Jung Alchimista

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A causa di una forte incomprensione interna al sito stesso, ero stato costretto a cancellare la pagina elettronica concernente le mie osservazioni sullo psicologo svizzero Carl Gustav Jung. D’altronde non di me si parlava, ma di opera alchemica e di dottrina junghiana.

Cercavo, nei limiti del possibile, di proporre un quadro sistematico dei principali problemi che le due materie, assai complesse, implicano per uno studioso. Da una parte il notevole apporto dato da Jung nelle psicopatologie avanzate, dall’altro l’impegno dell’alchimia tradizionale nel persistere nell’alvo del proprio humus didattico: e cioè, di rimanere fedele a se stessa.

E’ risaputo che Jung si occupò d’alchimia, lasciando – però – profondamente perplessi gli alchimisti stessi. Da qui, in questa sede, ne era nato un piccolo dibattito, credo – anzi sono certo – fondato sull’esclusivo spirito di ricerca che animava gli interlocutori. Tale armonia, mi pare, ad un dato momento è venuta a mancare.

Ricordo solamente che la materia è complessa, e richiede molta attenzione nella lettura dei testi, sforzo forse inadatto per una pagina elettronica.

Seguendo l’antico principio forense che l’obbligo di dare prova spetta a colui che afferma, non a colui che nega, ma senza la medesima pretesa, tento di riproporre la conversazione che si cercava di condurre.

(per completezza, il testo originale del post è in fondo, per ultimo)

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binaghi dice

Sono contento che hai postato questo testo. Una riflessione su Jung è importante, perché è un autore che come pochi altri ha condizionato, oltre all’ambito psicoterapeutico, tutte le analisi dell’immaginario artistico e sociale degli ultimi trent’anni. Il punto di vista che proponi, però, cioè quello dell’Alchimia operativa (rispetto alla quale dai un giudizio negativo di Jung, accusandolo di dilettantismo) è di difficile accesso, almeno per me. L’idea che me ne sono fatto è che si tratta di un’arte dell’integrazione spirituale, fondata però su un simbolismo non naturale, cioè esoterico perché legato a convenzioni segrete. Spiegata in termini più universalmente psicologici, dove sta secondo te la manchevolezza dell’impostazione junghiana?

martini dice

Senza orpelli ermetici Valter, certo: successe questo, che Jung trattò l’alchimia come un fenomeno psichico, riducendo, quindi, l’alchimia ad una sorta di cura medica dell’inconscio.

Gli alchimisti suoi contemporanei (come accadde in ogni epoca) erano fondamentalmente dei chimici di laboratorio, trattavano la materia e in essa ricercavano l’origine universale della Vita. Occupandosi della materia cercavano teologicamente Dio, o lo Spirito Universale, ecc – e quindi erano anche dei filosofi.

Jung non capì che la sua fu un’interferenza in una materia che da migliaia di anni veniva tramandata canonicamente, cioè attraverso dei codici di ordine chimico, fisico, filosofico, mito allegorico, ecc.
Quindi, senza un opportuno e obbligato decriptaggio degli elettuari alchemici, finì per inventare una mitopoiesi alchemica non rispettosa dei millenni di studi (più o meno dagli egizi in poi) che l’avevano codificata attraverso sforzi inauditi.

Ma Jung psicoterapeuta è indiscutibile. L’apporto da lui condotto negli studi antropologici rimane tuttora un’opera imponente, oltretutto fondamento del pensiero interpretativo dell’occidente moderno.

binaghi dice

Chiaro. Adesso ti faccio una domanda da un milione di dollari.
Come si deve leggere un libro come “Il mistero delle cattedrali” di Fulcanelli? Cioè come lo deve leggere un non-iniziato (e forse, a monte, è il caso che si metta a leggerlo?)

martini dice

Il Mistero delle Cattedrali” di Fulcanelli, Valter, come certamente saprai – è la basilica dell’alchimia moderna. Se dovessi suggerire una lettura, mi limiterei a segnalare l’aspetto puramente estetico di questo vertiginoso volume di antica sapienza.

Perché il libro è innanzitutto bello, avvincente, scritto col solo mezzo di una passione sconosciuta. Da un linguaggio semplice, addirittura infantile (ludus puerorum) si addentra nelle profondità del mito, della chimica, dell’allegoria.

