
di Giorgio Morale
Telefono a mia madre.
“Come stai?”.
“Come vuoi che stia?”.
“Qualcosa va male?”.
“Qualcosa? I denti vanno male, le spalle vanno male, il braccio va male, la testa va male”.
“Non c’è niente che vada bene?”.
“Niente. Ho le artriti, lo stomaco non digerisce, mi cadono i capelli”.
“Sono mali che non guariscono”.
“Lo so, una medicina per me non esiste”.
“Però puoi tenerli sotto controllo: non fare sforzi, fare esercizio, stare al caldo”.
“Dici bene, al caldo, con la casa che è una ghiacciaia. Chiuse le imposte, abbassate le tapparelle. Ma gli spifferi ci perseguitano. C’è un vento che quando gira si muovono anche le lenzuola del letto”.
“E’ il tempo degli introversi” mi dice Elle. “Buio, cupo. Quello che si può fare è solo all’interno, quindi anche i pensieri sono da viscere delle terra”.
“La casa non dà pace” dice mia madre. “Tutti i giorni a pulire, da sopra a sotto. Quando ho finito, ricomincio il giro. Maledico la casa e chi l’ha inventata”.
Mi passa mio padre.
“La mamma sta male” mi dice.
Mi ripete l’elenco dei mali.
“Sono mali cronici” dico anche a lui. “Non resta che controllarli, ormai non passano”.
“Va bene, mettiamo giù” mi fa.
Rimango pensieroso. Forse ho sbagliato a filosofare.
Per un lungo periodo risponde sempre mia madre.
“E papà?”.
“Tuo padre dorme” è la risposta.
A tutte le ore.
A volte mi sembra di sentire nel sottofondo il suo borbottare. Mi viene da ridere, mi sembra di vederlo.
Sospetto che stia troppo male e a me non vogliano dirlo – o che mio padre non voglia parlarmi – e mi turbo. Ne parlo con mio fratello, che mi rassicura.
“Non preoccuparti, è la malattia. Così risparmia energie”.
Poi d’improvviso mi risponde mio padre – e per mesi solo lui. Temo qualche contrarietà in mia madre, così umorale, così suscettibile. Chissà se non è il caso che vada a trovarli.
Telefono a mio fratello e sondo la situazione.
“Cosa dicono di me? Vogliono vedermi?”.
“No, da tempo non parlano di te. Sarà la distanza, sarà l’abitudine. Mi dispiace dirtelo”.
La settimana dopo torno alla carica.
“Potrei venire solo io. Una visita agile, veloce. Tu cosa ne pensi?”.
“Non saprei. Dillo a loro. Poi ti dirò se ne parlano”.
Quando telefono trovo mia madre.
“Pensaci” le dico, dopo aver fatto la proposta.
“Va bene, ci pensiamo”.
* * *
Nell’attesa che fosse ora di andare nessuna attività era possibile, neppure sfogliare un giornale. Stavo in piedi, andavo da una stanza all’altra, bevevo, controllavo la borsa e il portafogli.
Sull’autobus erano scomparsi tutti i pensieri. La casa, il lavoro non esistevano più. Reggevo con una mano la borsa da viaggio e guardavo dal finestrino.
Mi girai a guardare una signora. Stava sbadigliando a bocca spalancata. Sotto il mio sguardo portò la mano alla bocca. Le fui grato come di una cortesia.
Sulla pista. Respiravo con regolarità. Al momento del decollo non guardai dall’alto.
L’aria ci sosteneva come l’acqua il nuotatore.
Dove le nuvole erano compatte, sembravano un deserto di neve. Quando entravamo in un cumulo di nubi, l’aereo procedeva come su una strada dissestata.
Stetti un giorno senza vedere mio padre, temevamo che l’emozione di vedermi potesse fargli salire la pressione. Poi mia madre mi introdusse nella stanza d’ospedale. Mio fratello, che è medico, dietro, con gli strumenti per i controlli.
Per un giorno avemmo l’illusione della normalità. Il peggio venne dopo l’intervento: il crollo, la rianimazione, i continui allarmi.
Mia madre seguiva un suo percorso, passando da una camera all’altra, dalla luce al buio.
“Chissà dove andrei”.
Piangeva e tirava su col naso. Poi sedeva e appoggiava il capo al braccio piegato sul tavolo.
“Perché non aspetti che sia morto per piangere?”.
“Vivo con tuo padre da quarantacinque anni e non abbiamo mai litigato”.
Non era vero, ma non lo dicevo.
“Il dottore l’ha detto, io l’ho capito”.
“Cos’hai capito?”.
“ ‘E’ contenta adesso?’ mi ha domandato. ‘Adesso sono contenta. E per il futuro?’ ho fatto io. ‘Per il futuro è presto’ dice ‘ne riparleremo fra otto giorni’. Capito?”.
Poi si lamentava per lo stomaco. La voce sempre più miagolante.
“Sembra fatto di pietra”.
Abbassava il mento sullo sterno e controllava il suo odore.
“Ho odore di vecchia”.
Per fortuna si distraeva cercando la tartaruga.
“Dov’è Stellina? Stellina! Stellina!”.
Immancabilmente Stellina si era rintanata dietro una cassa nel pozzo di luce. Un piccolo spazio interno della casa, senza tetto, spesso deposito, lavatoio, stenditoio. Sprofondato fra alti muri, che vi immergevano come mani le finestre a pescarvi luce. Quando vi entravo, mi sembrava di essere in un fondale.
