CORTELLESSA, NOVE E LA MADONNA

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Daniele Pegorari, giovane e valente (come si usa dire in simili casi) critico di Bari, mi ha estorto un contributo per la rivista “Incroci”, di cui è animatore (si tratterà del numero 16, dicembre 2007, dedicato a “La nuova critica”, e vi compariranno vari contributi per dar voce, appunto, alle nuove leve – come si usa dire anche in questo caso – della critica letteraria). Egli ha creduto, poveretto, che io fossi ancora in grado di scrivere di critica, invece non sa che ci sono riuscito davvero.

Ora, nel mio intervento, mi è capitato accidentalmente di fare riferimento alla recente presentazione di Cortellessa di alcuni testi di Aldo Nove sulla rivista “Poesia”, che hanno suscitato molte reazioni e, diciamo pure, visto che così si usa dire per tali circostanze, polemiche (si veda, per esempio, QUI). Io non avevo affatto l’intenzione di entrare nel merito della cosa, dal momento che, in sé, quella pubblicazione non aveva suscitato in me particolari sentimenti; ragionando tuttavia su alcuni nodi a me cari, ho chiamato in causa quello scritto come la dimostrazione eclatante di una mia tesi. Ho deciso quindi di pubblicare il brano incriminato (si può leggerlo QUI) perché può essere utile gettarlo nella mischia con un po’ di tempismo e, soprattutto, perché spero che la mia implicita dichiarazione d’amore al critico gli giunga e muova le sue corde per stimolargli una risposta, magari per il medesimo numero di “Incroci”.
Ma ne scrivo anche qui perché vorrei, in questa sede, proporre un quesito radicale, quindi banale e spiazzante, ovvero: “Che cosa conferisce valore ad un’opera?”. Per me, infatti non sono importanti i versi di Aldo Nove apparsi su “Poesia” quale anticipazione di un prossimo libro in uscita da Einaudi, ma propriamente le articolazioni retoriche di Cortellessa e su queste vorrei portare la vostra attenzione. Sia chiaro che, lo dico anche in questa sede, non nutro alcun risentimento nei confronti del critico: Cortellessa anzi ha compiuto un gesto che io apprezzo enormemente, un gesto coraggioso, che vorrei si ripetesse più spesso, anche se, ai miei occhi, gronda di un doloroso e costitutivo paradosso: l’attribuzione di valore che tenta la critica è un atto di violenza retorica, che si giustifica alla luce di un moto d’amore, in quanto tale anche irragionevole e partigiano.
Ci sono molte assennati elementi per attribuire valore a un testo, e da professorini sappiamo dirceli tutti quanti; ma lo stacco decisivo per e-leggere la grande poesia, gratta gratta, su quale presupposto poggia i piedi?

33 pensieri su “CORTELLESSA, NOVE E LA MADONNA

  1. lorenzo carlucci

    “Che cosa conferisce valore ad un’opera?” …
    ma che è, il quesito del poeta sconosciuto? il giustacuore del poeta disconosciuto? ma che davero davero perché un tale ha scritto una critica a un pezzo che non ci piace dobbiamo scomodare i principii primi? rifondare l’estetica? la filosofia? la sociologia anche? perché per dare una risposta seria – né da professorini né da salotto – a questa domanda l’unica via da prendere è quella di un lavoro serio in filosofia, in estetica, etc. e quale l’occasione che dovrebbe spingerci a questo? la recensione di tale cortellessa a tale aldo nove, oh maria! che evento apocalittico. a me sta storia m’ha scocciato, a qualcun altro pure, per caso?

    “the answer, my friend… is blowing in the wind… the answer is blowing in the wind…”

    saluti,
    lorenzo

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  2. paola

    Che cosa conferisce valore ad un’opera?

    la p e r s o n a ( l i t à) della stessa
    il parlare attraverso essa.

    l’opera non è che una maschera attraverso la quale parliamo e non è che solo perchè dico maschera voglio intendere che la si usa per nascondere ingannevolmente le reali fattezze
    un saluto
    paola

    Rispondi
  3. paola

    e anche l’individualità meritocratica del saper dire qualcosa, senza la spocchia di volerla dire in modo universale, che un’opera così non c’è.. anzi si… il vaccino antipolio di Sabin ad esempio-
    scusate il mio doppio invio . scusate anche proprio il mio doppio senz’unicum
    p.