Il traino è la bellezza, la meraviglia del mistero. Poi pian piano, cominiciano a emergere i significati, il senso intimo della Grande Opera.
E quella, come certamente avrai intuito, emerge da sé…

binaghi dice

Se dovessi consigliare un libro a uno come me, che viene dalla filosofia e ha spilluzzicato un po’ sull’ermetismo senza capirci un gran che, consiglieresti proprio quello?

manzoni dice

Degna continuazione al mio post su Hesse. Grazie Martini per questo ulteriore spunto di riflessione. Sconcertante quello che hai postato… e molto ma molto interessante. Non ero al corrente.

elena f. dice

lascio la parola al diretto interessato:

“Ho studiato per quindici anni, senza farne mai parola ad alcuno, perchè non volevo suggestionare i miei pazienti o influenzare i miei colleghi. ma dopo quindici anni di ricerche e di osservazioni, certe conclusioni mi si imposero ineludibilmente. le operazioni alchemiche erano reali, solo che la loro realtà non era fisica, bensì psicologica. l’alchimia rappresenta la proiezione in laboratorio di un dramma insieme cosmico e psicologico. l’opus magnum aveva due finalità: il salvataggio dell’anima umana e la salvazione del cosmo. ciò che gli alchimisti chiamavano “materia” era in realtà l’inconscio. l’anima mundi, identificata con lo spiritus mercurius, era imprigionata nella “materia”: per questo motivo gli alchimisti credevano nella “verità” della materia, perchè la materia era la loro stessa vita psichica. si trattava perciò di liberare questa “materia”, di redimerla: di trovare insomma la pietra filosofale, il corpous glorificazionis”.

(…segue una descrizione sintetica del processo “alchemico” ovvero di quel processo definito da Jung individuazione…)

“Io sono e rimango uno psicologo. ciò che trascende l’esperienza umana non mi interessa: non mi chiedo nemmeno se una tale trascendenza sia possibile, perchè comunque i fenomeni transpsicologici non sono nel raggio d’azione dello psicologo. ma anche sul piano propriamente psicologico ho a che fare con esperienze religiose la cui struttura e il cui simbolismo possono essere interpretati. per me dunque l’esperienza religiosa ha una realtà, è vera. ho constatato che attraverso tali esperienze religiose è possibile “redimere” l’anima, accelerarne l’integrazione, ristabilire l’equilibrio dello spirito. per me psicologo lo stato di grazia esiste: è lo stato di perfetta serenità dell’anima un equilibrio creativo, fonte di energia spirituale”.

Jung parla, W.Mc Guire e R.F.C. Hull curr,p294-295, Adelphi.

credo sia un errore credere che Jung usasse l’alchimia “per guarire” come è scritto nell’articolo, per chi conosce la sua opera è chiaro che il suo è un atteggiamento scientifico, egli osserva come la psiche opera e scopre nei simboli un “funzionamento” universale.
gli arthetipi esistono nell’inconscio è i simboli sono un modo di concretizzarli come immagini, lo studio comparato delle religioni gli ha permesso di cogliere similitudini oltre che differenze e comprendere che ci sono processi che guariscono e altri che “ammalano” la psiche. l’alchimia non è usata come cura, così come non lo è la religione essa serve solo come spiegazione di un processo altrimenti non definibile.

martini dice

Premesso che l’apporto di Jung nella materia medica occidentale è assoluto, indiscutibile, centrale – va però ricordato che l’alchimista non è né un medico, né uno psicologo, né un antropologo.
Quindi ciò dovrebbe spiegare la distanza che esiste tra le scienze biomediche accademiche e la ricerca chimico-filosofica: sono mondi separati concettualmente.

Se allo scienziato interessa l’effetto farmacologico diretto sull’uomo, per sanare, supponiamo, una (psico) patologia – l’alchimista, differentemente, si preoccupa di preparare il farmaco per trovare teologicamente Dio, l’origine delle cose, lo spirito universale, ecc – senza valutazione alcuna del concetto di malattia. L’impostazione apparirà completamente diversa.

Certo Valter, proprio quello: “Il Mistero delle Cattedrali”…

E’ sconcertante Gian Ruggero, in effetti, per gli alchimisti – la distanza che interponevano tra la psicologia dell’inconscio e l’alchimia. E’ verissimo, certo.

Ciò che dice Elena non fa una piega. E’ una corretta descrizione del teorema junghiano. Anche qui ci si trova davanti a qualcosa di indiscutibile: la terapia moderna, che tanto ha prodotto nell’ultimo secolo in termini di cura delle psicopatologie. Jung fu un medico che curava e molto spesso guariva i pazienti.

Scrive Jung:

“Certe conclusioni mi si imposero ineludibilmente. Le operazioni alchemiche erano reali, solo che la loro realtà non era fisica, bensì psicologica”

Detto a un alchimista, non può che scoraggiarlo. Va ricordato infatti, che l’opera di laboratorio non è una metafora, ma un dato di fatto. E’ la base di tutto. E come se a una partita di calcio togliessi il pallone.

