(Riprendo qui le note introduttive di G.M. per l’uscita dell’ e-book. FK)
di Giovanni Monasteri
Il 3 febbraio di quest’anno (a. d. 2007) si è celebrata una singolare ricorrenza: il cinquantesimo anniversario di Carosello, la più popolare, la più longeva e forse la più amata trasmissione televisiva nella storia della televisione italiana.
Non so quanto Franz Krauspenhaar abbia voluto partecipare a questa celebrazione, o se ne sia stato ispirato per il suo “Monoscopio segreto”; fatto sta che il nuovo poemetto dello scrittore e poeta (già noto ai lettori di Feaci Poesia, ma non solo), viene pubblicato (prima su Nazione Indiana, ora in questo sito, in formato di e-book e in versione completa) proprio allo scoccare dell’anniversario stesso. Operazione tempestiva e poemetto d’occasione, si direbbe dunque, non fosse che la compitezza e la complessità dell’opera presuppongono una gestazione lenta, perciò precedente alla ricorrenza. Peraltro il poemetto non indulge a nessuna celebrazione, presentandosi invece come un racconto-confessione privato, intimo (“segreto”), ricco di risonanze affettive.
L’opera rivela immediatamente le intenzioni autobiografiche, proponendosi come racconto dell’infanzia (dell’innocenza) perduta, come confessione e rievocazione di quell’infanzia. Ma la ricognizione appare duplice: dell’infanzia personale del poeta e di quella dell’Italia del boom economico. Lo sguardo innocente del bambino incantato dagli sketch pubblicitari di Carosello è specchio a un’altra infanzia: quella, appunto, della fantasiosa e troppo ottimista Italia degli anni 50-60. La naïveté del caro, indimenticabile Carosello è, potremmo dire, paradigma perfetto dell’ingenua infanzia di un popolo, tradito poi nelle sue aspirazioni e nei suoi sogni.
Strutturalmente il poemetto è costituito da una rigorosa, fedele elencazione-trascrizione degli slogan di Carosello giustapposti a delle icastiche descrizioni di sketch visti, alternativamente, con gli occhi del bambino e con quelli dell’adulto. Il poeta dice “il bambino”, senza mai usare la prima persona, e fin dalle prime note è subito chiaro che sta parlando di se stesso bambino. C’è una sorta di compiaciuta e quasi onirica regressione nel racconto; ma alla voce dei personaggi di Carosello, alle ingenue filastrocche e ai tormentoni si sovrappone, in controcanto, la voce dell’adulto disincantato, che agli accenti di commozione alterna toni di crudo sarcasmo e d’amarezza. L’amarezza del disincanto, appunto, nell’attimo in cui lo sguardo retrospettivo scopre che non c’è solo Carosello, in quell’infanzia. L’adulto inesorabilmente vede ciò che sta attorno alla scatola magica e al bambino-telespettatore, riconoscendo, smascherando con amarezza, a tratti con sadismo, una drammatica divaricazione tra il mondo fantastico del bambino e il suo mondo reale. Di quest’ultimo viene mostrato più di uno scorcio, abbastanza da lasciar indovinare, al di qua dello schermo, un’infanzia non propriamente idilliaca e non del tutto felice. Un’infanzia drogata, anestetizzata da Carosello (come altre infanzie, e non solo quelle di allora…).
La sequenza delle immagini, di quelle che passano dentro lo schermo e del se stesso bambino, scorre con allucinata rapidità. Ad ogni quadro ne traspare, in filigrana, un altro, da cui subito il poeta ritrae lo sguardo per passare rapidamente allo slogan successivo, al nuovo quadretto: “Tacabanda!”.
Pare che non manchi nessun personaggio, nessun prodotto (tra quelli reclamizzati dal vecchio Carosello), in questa stupefacente passerella di cartoni, di subrettine, di attori e attorucoli che animarono il famoso teatrino. Il racconto è ambizioso: vuole essere una rappresentazione esauriente e definitiva di quell’infanzia in bianco e nero. Ed ecco le massaie che cantano “le gioie dell’Aiax”, l’Alka seltzer che “sfrizzola” nel bicchiere, La dolce Euchessina somministrata anche ai bambini cattivi (“perché non esistono bambini cattivi, ma solo indisposti”); il cantante Nicola Arigliano “allampanato/col nasone da cartone animato” del Digestivo Antonetto; Cimabue il pittore pasticcione; l’attricetta Marisa Del Frate dai denti sfavillanti per aver usato il dentrificio Durbans; il Calimero pulcino nero a cui nessun vuole bene (ma non è nero: è solo sporco); il condor Jo Condor e il gigante buono che lo castiga; il caballero misterioso nella pampa misteriosa che cerca la sua Carmencita; Il maciste della Plasmon (e il bambino che vorrebbe diventare come lui); l’ilare Gino Bramieri (milanesissimo, come Franz Krauspenhaar) che inaugura l’era della plastica; Bice Valori e il suo olio dietetico; il biondo, cortese barman Alighiero Noschese (perché un Rammazzotti fa sempre bene, tanto che il trasformista finisce per spararsi); il Dechirichiano cavallo bianco del bagnoschiuma Vidal; il vigoroso “pugno corazzato” dell’amarissimo Petrus…
Anch’io appartengo alla generazione di Carosello (anche se sono un po’ più vecchio di Franz), e, a occhio e croce, mi sembra proprio che la galleria sia completa. Ed è assolutamente stupefacente la vividezza della rievocazione: tanto da suscitare una totale partecipazione emotiva del lettore, che sorride divertito, commosso… e rattristato.
