di Marina Pizzi
[terzo espianto]
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*
- fu lo scampo apice soqquadro
- bravura edita d’inedito
- figlio dell’uva vana
- aneddoto del falso sole del freddo.
- convinse, ti dissi, il soliloquio
- ulivo potato per voglie credule
- dubbio del mare riveder la riva.
- valse il silenzio il lutto a zonzo
- quale veto di senso quale sudario
- ritto alla nebbia in braccio alla sirena.
- *
- minaccia in cialda questa infanzia
- sgraziata zavorra di promesse
- acidule melense quanto basti
- di sfingi. nullità del saio il baco
- da seta indefesso, intonso nonostante
- il lavoro senza sirena di stop.
- *
- con un gruzzolo di acque in piena foce
- parta la zolla che mi terrà
- apostrofo di goccia.
- *
- interminabilmente un vicolo di lacrima
- lacrima di stoppie
- pile su pile i libri da leggere
- non letti
- e tu che muri e muori
- e le vestali darsene
- e le creature nuove.
- *
- bella come una giungla
- la madre da abbandonare
- *
- dà dolore l’entità del tale
- tizio sconosciuto sciupio addosso
- torto addentro l’addendo e il sottraendo
- di una strada qualsiasi abitudine o soppiatto
- improvvisamente scarto.
- così col tuffo magnifico del peso
- so la gente del comune accordo
- quando per disaccordo si spensierò
- e adesso si spensiera con un saltello
- adatto sfaglio.
- *
- the spaghetti was mushy, gli spaghetti erano scotti
- se mi permetti un arrivo in forma di palude
- è questa la confidenza appesantita al tempo
- al tempo appesantita tanto da temprarsi
- in un cimelio d’olio fritto freddo
- contumace il cielo con le teche di baci
- oggi appena un cenno alla mestizia
- di stirarsi affronto un altro giorno
- stinto, dimentico e petulanza il tic
- di farsi vivi.
- *
- alle spalle guardi il tuo ulisse
- dal braccio braccato
- canterino incanto quando di convivio
- elemosinava vivo il vivo.
- e non bastò il moto né il modo
- per studiare o stupire uno stuolo
- di mosche già crepe di cancrena.
- crebbe l’arringa per creparti meglio.
- *
- alla maniglia i fasti delle tue vesti
- daranno nicchia alle tue spoglie
- donna già tutta in pasto al capodanno
- alla maniera del profugo profano
- nell’osanna di sale. l’azzardo lapidario
- sia la zattera salita controcorrente
- del poeta in prima benedizione.
- *
- zendado sul dado del volto
- sei andato via dal viso dal cinque delle dita
- per un abisso qualunque lucetta
- di odio sottile o primitivo balsamo
- primo:
- apriti al mito del benservito
- quale un orafo in balìa di stagno.
- *
- il respiro non è più tornato,
- la mela resta sul comodino
- sapiente per un altro morente
- *
- il sipario è già dentro il tuo no
- questo sparviero stocastico
- coda di veleno normalità del caso chiuso
- sotto il parapetto di aver creduto
- a tutte credute a proprio tutte
- le credenziali della madre sotto
- l’ospizio del tradimento.
- *
- albero secolare un salice
- senza consolazione.
- *
- lo spessore del segreto
- così sotto il buio
- la novena della giostra
- stranezza da riso
- sopruso anche da cheto.
- *
- sitibonda la fossa con tutto il bordo
- senza movenza d’atrio
- senza scapicollo d’orizzonte
- nascita scissione il senso
- sottocosto d’abituro, toro con picca
- cavillo di filosofo il gozzo.
- nel mirino la perdita del tempo
- pagliacciata d’avanzo e sottocosto
- financo la facciata.
- *

hai raggiunto, secondo me, un rarissimo equilibrio tra la forma sperimentale e la comunicazione di un mondo articolatissimo, fra sensibilità e pensiero: una poetica che mi ricorda l’ultimo Lorca, anche per l’energia di passione, a volte qui disperata, che l’attraversa.
grazie.
fabrizio
Federico: davanti al plotone di esecuzione:
grazie a te, Fabrizio.
m
(mi voglia perdonare il signor fabrizio per la mia incompetente presenza)
Ho cercato di leggere con attenzione, per quanto mi è dato, ma le parole sono scivolate.
Ho riletto, e sono rimasto confuso da un eccesso che non segna (me, ovviamente)
Le stigmate sono brevi, e restano.
“# il sipario è già dentro il tuo no
# questo sparviero stocastico
# coda di veleno normalità del caso chiuso
# sotto il parapetto di aver creduto
# a tutte credute a proprio tutte
# le credenziali della madre sotto
# l’ospizio del tradimento.”
questo è molto bello, per esempio, come preso a punto tutto: ma sfugge, non resta per domani, non si fa ricordare (da me, ovviamente): come un quadro cui, ad occhi riaperti, resti solo la cornice, ed un ricordo della bellezza, ma senza più l’immagine.
vabbè: come scrivono in rete i giovani? IMHO, e così sia, e scusate, e buonanotte
Mario
il signor fabrizio non ha da perdonarti nessuna incompetenza, Mario. anzi, apprezza parecchio la tua presenza qui (belli i versi che hai scelto).
bello e interessante il lavoro poetico di Marina. è lo sperimentalismo che trova senso (significato e significante). mi sembra che l’autrice sappia ascoltare la parola e si ponga come ricettrice della stessa. i miei complimenti.
un abbraccio
Giusto passo. Brava. Sonora. Da recitarsi a voce alta.