Jung parla:

“Ciò che gli alchimisti chiamavano “materia” era in realtà l’inconscio”.

Questo, anche, mi pare inesatto. L’alchimista si rivolge alla materia e solo a quella, fuor di metafore. L’inconscio non è valutato. Il potere intrinseco della materia tangibile, empirica, sostanziale – è l’unico trattamento al quale l’operatore alchemico si rivolge.
Egli lavora in un laboratorio chimico vero e proprio. Tra l’altro, difficilmente distinguibile da un comune laboratorio, di un qualsiasi istituto bio-chimico di ricerca.

Per quanto riguarda l’ipotesi che Jung non volesse guarire i pazienti per mezzo dell’isolamento del morbo patogeno nell’opus alchemico, mi apparirebbe improbabile, essendo egli stesso un (grande) medico e un (grande) ricercatore.

elena f. dice

non credo che Jung intendesse dire che gli alchimisti non operavano con la materia reale. quando dice che la loro era una proiezione dell’inconscio sulla materia usa il termine che gli è proprio nello studio della psiche: proiettare significa vedere nell’altro ciò che è dentro di noi. se io proietto un complesso su chi mi sta davanti vuol dire che ciò che accade in me non lo riconosco come mio per un qualche impedimento psicologico, e lo attribuisco all’altro fuori di me.

ciò significa che se anche gli alchimisti operavano o tentavano vere trasformazioni della materia (non mi risulta che qualcuno abbia mai trasformato il piombo in oro veramente o abbia creato la famosa pietra filosofale) ciò che tentavano era un percorso che Jung chiama di individuazione, l’unione degli opposti con l’ampliamento del sè che ne deriva.il sè come pietra filosofale è ciò che c’è di irraggiungibile perché l’opera di individuazione dura tutta la vita così come l’opera di trasormazione dell’uomo non è mai finita.

martini dice

Ho capito ciò che intendi Elena. La tua è un’esposizione ineccepibile delle meccaniche psico-cognitive, oggetto della ricerca psicoanalitica.

Ma la proiezione junghiana non attiene, si dice, all’opera alchemica.
L’operatore, infatti, non cerca se stesso nella materia, ma l’opera della natura nella materia stessa.

L’uomo, nell’alchimia, passa in second’ordine. L’alchimista ricerca le forze misteriose che agiscono nelle strutture organiche ed inorganiche presenti in natura, cercando di cogliere il processo evolutivo della materia – per poi poterlo riprodurre in laboratorio e così facendo trasmutare.

La trasmutazione non è di se stessi, l’operatore non cerca l’individuazione. L’operatore cerca le meccaniche costituenti la vita. E in esse, culmine dell’opera, la fonte primigenia, origine di tutto; la fonte universale di ogni cosa, per intenderci.

Jung disse molte cose sull’alchimia, che vanno bene per la psicanalisi, ma che non entrano nel processo della grande opera.
Cercò di coniugare le due cose, apportò sicuramente, attraverso l’alchimia, nuovo slancio e nuovi elementi: ma per la psicanalisi – e solo per essa.

Ha attinto da una materia che non ha nulla a che vedere con i processi inconsci (inconsci, certo, in senso psicoanalitico).
Individuazione, modelli archetipici, proiezione, sono strumenti magnifici in mano ad uno psichiatra, uno psicologo.
Ma in mano ad un alchimista cambiano di significato.

binaghi dice

Ma allora qual è la differenza tra alchimia e scienze della natura post-galileiane? Non l’oggetto, a quanto dici.

martini dice

Tutto sommato, Valter, l’oggetto è lo stesso per tutti i ricercatori. Perché la scienza è una, la chimica è una – e non esistono scienze alternative a quelle accademiche.

L’alchimista opera, però, servendosi della natura per individuare la scintilla generatrice che lo riconduca all’origine. La materia diventa una sorta di trampolino per ricongiungersi con Dio, teologicamente parlando.

Mentre un chimico accademico opera all’interno della materia stessa, cercando di ridisporla (sul piano molecolare) per un beneficio, supponiamo, farmacologico.

Una volta ottenuto ciò, l’elemento spirituale è un fatto che non lo riguarda; non fa parte della sua ricerca scientifica. Parte quindi dalla materia, per la materia.

L’alchimista, invece, parte dalla materia per trovare la fonte universale nella materia. Ciò che la generò, in poche parole. E l’elaborazione della stessa (materia) è condizionata da questa articolazione misterico-trascendentale. Operando anch’egli nell’ambito della ridisposizione molecolare, compie i suoi gesti seguendone l’origine trascendente.