E’ stato detto che alcuni di quegli slogan, di quegli sketch, erano dei piccoli capolavori (spesso venivano chiamati registi e autori di tutto rispetto a idearli e realizzarli): ben fatti nella loro compitezza, semplicità e incisività; com’è ben fatto, incisivo e compiuto il poemetto di Franz Krauspenhaar, che ancora una volta si segnala per le sue qualità di narratore.
Poesia squisitamente narrativa, infatti, quella di Krauspenhaar, ben lontana dalle rarefazioni solipsistiche come dalla sciatteria paroliberistica di tanta poesia contemporanea. Il poeta qui rappresenta, descrive, si preoccupa della perspicuità del testo e del contesto, dosa con sapienza gli spunti autobiografici. Il personaggio del bambino ha dei connotati definiti, delineati con rapidi e sicuri tratti; le emozioni e l’immaginario infantile (del bambino bersagliato dal carosello di sollecitazioni fantastiche) sono plausibili; i versi e le pause ricalcano la scansione di una sintassi articolata.
La conclusione del poemetto è amara (e l’amarezza è il sentimento di fondo che traspare da tutta l’opera): dopo Carosello, tutti a nanna; ma è anche il momento del risveglio alla realtà adulta di quello che è stato l’ultimo bambino della storia, il risveglio dei “bambini/panda, forse gli ultimi/della specie umana”. Anche la pubblicità, ormai, è fatta per gli adulti, per bambini precocemente cresciuti, derubati dell’infanzia proprio dal loro principale tutore e pedagogo: la televisione.
Non è del tutto chiaro, nel finale, quanto Calimero, povero papero, sia stato “seviziato” già da Carosello, o se la sevizia sia stata compiuta soprattutto dopo, per ciò che all’epoca di Carosello è seguito. Ma certo le sevizie di allora, se tali furono, non ci guastarono quanto quelle di adesso. Sia come sia, lo scrittore, negli ultimi versi, pare evocare un dolente scenario da “fine della storia” (perlomeno di una storia privata):
“Qualcuno di noi spalma/il suo formaggino/sull’ultima fetta”.
Le nostre conclusioni sarebbero ancora più amare, apocalittiche: Eccoci a spalmare, tutti quanti, il nostro formaggino sull’ultima fetta.


Interessante!Perchè non ne posti anche qualche estratto? C’è tutto in e-book sul sito giusto?
Un caro saluto
l’approdo giusto per un bel testo.
un saluto
paola
non ho parole,
chi è sensibile al ricordo sa
quanto è difficile…
Giovanni Monasteri ha reso le parole giuste
in un contesto che
immenso ci abbraccia
noi, tornati bambini…
senza difese.
Franz ha dato l’essenza.
Grazie molte a voi. Sì Luca, il poemetto è nel sito di Feaci Poesia http://www.feaciedizioni.it
il monoscopio mi ha emozionato molto.
Questa introduzione è bella e si fa leggere volentieri perchè scritta con il cuore e con la stessa nostalgia per l’infanzia che c’è nell’innominabile (gli facciamo troppi complimenti…) autore del poemetto.
Accanto all’amarezza però ci si può ancora incantare – questo è il grande potere della memoria e del raccontare un tempo infinito.
Ai tempi di carosello non c’ero anche se molti personaggi sono sopravvissuti fino a me come Calimero, il mio preferito perchè non lo voleva nessuno!
Il mio di Calimero comunque era arancione, acquistato nel mitico 1980 l’anno della serie A (per gli arancioni, ovvero la Pistoiese…).
Tra i versi di Franz mi fanno ridere questi:
e un panettone, che per il bimbo
è quello della cuccagna, l’albero
di zucchero, e canditi da levare,
come dal naso càccole
che mi ricordano me e i miei cugini e l’orrore di deformarsi il naso come i maiali.
Comunque ci manca un carosello fondamentale!!!!!
Procurato il necessario
ora impasta Mariarosa;
segue attenta il ricettario
diligente e scrupolosa.
Con ricette Bertolini
san far dolci anche i bambini.
Dove me l’hai lasciata l’eroina della mia infanzia, Mariarosa che parlava con tutti gli animali della fattoria?
“perché un Rammazzotti fa sempre bene, tanto che il trasformista finisce per spararsi”.
mi sembra che qui ci sia molto del tradimento della pubblicità. in fondo, c’è sempre una frattura tra quello che si dice e quello che si è: anche solo perché è passata una frazione di tempo tra il pensiero e l’opera. la pubblicità è l’apice di questo inganno, formulato già prima di essere pensato come prodotto. eppure carosello sta lì a dirci che perfino la pubblicità può essere umana: che l’inganno può essere accolto come vero, perdonato insomma, tra l’aprirsi e il chiudersi del leggendario siparietto.
grazie, Franz.
Cara Franziska, hai ragione, ho dimenticato colpevolmente Mariarosa, forse perchè invidioso di quei versi scritti da un copy della lontana era del ferro televisivo; epperò, carissima (mi voglio rovinare) ho dimenticato cento altri slogan, che sennò invece di un poemetto mi mettevo a vergare un’Odissea a spots.
Caro Fabrizio, mon semblable, mon frére, hai scritto cose vere, come sempre. Grazie di kuore.
Grazie Marino, vecchio Seewolf dello Zuilderzee!
bello!
una spolverata di momenti topici di una generazione – una “satura” ossessivamente proustiana –
il finto idillio di un’epoca