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  4. vbinaghi

    Aldo Nove è blob. Da Woobinda in su.
    Gioca col pattume e lo chiama avanguardia.
    Maria o un teledelirio, materiali di recupero.
    Vetero situazionismo per i poveri scemi che non c’erano.
    Neanche lui c’era. Ma qualcosa ha letto.

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  5. fabry2007

    il valore di un’opera non è legato certamente al tema: in Maria, Nove utilizza un materiale che nella storia ha consentito di pervenire a risultati notevoli, da Jacopone a Dante alla Buona novella di De André. al di là della valutazione specifica su quest’ultima prova Di Aldo – esaltata peraltro da Lello Voce, ad esempio – si deve dire che da qualunque argomento può scaturire una poesia valida. il problema è la consuetudine di ritenere un’opera importante solo perché prodotta da un nome “importante”. qui entrano in gioco valori di mercato – anche se non direttamente pecuniari, trattandosi di versi, se è vero che carmina non dant panem – che sono a volte incompatibili con quelli artistici.
    fabrizio

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  6. Antonio Fiori

    “La figura del critico.C’è da sentire tremare le vene e polsi. Fermiamoci un momento a considerarla. E’ una figura che implica un impegno totale…dobbiamo saggiare il critico su due punti: la sua vocazione di scrittore e la sua penetrazione della tecnica particolare alla sua attività nella sua capacità di interpretare il tempo in cui si vive.”
    Luciano Anceschi

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  7. Luca Ariano

    Direi che questa frase di Anceschi dovrebbe essere anche oggi un “vademecum” per tanta critica ma anche per intelletuali e poeti. Ma si sa,siamo nell’epoca dei compromessi, delle “intruppate”, del solito “do ut des” ma penso che ottime menti sia critiche che poetiche, ecc. ci siano; il problema che non si facciano soffocare dal sistema perdendo libertà critica e venendosi al miglior offerente!La mia generazione sta già cadendo in questo tranello ma del resto i Maestri (o presunti tali) danno per primi il cattivo esempio…
    Un caro saluto

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  8. Marco Saya

    “…nella sua capacità di interpretare il tempo in cui si vive…” Il critico cade su questo punto essenziale, sempre direi. E’ più facile vivere di rendita e così sono tutti bravi a fare i “professorini”.
    Marco

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  9. sebastiano aglieco

    Si parlerà di critica in questo contesto:

    Centro Culturale San Carlo

    Corso Matteotti, 14 – MILANO-

    Sala Verde, 1° piano

    MM 1 San Babila

    Venerdì 2 marzo ore 18,00

    Incontro-Seminario

    DOVE VA LA POESIA?

    letture poetiche e dialogo sulla poesia

    A cura delle rivista di poesia e cultura letteraria clanDestino & La Mosca di Milano

    Intervengono:

    I direttori delle due riviste: Gabriela Fantato e Gianfranco Lauretano

    sui temi :

    “lo stato dell’arte in poesia: esiste un canone?”

    “Prospettive attuali della poesia in Italia”

    I poeti e critici:

    Sebastiano Aglieco; Roberta Bertozzi, Corrado Bagnoli, Beppe Braga; Sabrina Foschini; Alessandra Paganardi; Davide Rondoni; Francesca Serragnoli; Alessandro Rivali

    sui temi :

    “la critica e la poesia: il laboratorio dei poeti”

    “classici e moderni;una lezione che continua”