Cosa questa che, giustamente – e per ovvi motivi di interferenza in altri domini didattici – non interessa al chimico empirico d’accademia.

binaghi dice

Okay. E allora che differenza tra alchimia e religione?
E perché mentre la seconda si propone una conversione universale, la prima si mantiene ostinatamente esoterica e si serve di un codice criptato?

martini dice

Perché l’alchimia non prevede modelli di larga diffusione, a differenza delle religioni. Ciò è insito nel proprio germe didattico, nell’alvo costitutivo della disciplina stessa. Non sarebbe possibile per via della difficoltà monumentale data dal corpo alchemico stesso. In esso coesistono tutte le forme dello scibile umano, nessuna esclusa.

L’alchimia nasce col trattamento sperimentale dei metalli operato dai primi uomini, all’alba della nuova era. L’era moderna. Successivamente si separò e divenne modello elettivo, operativo, delle classi sacerdotali nelle civiltà asiatico-mesopotamiche. In particolare nel (misterioso) Egitto dei Faraoni.

In antichità non esistevano le religioni. L’alchimia nacque in quel clima di misticismo laico, popolare, primitivo. Nel medioevo gli alchimisti dovettero nascondersi nei monasteri per motivi di prudenza. Oppure mascheravano l’Opera di ricerca nei loro laboratori iatrochimici, metallurgici, ecc. Tra loro vi furono una serie di millantatori. Le cronache dell’epoca riportano parecchie storie di questo genere.

Le religioni nacquero quando cadde l’uomo. Fu necessario costituire un sistema di redenzione collettivo. Difatti la Bibbia, il Vecchio Testamento, è colmo di indicazioni formali volte a correggere il comportamento umano giunto, in quelle epoche, all’abbrutimento. Vi sono moniti espliciti, ad esempio, a non copulare con le bestie, ecc. In quel contesto fu necessario sistematizzare su larga scala un comportamento sociale che fosse civile. Quindi, le religioni vennero realizzate per tutti.

L’alchimia non ne ebbe bisogno perché la praticavano in pochi. Quei pochi se la tramandarono di testo in testo – nei secoli, accertandosi che l’humus didattico non venisse distorto. Il linguaggio criptico nacque appunto per questo. Per evitare interferenze da parte di millantatori che cercavano l’oro per un arricchimento personale.

brotto dice

Mi piacerebbe conoscere un alchimista che abbia dato un contributo fondamentale alla conoscenza dell’umano. Ciò che sta tra la filosofia e la scienza è sostanzialmente magia, ovvero una forma di ricerca del dominio (magari inteso anzitutto come auto-dominio). Personalmente, ritengo tutta la pratica psicoanalitica (Freud compreso) più vicina alla magia che alla scienza. E ho toccato con mano la vanità dell’approccio psicoanalitico a causa dell’autismo di mio figlio. Come si sa, la psicoanalisi ha dato dell’autismo una lettura che ne faceva una sorta di autodifesa del bambino di fronte al rifiuto (inconscio) dei genitori nei suoi confronti. Questa impostazione per anni e anni ha colpevolizzato i medesimi. La neuroscienza ha dimostrato irrefutabilmente che si tratta di un disturbo organico legato a malfunzionamento di zone del cervello. Qui si tocca la differenza tra scienza e costruzione mitico-magica…

binaghi dice

Per quanto ne so, almeno Paracelso, alchimista ma anche medico e inventore della iatrochimica (farmacopea di sintesi).

martini dice

Di esempi ce ne sono innumerevoli. Ogni testo di chimica li menziona. Parecchi strumenti tecnici di laboratorio escono dagli studi di alchimisti. Così come alcuni elementi chimici sono stati isolati dagli alchimisti. Comunemente, i chimici accademici hanno molto rispetto per l’alchimia. Comunemente, dico. Non sempre.

Traggo, per rapidità, da Wikipedia:

“Alchimisti islamici come al-Raz? (in latino Rasis o Rhazes) diedero un contributo fondamentale alle scoperte chimiche, come la tecnica della distillazione, e ai loro esperimenti si devono l’acido muriatico, l’acido solforico e l’acido nitrico, oltre alla soda (al-natrun) e potassio (al-qali), da cui derivano i nomi internazionali di sodio e potassio, Natrium e Kalium”.

…….

La psicoanalisi, nella sua forma deteriore e morbosa, certo, ha prodotto danni. Ma come tante altre discipline mediche mal condotte. Però altri psicoterapeuti hanno salvato la salute mentale di tante persone gravemente malate.

