Gennaio finisce duramente, con du’ fuochi che consumano la pace, TERMINATUR – e si è bene da una parte e da un’altra –, senza ambiguità. E la letteratura sarà esaminata. In un momento dice prendi, in altro togli, vieni, in altro, in altro vieni: non ti voglio, non sei mio. In un momento si risponde: io non sono una bandiera! non il tuo scialle! Gennaio è consumato duramente e in povertà. E’ eliminato un peso che esisteva, oggi no. La mente espone ora una città di mare, con la sua acropoli antica, su. Perché? Appariva al mattino quasi vuota, e piaceva così. In un’altra città marina c’era il sole: per patire, lì patirvi, un altro attacco sensuale. Lì è breve. Non si considera disgrazia, in nessun modo, e i mobili – sedie, tavolo, divano, lume, altoparlanti – devono sembrare la gioia delle mani, la loro estensione, intelligente o meno. Il mestiere è sicuro, in questo punto. Sii calmo, sii felice, resta. E restando, trasferito già nel febbraio breve, e sistemando o Mingus o Varèse, e anche Hampton, che dice ah, eh – i tuoi, i tuoi – (e i tuoi rintocchi duri). Per una canna soffiata – ah, oh – derivano i suoni, e soprattutto stridono. difficile imitare. Il buono il bello il dolce il bene appartengono ad una zona irritante. Questa è parte consapevole. Tu non hai pianto oggi, né P. ha – dalla strada arrivano i doni, i libri sono gettati, i panni sono antichi. Ora qualcuno pronuncia specialmente IO SO; che importa con quanta pietà, più di tutto; non il suo senso, ma il suo valore. non la sua sincerità, ma la sua temperatura esposta all’alto FREDDO, a fine inverno.
«Euridice gli fu degna compagna». per strada appare, prima, poco fa, e per strada è seguìta, e Santissimo Dio vede, ed è seguìta a lungo, finché non è persa del tutto. al telefono, dopo: ho visto una donna, lo sai, e non credevo, lo sai. ha tremato un poco il cuore. temo forte. dai libri viene l’esempio: un, uno, due, altri.
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qui non siamo per te – non siamo qui per farti PIACERE; e non lo provi, perciò – viene anche alla memoria questo, dopo pagine lette, che l’asino è quasi in Firenze, con altri 198, e altri in Italia e altre volte, ma forse più in Firenze – e ci morivi. E ci morivi, e non lo sai ancora. Ma hai conosciuto, da bambino, il segno bianco, uno squarcio sul fianco sottile, come era (fu) – che ora, perché la pelle non sa niente del sole, sbianca e dispare. E non mi toccare mai tu, dirà dopo: a chi forse toccherebbe, già con le dita lunghe, dita di rose e di viole e vaniglia fortissima [confuse le persone, quasi una, a pensarci; ti sbagli, ti abbagli] – nemmeno da mani simili ci si fa toccare, solo una volta. lo squarcio, chiuso, rimane marchio: che riguarda la pelle e – PIACERE pensarlo – corrisponde ad una coltellata, ad un colpo di fuoco, che fu da un’arma. non volevi, non potevi, sentirti altro che cambiato e scambiato e diverso, lì, prima nascendo; e già guaìvi, con i versi di un cucciolo: povera virilità e nulla, in tutti i modi. lì parlava quasi una creatura femmina (e già M. poneva la mano sotto per vedere: questo non è maschio, mai). Il disprezzo è sprezzato bene, oggi. E mi senti? tu mi senti? Tu hai capìto. Né fiato di voce né scrittura scritta dicono tutto vehementer. Questo è vero. Ma è indiretto anche questo atto: riprodurre, con la pace e senza, la vita di prima. Non c’è stata; e se c’era, è morta; se è morta, non parla più e non si alza.

“Ma hai conosciuto, da bambino, il segno bianco, uno squarcio sul fianco sottile, come era (fu) – che ora, perché la pelle non sa niente del sole, sbianca e dispare”.
passato e presente testimoniano verità dolorose, ma miracolosamente umane. la pelle della vita è segnata, ma anche graziata da eventi che ricevono luce, anche se non la sanno. il poeta ha queste fonti nascoste, come i manoscritti del mar morto, che a intervalli vengono in superficie, come segni di incalcolabile valore, tracce di ciò che cerchiamo da sempre, che desideriamo e temiamo nello stesso tempo.
grazie, Massimo.
fabrizio
“né fiato di voce, nè scrittura scritta dicono tutto vehementer”
il flatus vocis – ciò che si perde- e gli scripta -che invece manent- non dicono tutto. c’è bisogno di risalire al respiro che emesso quel flatus e alla mano che ha vergato quei segni per sentirne la forza vivente.
grazie massimo
elena f
tremo nel petto.
“…dalla strada arrivano i doni, i libri sono gettati, i panni sono antichi…”
e poi
“…Ma è indiretto anche questo atto: riprodurre, con la pace e senza, la vita di prima. Non c’è stata; e se c’era, è morta; se è morta, non parla più e non si alza.”
continuo a tremare. Per tutta questa caduta del tempo, e per le mani che non trattengono niente e alla fine, però, sanno quanto c’è da sapere.
che commozione, Massimo.