Io e mio fratello dormivamo nella stessa camera. Ci voleva un po’ prima che ci mettessimo a dormire, anche se gli occhi ci bruciavano per il sonno e la fatica.
“Un padre così buono” diceva mio fratello. “E un male così cattivo”.
“Il peggio dopo questi interventi è la depressione” spiegava. “Nei più depressi la ferita fatica a rimarginarsi, le medicine hanno un effetto più lento. I controlli vanno bene, ma essi aspettano la risposta negativa. ‘Mah!’ dicono. ‘Ormai!’. Ormai cosa?, dico io”.
Avevo portato con me qualche libro, ma per otto giorni non riuscii a leggere una riga.
Nel tragitto da casa all’ospedale immagazzinavo frammenti di Sicilia: un pieno di sole, i fichidindia sui sassi, il buon odore della terra che il sole cuoceva a puntino.
Quando partii, lasciai mio padre ancora in ospedale. S’inceppò il rituale delle partenze: mio padre che mi accompagnava alla stazione portando il bagaglio più pesante; la ricerca del posto a sedere; l’attesa sul marciapiede; lo scambio di battute attraverso il finestrino abbassato. Mentre si susseguivano le segnalazioni, gli andirivieni, le porte sbattute, le palette alzate, i fischi. Finché uno scossone della motrice avvertiva della partenza.
Era una ripetizione a ruoli invertiti: per anni ero stato io ad accompagnare mio padre in partenza. A volte prevaleva l’imbarazzo, a volte l’emozione, ma non si osava troncare il rituale, nonostante l’invito:
“Vai pure, ormai manca poco”.
Quando partii, nei primi giorni telefonai due volte al giorno, poi una volta al giorno. Adesso telefono una volta la settimana e per le feste.

Che bello questo post!L’inizio mi ha ricordato una vecchia poesia di Parronchi: si ritrovano dei vecchi e parlano delle malattie e degli amici morti, del lapsus che ha uno di loro non ricordando di un amico morto. So che centra poco con questo racconto ma mi ha ridato la stessa emzione. Quel commovente tocco crepuscolare vetato di realismo quando si parla degli anziani, dei nostri vecchi (nel senso affettuoso dei nostri genitori). Mi ha commosso!
Un caro saluto
Grazie, Luca, e un caro saluto.
Un testo di profondissima e dolente umanità, Giorgio.
Ogni parola, ogni virgola, sembra reclamare una pausa di silenzio dove immergersi e svanire.
Bellissimo.
Ha letteralmente devastato ogni fibra del mio essere.
E te ne ringrazio.
fm
Grazie a te, Francesco, della tua intensa lettura: un bel “dono”, come si diceva da altre parti.
il tuo è un bloc notes che dovrebbe rimanere. a guardia del tempo. le persone se ne vanno, le pagine ingialliscono e rimangono. ci parlano dei vivi e dei morti, in silenzio. con lo stesso battito dei sentimenti universali. lo stesso groppo alla gola.
grazie, Giorgio.
fabrizio
Giorgio, se riesco a dare una veste dignitosa, e pubblicabile, ad un testo di “Hairesis” che presenta una versificazione e una spaziatura particolarissime, cerco di postarlo.
Se appare, ritienilo dedicato a te.
fm
Meriterebbe proprio di essere pubblicato, questo testo!
si inietta nel sangue come fosse un siero…
Bravo Giorgio!
ciao
Fabrizio, Francesco, Carla, grazie… E rimango in attesa di leggere “Hairesis” (domani e domenica sono via da Milano, leggerò al ritorno).
qui vedo il senso delle ultime parole de “il tempo ritrovato”
“mi sgomentava il pensiero che i miei trampoli fossero già così alti sotto i miei passi; non mi pareva che avrei avuto la forza di tenere ancora a lungo, unito a me, quel passato che già scendeva così lontano. pertanto se quella forza mi fosse stata lasciata abbastanza a lungo da poter compiere la mia opera, non avrei mancato anzitutto di descrivervi gli uomini, quand’anche ciò avesse dovuto farli somigliare ad essere mostruosi, come occupanti un posto tanto considerevole, accanto a quello, così angusto riservato loro nello spazio, al contrario, prolungato a dismisura, poichè essi toccano simultaneamente, come giganti immersi negli anni, epoche da loro vissute così distanti l’una dall’altra, tra le quali i giorni sono venuti ad interporsi- nel Tempo”
struggente come può esserlo solo il nostro essere disarmati davanti ad un tempo che scivola via inesorabile.
saluto tutti
elena f.
L’ho sentito anche mio per come lo è di tutti.
Mi ritrovo anch’io negli stati d’animo che questa tua storia – così vividamente descritta, e vera – sa suscitare. Stati d’animo tanto più intensi quanto più marcato è il distacco – pur naturale – dai propri cari. Se ne vive – almeno, così a me accade – il doloroso decadimento e la malattia come qualcosa di non completamente estraneo alla nostra distanziante autononia, al nostro inevitabile raccoglierci nel segno/senso del nostro vivere.
Grazie, Giorgio
Giovanni
Elena, Gian Ruggero, Giovanni, grazie per la lettura e i preziosi spunti tra arte e vita…