Ci sono forme di patologia organica, che concordo, trascendono drasticamente l’elemento psicologico. Ma vengono confuse. Le neuroscienze cognitive, straordinaria frontiera della nuova ricerca, dovrebbe mettere le cose in ordine, almeno così vien detto, nei registri scientifico-umanistici, essendo, quest’ultima, una materia multidisciplinare.

Se per umano si intende lo stimolo della radice antropologica, certo. Anche qui di casi se ne hanno innumerevoli.

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Jung Alchimista

Posted by giovanni martini on February 16th, 2007

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Jung, non era un alchimista, come è ben risaputo. Lui stesso si definiva uno psicologo, nonostante una laurea in medicina psichiatrica (a suo tempo avveniristica, che tra l’altro da giovane gli produsse molte critiche). Nonostante tutto sviluppò per trequarti della vita, principalmente, un teorema sui modelli archetipici, forze agenti inconsce, vettori esclusivi del comportamento umano; sorta articolazioni orientative responsabili della coordinazione della funzione antropologica. In età avanzata, Jung, ebbe un incidente cardiaco severo, dal quale ne uscì brillantemente. Ne uscì, anche, con “Psicologia e Alchimia”, il testo al quale si fa riferimento.
Ecco dunque i fatti. Detto senza indugio, si può serenamente dichiarare che Carl Gustav Jung, fu considerato dagli alchimisti suoi contemporanei, semplicemente un imbroglione. Eugène Canseliet, padre dell’alchimia moderna (insieme a Dujol e Champagne fu allievo del misterioso Fulcanelli) – ne parlò come di un manipolatore. L’accusa, in poche parole, fu questa: Jung utilizzò la Grande Opera nel processo di sviluppo psicopatologico in modo fragile, e mal sostenuta da una iconografia scadente e quindi poco utilizzabile in termini di analisi strutturale del mito. E, ancor più grave, senza tener conto del Fuoco, agente assoluto, definitivo, per la realizzazione dell’Opera. Traducendo dal linguaggio ermetico, ed escludendo l’opera di laboratorio, potremmo dire: senza l’elemento di elevazione trascendente, base del lavoro operativo degli alchimisti.
In poche parole, è come se uno psichiatra moderno utilizzasse la dottrina cristologica nella cura di psicopatologie avanzate, senza però introdurre e incoraggiare il dogma; quindi, teologicamente parlando: la garanzia della Salvezza, il Mistero dell’Incarnazione, la discesa dello Spirito Santo, ecc.
Svilendone così, brutalmente, il tratto spirituale. Riducendo, infine, la dottrina a una faccenda di ordine strettamente (psico) fisico-medico (e nel caso di Jung, anche mal realizzata dal punto di vista dell’esegesi mito-allegorica).
Questo è, sostanzialmente, ciò che pensano gli Alchimisti di Carl Gustav Jung, (autore al quale personalmente devo molto, a parte i suoi studi sull’Alchimia).

6 pensieri su “Jung Alchimista

  1. vbinaghi

    Nonostante l’esoterismo delle procedure e dei simboli alchemici, ci sono parecchie opere saggistiche che aspirano a divulgarne la storia e la cultura. A parte l’approccio junghiano, ho presente testi storici di Lindsay, Holmyard e, in una chiave più filosofica, studiosi della tradizione come Burchkardt, Evola, Wirth e il nostro Zolla (Le meraviglie della natura).
    Come li valuti, Giovanni?

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  2. martini

    Di letteratura divulgativa se ne conoscono vari esempi di spiccato interesse, tra cui quelli che tu segnali, Valter. Ma in fondo, il campo operatorio rimane la pratica. La decifrazione dei simboli è, di norma, lo scoglio più ostinato. Gli alchimisti chiamavano Prima Materia tale esordio chimico metallurgico col quale dovevano fare i conti.

    Ogni azione, in una tavola alchemica – ogni allusione dinamica, aveva un suo indirizzo specifico. Quindi, non solo l’oggetto da decifrare, ma anche l’azione che compiva in seno ad uno scenario più ampio. Ecco perché l’interpretazione di un simbolo varia, all’interno del medesimo simbolo. Varia secondo l’allusione, il movimento, il contesto, la prospettiva.

    Come nella fisica gli Isotopi: sono atomi dello stesso elemento chimico, che abitano “nello stesso luogo”, ma che hanno comportamenti fisici diversi.
    Quindi, pur essendo sostanzialmente uguali, pur comportandosi chimicamente nello stesso modo – hanno una vita fisica differente.

    Questa dovrebbe essere la forma didattica più opportuna per la decifrazione della materia alchemica.

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