’è da parte mia un forte interesse a ragionare in termini di scrittura oltre che di scrittori: di percorsi comuni ed evoluzioni o anche involuzioni comuni.
    continuo a ragionare sulle vostre parole
    grazie

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  8. Marco Saya

    “La rete, così fluida e perennemente in trasformazione, può realmente “fare comunità”?”

    Forse,oggi, ci sono tante, troppe comunità, alcune, aggiungo, sono “singoli” che assurgono a ruolo di propri sponsor. La rete è sempre più in divenire, si trasforma, crea miti temporanei nel bloggherone delle illusioni, un immensa base dati dove le parole viaggiono ma ancora non trovano, a mio avviso, sosta al loro veloce peregrinare.
    La sosta è l’ascolto, il sentire al di là dell’effimera visibilità, il volere, davvero, condividere, quella parola. Questo è il punto! Codificare, fissare, tante parole-poesie risulta un compito arduo per chiunque, lettori, autori, critici, agenti, editori. C’è, da una parte, un mercato della poesia, c’è, dall’altra, un potenziale lettore che, al contrario, non sa “cosa sta bollendo nella pentola”, tutto rimane ,purtroppo, circoscritto in cerchi concentrici facenti parte di diverse comunità che talvolta si congiungono per poi riallontanarsi. La parola è arte, emozione, vissuto, percezione, gusto, il tutto contraddistinto da una “propria univocità” che potrebbe assumere significato di coralità in un’orchestra dove ogni strumento è “accordato” con la parte-parola-suono degli altri strumenti. Questa, è la grande scommessa del nostro tempo e una possibile via per un fare poetico collettivo (la somma dei nostri superego) e condiviso.

    Marco

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  9. alessandro ghignoli

    alla competitività – ai premi “prestigiosi” – al potere dei nomi – alla dialettica editoriale – alle strette di mani sostituisco volentieri:
    il diritto al pensiero – l’ascolto – la poesia degli altri – la passione per la parola – i futuri amici

    un abbraccio

    p.s. vi rimando a un numero di qualche anno fa de “L’area di Broca” (Amicizia / Cooperazione) http://www.emt.it/broca

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  10. massimo

    cari… certamente l’idea di comunità è non solo valida, ma anche doverosa. non solo è doverosa, ma è anche possibile, e mi pare che questo sito sia già un esempio di comunità. poi – adesso banalizzo, non si è sempre filologi! – il concetto di comunità non ha bisogno di grandi interpretazioni sociologiche o estetiche: semplicemente siamo qui, possiamo parlare, vogliamo farlo, e grazie a Dio, con la buona volontà, ci riusciamo. quanto alla rete come strumento di comunità: la rete è il mezzo, ma dietro (come amministratori del web, autori dei testi, fruitori, commentatori) ci sono persone. il sale della comunità è nei corpi: nell’essere PIU’ DI UNO SOLO. lo sa persino il diavolo, quando nel Vangelo si dà nome Legione, perché è fatto di tanti diavoli. e Gesù dice che quando due o tre si riuniscono nel Suo nome, è presente, come terzo o quarto della piccola comunità. dunque c’è una comunità demoniaca – in cui molti diavoli occupano come dittatori un individuo, “possedendolo” – e una comunità cristiana, in cui liberamente si parla di Cristo, e Cristo viene senza “possedere”. che cosa c’entra con la poesia? secondo me, moltissimo… scusate il solito delirio. è molto bella l’espressione di Alessandro: “futuri amici”, che esalta quella un po’ banale dei “nuovi amici”. non nuovi, ma futuri. vi abbraccio sempre, in “comunità”
    massimo

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  11. Chiara Daino

    Braci o Ceneri?

    Siano purché siano fertilizzanti e fertili, terreno e base – per costuire un futuro.

    Il senso della poesia è proprio il senso – di cui si carica e in cui crede.

    I messaggeri sanno che è il messaggio a restare; il messaggio a vincere il tempo e a permettere un continuo dialogo (critico/filologico/soggettivo).

    Per quante barriere (e di quante nature diverse!) si possano costruire: verba volant.

    E il messaggio vola su carte stampate, sotto le luci della ribalta, nelle onde radio, in rete, a tavola, per strada…

    Il messaggio è dialogo, dono, confronto,crescita, con-divisione.

    Il punto, a mio avviso, è il “tipo” di messaggio che si manda. «Perché?» e «Per chi?».

    Un messaggio di ieri: «Vorrei che il mio grido fosse ascoltato, anche se non sarò io a lanciarlo» – e chi l’ha mandato (in onda) ha sintetizzato un’intera poetica.

    L’io è sempre a contatto con l’altro e quando l’io si fa portavoce di un Noi diventa responsabile dell’opera (che opera).

    La poesia (e l’Arte), tutte le poesie (e tutte le Arti) operano: sulla società, sulla realtà. Contribuiscono: illuminano e fondano o incendiano e desertificano.

    Il singolo sceglie in che modo utilizzare la propria fiamma e quali fiaccole seguire.

    «La vera poesia può comunicare anche prima di essere capita».
    Thomas Stearns Eliot

    Il testimone si passa sempre: quale eredità lasciamo?
    Una speranza che non permettiamo a nessuno di spegnere.