    Rispondi
  10. sebastiano aglieco

    Per quanto riguarda il discorso sulla critifa, ecco in che cosa mi riconosco:
    “…ho studiato a lungo storia dell’arte e ho avuto una formazione molto rigida, la mia tesi era di tipo iconologico e, quindi, forse bastonata da questa disciplina così ferrea, a un certo punto non riuscivo quasi più a vedere realmente un quadro perché mi chiedevo quali committenze ci fossero dietro, quali quadri avesse visto il pittore. Questo libro è stato come un ritrovamento della contemplazione più semplice, un tentativo di parlare di alcuni quadri che amavo, così come tutto il libro è il tentativo di riflettere su autori che amavo e amo. Nè dall’alto nè dal basso, provando a riflettere su queste immagini e su questi testi come credo che facciano tutti, nel senso che non c’è una critica separata dalle cose. Tutti noi leggiamo e contemporaneamente c’è il mondo attorno a noi, quindi il pensiero non è una scatola separata da altre cose, anche vedere un quadro significa poi metterlo in relazione con altre cose della nostra vita, con altre immagini anche più semplici, casalinghe …”
    tratto da LA BIBLIOTECA DELLE VOCI, intervista a Antonella Anedda

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  11. paola castagna

    “Che cosa conferisce valore ad un’opera?” …
    Mi permetto…orgogliosa del mio essere da sempre ignorante ed analfabeta.
    leggo lo scritto, rileggo i vari commenti, Fabrizio mi parla di Tema, ci rifletto collegando il mio sempre unico,l’amplesso di parole.
    Ariano è riconoscibile subito da me, conosco il suo scrivere, da sempre con uno scontento nostalgico, ha ragione.
    Spero di leggere un commento di Ramberti, che di solito si fonde col mio pensiero.
    RI-leggo Marco il suo scrivere è sempre musica, …nel vivere di rendita altrui…
    Vi trovo un’altra Paola, adopera una parola che conosco Maschera, so cosa vuol dire averla, toglierla, doverla riavere, eliminarla in maniera totale in contemporanea allo scrivere la mia ultima silloge.
    Ma non mi piace ciò che ha scritto. dovrò rileggere.
    Si scusa,si scusa, io ringrazio.
    Di tutti i commenti letti solo poche parole rimaste dentro, manca un commento duro, veramente Duro.
    Di certo non questo
    Senza riuscire a dire veramente ciò che penso del Tema affrontato, mi ritrovo felice del mio Non Sapere.
    Un abbraccio

    Rispondi
  12. paola

    “Ci sono molte assennati elementi per attribuire valore a un testo, e da professorini sappiamo dirceli tutti quanti;

    ma lo stacco decisivo per e-leggere la grande poesia, gratta gratta, su quale presupposto poggia i piedi?”


    questa cosa che siamo tutti professorini… TUTTI, ma TUTTI chi? nomi e cognomi del caso, dunque. generalizzare per andare nel particolare, magari.
    poi
    per e-leggere la grande poesia bisogna prima che muoia (ecco lo stacco) il grande poeta che l’ha scritta.

    @Paola Castagna chiedo si che m’interessano eccome i motivi per i quali non ti piace ciò che ho scritto, magari li svoluppiamo insieme.
    grazie
    un saluto
    paola

    Rispondi
  13. paola castagna

    l’opera non è che una maschera attraverso la quale parliamo e non è che solo perchè dico maschera voglio intendere che la si usa per nascondere ingannevolmente le reali fattezze
    Questo cara Paola forse, e ti scrivo forse, ha creato in me un ” non mi piace, semplificato nelle parole.
    Ribadisco la mia ignoranza che mi porta a tali pensieri, ma l’opera non è una maschera attraverso la quale… l’unica mia vera autenticità proviene da ciò che scrivo.
    Fermo restando che il poeta è da sempre bugiardo, spaccia per vere fantasie e desideri, finge e si nasconde dietro le verità che scrive facendole passare per fantasie.
    Benvenga un dialogo che mi proponi.
    Un abbraccio .