    Chiara

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  12. carla

    Gran bel post, interessante e stimolante!
    1) la poesia, dal momento che è poesia, è alta, e necessaria, per conoscere la nostra identità.
    La condivisione di questa “poesia-realtà” è una comunità, e mi piace raffigurarla in un santuario, al quale tutti possono accedere.
    (ma anche la stazione non sarebbe male, se non fosse per quella tristezza che la invade.)
    4)io credo che ognuno di noi senta dei legami forti con il passato, verso persone che ci hanno e continuano a colpirci profondamente, in qualche modo anche inspiegabile.
    Credo nella possibilità che questi fili continuino ad intrecciarsi, svilupparsi, proseguire, fino a sfamarci di conoscenza, di verità.
    5)La critica è crescita sotto ogni aspetto, senza critica non si migliora, per questo il confronto è la base per accogliere una comunità che sia degna di esserlo.
    La libertà della poesia è il solo scopo.
    Mi sono un pò dilungata, scusatemi, Vi abbraccio
    carla

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  13. claudio damiani

    Vi segnalo, su “Braci”, il bel libro di Flavia Giacomozzi, Campo di battaglia, Poeti a Roma negli anni Ottanta, Castelvecchi, 2005. I frontespizi e gli indici di Braci sono sul sito dedicato a Beppe Salvia dall’artista romano Mauro Biuzzi
    ( http://www.beppesalvia.it/braci/index.html), ma la pubblicazione integrale degli otto numeri di Braci sarà disponibile in Internet a partire dal prossimo mese, a cura dell’Università di Trieste, insieme alla pubblicazione integrale delle riviste Prato Pagano e Niebo.
    Un caro saluto a tutti
    claudio damiani

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  14. Giovanni Nuscis

    Non so se il poeta, come sosteneva Brodskij, sia davvero “il mezzo di cui la lingua si serve per esistere”, considerato il suo ruolo nella società(attualmente, infinitesimale)quanto la crescente offensiva mediatico/comunicativa che irride, spesso, a proposizioni che superino le poche righe con uso di sintassi e di termini poco più che d’uso comune. Più semplicemente, penso invece al poeta e allo scrittore in genere come sguardo attento e insistito sul mondo e del mondo: in cui esso stesso si rispecchia e identifica, con circolarità che è suzione e restituzione in altri sguardi. Non credendo nell’originalità assoluta dell’artista ma nell’emulazione, seppure parziale, del pensiero e dell’espressione, al pari di qualunque altro movimento corporeo (è noto che un bambino impara a parlare e a compiere certi gesti solo se lo vede fare da altri), ritengo che la contiguità di spiriti (per natura differenti e con propria, peculiare proiezione), in uno spazio comune come questo blog, possa costituire un’occasione di crescita come individui e come parti di quella “creatura” sui generis (rispetto alla sommatoria dei singoli) e interagente al suo interno e con l’esterno, con possibile, indefinibile potere contaminante. La comunità direi, per ciò, che costituisce un dato di fatto rispetto alla contiguità anzidetta. Uno spazio dove i molteplici input divengono punti in cui passano infinite rette e flussi, non diversamente da una superficie neuronale percorsa da sinapsi. La crescita della comunità in quanto tale è legata proprio alla diversità, versatilità e interfaccia di ogni suo appartenente nei rispettivi contesti sociali e relazionali, nonché dall’interscambio con la più ampia comunità dei visitatori: risorsa e cartina di tornasole, magari, nel tempo, per attestare la misura dell’avulsione dalla storica autoreferenzialità della poesia e della cultura.
    Dunque, la ricerca individuale e di gruppo, in modo libero e concatenato come per questo post stimolante, ritengo che sia per nulla “arcadia illusoria”, anzi, convinto che il poeta, come dice Emanuele, è o possa essere davvero il “nascosto legislatore del mondo”:-)))

    Giovanni

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  15. gian ruggero manzoni

    In questi giorni sono molto preso, ma tornerò. Ringrazio Marco per aver postato questo interessante stimolo e gli amici che finora hanno detto e mi hanno aperto ulteriormente la mente. Tornerò.

    Rispondi
  16. Antonio Fiori

    Importante la visione d’insieme che propone Giovanni. Aggiungo solo, riguardo al ruolo di “nascosto legislatore del mondo”, che oltre ad essere una felice sintetica definizione, implica però, inevitabilmente, l’interpretazione. Senza di essa il codice è ‘illegibile’, inattuabile, non visibile o non comprensibile. E così il cerchio si richiude e si riapre continuamente…
    Antonio

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  17. claudio damiani

    Rispondo alle questioni poste da Marco Merlin: Braci non tracciò nessuna poetica, nè tantomeno tracciò una distruzione della poetica. Essa fu il luogo di incontro di scrittori che, del concetto di poetica (come era stato formulato dai critici, ma in parte anche dai poeti, novecenteschi) avevano le scatole piene. Si incontravano nel desiderio di una lingua (=comunità, laddove le poetiche, i linguaggi erano segregazione, ideologia, lager) che era riscoperta, amore, culto dei classici e della nostra tradizione. “Braci” significava appunto, per noi, il fuoco mai spento della tradizione. Questo spazio, intendo quello della lingua, è tuttora aperto, è lo spazio tra l’altro dove si può preparare anche un attacco alla dittatura mediatica che ci abbrutisce e avvilisce ogni giorno di più, ma soprattutto che fa incalcolabili danni a chi può difendersi meno bene di noi.
    claudio

    Rispondi
  18. paola

    a poesia è la bestia ungulata che balla nel cervello quando ne ha voglia, è l’onnipotenza da clausura, è im-mortale ricerca del/nel nostro umido ancestrale e definitivo ingranaggio/linguaggio divino, genetico, carnale ma alla fine non mi viene altra figura con cui antropomorfizzarla che un’oblata a servizio dell’umana “materia immateriata” e che può portarsi appresso un suo solo bene personale e cioè la bara.

    un saluto
    paola

    Rispondi

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