    Rispondi
  14. gian ruggero manzoni

    L’opera è l’opera, o si è dentro o si è fuori, non permette ‘elasticità interpretativa’ come di solito lo può una religione, perché l’opera è ‘corpo’ totalmente definito come una liturgia mistica riconosciuta, la quale è sempre evocante un assoluto… e l’assoluto è sempre unico (almeno per me), quindi non elevabile alla potenza o divisibile; al massimo può essere con-divisibile. Da ciò la critica, il cui compito è appunto quello di dire se un’opera è assoluta (cioè: tale-totale) oppure no… ovvio che se no, non è opera, così come colui o colei che l’ha formulata (o, meglio, ri-formulata, perché l’opera ci preesiste). Cmq sempre stimolanti gli argomenti che lancia Merlin, seppure l’unica, dei tre citati, che possa ritenere opera è la Madonna, già apparsa a Bonito Oliva e a cui Carmelo Bene apparve, fino al sottoscritto, che ebbe l’ardire di scrivere: “Io sono la Madonna”… (superbia a parte, naturalmente).

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  15. paola

    @Paola Castagna
    al posto di maschera sarebbe stato più corretto da parte mia usare “persona” che ad ogni modo aderisce etimologicamente al termine “maschera”
    ma persona sarebbe stato più corretto in quanto termine latino per-sonare—> è parlare attraverso

    parlare attraverso la poesia che è persona e maschera.
    poesia che altro non è che una rappresentazione antropomorfa e/o rituale di e/o essenze divine e demoniache e per questo o anche per questo conseguentemente di particolari aspetti psicologichi di chi scrive; quindi non tutti i particolari rivelati, na solo alcuni “parlati attraverso”.
    ecco perchè la poesia dovrebbe essere degna di un atto d’ascolto in quanto atto essa stessa di rappresentazione in cui l’autore parla attraverso e cerca d’amplificare ma c’è anche che sostenere l’ascolto di versi altrui quando si è impegnati troppo spesso a inflazionare i propri, è difficilissimo e reca solo pena al già l’infistolato dialogo del/con il “mondo”

    almeno questa è la mia visione, opinabilissima
    grazie a te
    paola

    Rispondi
  16. paola

    @ Gian Ruggero Manzoni

    l’opera non permette elasticità interpretativa solo all’autore dell’opera stessa, per quanto mi riguarda e sembra anche per te quando scrivi ” e l’assoluto è sempre unico (almeno per me)” ma devo capire se parli da autore o da critico, che la parlata d’entrambi la vedrei inconciliabile; semmai.
    l’opera diventa assoluto quando questa identità è con-divisibile unicamente in un dibattito privato tra autore e critico e poi in seguito, o nell’immediato tam tam con-divisibile con l’ascoltatore dell’opera che aderisce allo sviluppo e stampo critico.

    il fatto di essere dentro o meno ad un opera comunque non lo stabilisce mai la critica ma lo stabilisce chi mette umilmente precordi tutti, un orecchio all’aria e l’altro alla terra in ascolto di ciò che l’opera gli dice attraverso. l’opera diventa acqua, il suo “ascoltatore”, vaso oppure l’pera diventa torturato e l'”ascoltatore” torturatore o viceversa nelle ossessioni dure e morbide d’entrambi, quanto mai, quanto mai, vive.
    un saluto
    paola

    ps: il mio apprezzamento a Marco Merlin

    Rispondi
  17. paola castagna

    Cara Paola ti ho letta ora.
    Ti risponderò in un altro momento,con calma e silenzio …essenze divine e demoniache …demoni in vita gironzolano.
    Ciao

    Rispondi
  18. Christian Sinicco

    Il discorso critico è di per sé un’attribuzione di valori, che si avvale di motivazioni ma pure di un particolare modello interpretativo – ed è il critico che lo sceglie. Per questo la critica è soggettiva, per questo la critica, la si può riconoscere dal modello, e dalla sensibilità nell’utilizzo di un modello che pone sempre delle problematicità. Riguardo “l’opera stare dentro o fuori” di GianRuggero, non è un discorso critico, poiché non implica alcun modello. Non è nemmeno un discorso critico quello di Voce. Il discorso di Cortellessa invece è un discorso critico ma non è un discorso motivato, poiché esprime un punto di vista di storia della letteratura, ma ciò che l’opera fa, nei dettagli, non viene svolto nelle sue problematicità e cortocircuiti – a cui ho dedicato la parodia -; questa mancanza di approfondimento dell’analisi (il discorso di Anceschi è centrale), anzi lo snobbare l’approfondimento per il “piacere” (ha ragione a dire Gambula “disarmo critico”, poiché oltre al piacere, ovvero lo stare dentro o fuori, ci deve essere qualcosa di più), sono aspetti riscontrabili. Ma i critici lo sanno,…sinceramente l’opera di Nove nella sua mediocritas non merita tutta questa attenzione, anche se ovviamente stiamo cavalcando l’onda, chi esaltandola chi entrando nel suo tunnel, perché siamo anche noi amanti del surf. L’occasione fa l’uomo ladro?

    Christian

    Un saluto, e un abbraccio, al “paron” Fabry!

    Rispondi
  19. fabry2007

    per fare una cosa adeguata bisognerebbe affidare a ciascuno un aspetto. prendere l’opera di Nove e affrontarla dal punto di vista della critica sociologica, simbolica, psicanalitica, stilistica, linguistica, formalistica, struttualistica, semiologica e storicistica. che coincidenza: nove approcci diversi.
    fabrizio

    Rispondi
  20. paola castagna

    Negli approcci diversi caro Francesco concordo, è sempre l’approccio che utilizziamo rispetto l’Uomo che porta gioie,dolori, amori, distruzioni.
    Mi sposto rispondo a Paola, sbaglio l’ approccio, uno dei tanti, elaboro, concordo col suo sapere senza più un …non mi piace ciò che ha scritto…
    Giornata da tana,
    …la p e r s o n a ( l i t à) della stessa
    il parlare attraverso essa…
    Cara Paola l’interrogativo lo pongo io, parlare attraverso le personalità, ma quante persone conosci che realmente lo fanno?
    Molto interessante il seminario-incontro di venerdì a Milano, meriterebbe esserci, vedendo di persona poeti e critici che ultimamente leggo.
    A presto.

    Rispondi
  21. Christian

    Fabry, ognuno certamente sceglie l’aspetto che più gli interessa. Io non parlavo di questo: facevo una distinzione tra critica e “piacere” o “gusto” personale, anche nei commenti sui blog, che mi sembra non sia chiara. Ho avuto modo di sperimentarla anche sui miei testi, con Margiotta e Cornacchia su LiberInVersi; in generale credo sia un problema che investe molti blogger, o commentatori… Ciò che hanno scritto Piccini o Cortellessa, è critica, ma se andiamo ad analizzare il testo, non possiamo che osservare la debolezza di quelle annotazioni rispetto alcune madornali banalità. Questo aspetto è, a mio giudizio, l’aspetto più interessante della vicenda, poiché ci si sente in forte imbarazzo non tanto di fronte al poemetto in sé (aspetto su cui Merlin si è fermato, e giustamente), ma rispetto le note critiche, entusiaste.

    In secondo luogo, mi soffermo su un tuo post: il commento di Lello su absolute sul post di Gambula, è più una risposta di Lello all’autore del post sulla questione dell’ideologia, su cui c’è un’attribuzione di piacere su alcuni temi, ma non mi pare un discorso critico – come non lo è il fare esplicitato da GianRuggero (e con questo non voglio dire che uno non possa rifiutare o accettare un testo dal punto di vista del suo personalissimo piacere personale). Voglio sottolineare questi aspetti, affinché i pesi e le misure siano più equilibrate e, forse, ci si riesca a concentrare su ciò che è davvero importante e problematico.

    Rispondi
  22. paola

    @Paola Castagna
    “Cara Paola l’interrogativo lo pongo io, parlare attraverso le personalità, ma quante persone conosci che realmente lo fanno?”

    alcune rare persone parlano attraverso la poesia, si, consciamente o inconsciamente, ma ci vuole orecchio a quel parlato e a ogni singolo parlato poetico, un orecchio raro.
    abbiamo quell’orecchio raro alla poesia?
    siamo in grado di intermetterci tra il trsto il mondo e il nostro vissuto e incastrarvici le nostre mancanze, rielaborare le abbondanze, le equità?
    essere un critico è anche questo, o no?
    comunque grazie per avere risposto al mio invito.
    a presto
    paola

    Rispondi
  23. fabry2007

    Christian, dal 1973 è difficile dire che le plaisir du texte non sia una chiave critica sufficiente. comunque, senza sottilizzare, ci siamo capiti.
    fabrizio

    Rispondi
  24. paola castagna

    Cara Paola ciao.
    1. Cara Paola l’interrogativo lo pongo io, parlare attraverso le personalità, ma quante persone conosci che realmente lo fanno?”
    Io conosco persone che parlano attraverso la personalità,ardua impresa ma avviene.
    Non sempre il risultato finale è positivo o di bellezza intrinseco, ma è il prezzo da pagare rispetto tale evento.
    Forse ho orecchio, sento, sento.
    Per prima critica di me stessa , poi sentire la bellezza di Essere nel momento in cui persone mi parlano attraverso la personalità, anche se spesso fa male.
    (Stamane mio figlio aveva un sorriso bellissimo, è la poetica che ha salutato il mondo in un risveglio agiato e di buon auspicio)
    Ciao Paola alla prossima.

    Rispondi
  25. Christian

    Il piacere del testo non può eliminare il discorso sulle motivazioni che spingono un critico all’elogio e il discorso sul modello interpretativo usato (con le sue problematiche), che mi pare oggi dal punto di vista strettamente epistemologico, necessario. C’è un altro punto da sottolineare: i critici non possono essere affetti da cecità sociale, ovvero devono anche interrogarsi e tener conto di ciò che ha un risvolto nella comunità (e pure nel “piacere del testo” o no), poiché questo ha sì a che fare con la “molteplice possibilità interpretativa” di un testo – aspetto che sui blog è presente e visibile e documentabile e ben dimostrato dai vari commenti, anche molto diversi, sulle opere. Quello che voglio dire è, in estrema sintesi, questo: separare i piani, inserire gli elementi negli appositi “box”, osservare le relazioni tra i diversi “insiemi”.
    Lo dico perché se vogliamo che qualcosa di buono esca, non ci possiamo fermare alla prima impressione (e non è che non si sbagli). Bisogna un po’ allenarsi alla precisione, sapendo che il soffio di vento improvviso è sempre in agguato, ma è una cosa bella…più bella di una stella?
    🙂

    Rispondi
  26. cara polvere

    @Paola Castagna
    Per prima critica di me stessa , poi sentire la bellezza di Essere nel momento in cui persone mi parlano attraverso la personalità, anche se spesso fa male.

    sono d’accordo che faccia male almeno tanto quanto a coloro che lo mostrano, anche questo mostrarsi all’ascolto è bellezza, per me
    grazie e si, alla prossima.
    paola

    @Christian

    esigere per la poesia una precisione (tecnica?) critica lo trovo limitante.

    per come la vedo io ciò che il poeta ma l’artista in generesi tenta di fare-creare-operare è diretto a scardinare la materia fecale di cui siamo portatori partecipi e conniventi.(in senso dato, lato, materico, rituale)
    se il critico la rimesta ad occhi chiusi disabilitando la sua sensibilità percettiva e senza tenere presente che l’opera è pura contraddizione compensazione-scarto e senza immergersi in essa dentro fino al collo buttandola via con guanti sterilizzati, non può e non sa dire niente o meglio non dice e non può dire facendolo in bellissima è perfettissima forma vuota degna di plausi e quant’altro
    almeno questo penso.

    mi scusino i sensibili per la rudezza e rozzezza del mio pensiero

    un saluto
    paola

    Rispondi
  27. fabry2007

    caro Christian, con me che vengo dall’accademia sfondi una porta aperta. ma proprio l’accademia insegna che da una stessa persona possono venire gli Elements de sémiologie e Le plaisir du texte. quindi, Paola, quello che hai scritto va benissimo.
    fabrizio

    Rispondi
  28. fabry2007

    allora siamo d’accordo su tutta la linea, Christian. grazie per essere passato: un gemellaggio con Absolute fa sempre bene.
    fabrizio

    Rispondi

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