di Mauro Baldrati
Il ghiaccio esplose come se un enorme geiser irrompesse all’improvviso dal basso e perforasse con la sua potenza e il suo calore la spessa calotta di ghiaccio.
Il demone emerse nella tormenta che spazzava la grande spianata. Il vento che soffiava a centocinquanta chilometri orari sferzò il corpo massiccio e lo incrostò immediatamente di ghiaccio.
Il demone alzò il muso al cielo e respirò l’aria a quaranta gradi sotto zero. Un’immediata, inaudita esaltazione si impadronì di lui. Finalmente fuori, finalmente libero! Da quarant’anni era nascosto sotto i ghiacci, immobile, in stato di semi-sonno. Quarant’anni per sfuggire ai Cavalieri del Verbo, che l’avevano braccato e quasi catturato. Ma ora erano tutti morti, lo sentiva, e la nuova generazione aveva altro cui pensare. Poteva finalmente tornare nel mondo.
Si sentiva freddo come il ghiaccio che l’aveva nascosto, desiderava follemente calore e piacere con tutto il suo essere preternaturale. Aveva bisogno di sangue. Un desiderio atroce lo scuoteva e lo riempiva fino a farlo scoppiare. Il resto non contava. Tutto taceva ora, riposto in qualche angolo segreto e sigillato dall’invadenza del suo desiderio. Sangue, di creature uccise da lui.
Si mosse rapidamente e in breve notò qualcosa che si muoveva. Si avvicinò e vide un grosso orso polare intento a divorare una foca. L’orso lo guardò col muso e le zampe imbrattate dal sangue ancora caldo della foca appena cacciata. Emise un minaccioso ruggito mentre addentava un pezzo di grasso sanguinolento. Il demone con un calcio scaraventò il corpo della foca a decine di metri di distanza. Il plantigrado, furioso, si alzò sulle zampe posteriori e gli si avventò contro. Quattrocento chili di grasso e muscoli piombarono sulla massa immobile del demone, che allungò le braccia e serrò le enormi mani artigliate sulla gola dell’orso. La spinta della bestia si fermò all’istante, mentre la gola si chiudeva e il respiro cessava. Lo colpì con zampate che avrebbero atterrato un toro, tentò con tutte le sue forze di sfuggire a quella presa che gli sfondava la gola e faceva scricchiolare l’osso, ma la stretta aumentò e l’osso si spezzò. Il demone fissò gli occhi iniettati di sangue dell’orso, gli occhi che si dilatavano, poi si spegnevano lentamente, mentre il corpo si afflosciava. Lo lasciò di colpo e il corpo morente stramazzò sul ghiaccio. Cadde di fianco, scosso dai tremiti. Con un piede lo rovesciò sulla schiena, scostò le zampe e scoprì il petto. Con il colpo netto di una mano sfondò la cassa toracica e strappò il cuore ancora palpitante. Lo sollevò, mentre il vento stava già congelando il sangue. Lo squarciò, se lo portò alle labbra, ne assaporò il sapore e il calore residuo. Si inebriò, ma la sensazione fu di brevissima durata. Rabbioso, frustrato, scagliò via la frattaglia. Non traeva nessun piacere dalla bestia. Non esprimeva quel terrore, quella disperazione, e soprattutto quella straordinaria ribellione tipiche dell’uomo. La bestia amava la vita, lottava per vivere, ma quando la morte arrivava accettava la fine. Combatteva con tutte le sue forze, ma poi moriva da bestia, da anello della catena vita-morte che regolava il ciclo della natura. Invece lui, l’uomo, la creatura più pazzesca che abitava la Terra, lui… si ribellava, temeva la morte e la contrastava con tutto se stesso. E il terrore che ne aveva! Le contorsioni dell’anima, oltre che del corpo, l’incredulità che esprimeva fino all’ultimo, fino all’agonia finale, quegli occhi che sembravano ripercorrere tutta la vita passata mentre la vita stessa si spegneva, ah, quello era il piacere supremo. Voleva l’umano, voleva la sua morte intensa, disperata.
In pochi minuti percorse centinaia di chilometri in tutte le direzioni. Infine trovò qualcosa. Vide, nel vento che si affievoliva e la tormenta cessava, un movimento di forme scure in una piccola valle circondata da picchi di ghiaccio. Si avvicinò, camminando a grandi passi lenti, per rendere la sua apparizione più teatrale.
Un gruppo di Inuit pescatori di narvali era in attività per ricostituire le attrezzature dopo la tormenta. I kayak erano sepolti nella neve, e così le pesanti tende di pelle di foca. Alcuni avevano invece optato per i più tradizionali igloo, che richiedevano un notevole lavoro per la realizzazione, ma poi non andavano smontati e riposti nelle canoe.
Fu Kikki, un ragazzo di ventidue anni che da poco era stato investito della qualifica di lanciatore di fiocina a gridare indicando un punto della vallata. Tutti si girarono in quella direzione e ciò che videro li costrinse a radunarsi insieme, stretti e vicini, come in cerca di protezione. Quell’apparizione emergeva da secoli di leggende narrate dai padri, dai nonni: mostri dei ghiacci, creature del male che infuriavano come le tormente, cacciatori di uomini.
La figura colossale del demone avanzava lenta, minacciosa. Le enormi braccia dondolavano sui fianchi, mentre le possenti spalle e il torace muscoloso le tenevano aperte, rendendo l’immagine ancora più drammatica. Puntava verso di loro con decisione, quasi con derisione. Gli uomini si agitarono, urlarono, alcuni corsero a prendere le fiocine riposte nei kayak. Kikki si precipitò nella tenda e recuperò il grosso enfield a palla unica, un fucile da orsi. Era un tiratore formidabile, Kikki. Suo padre, grande cacciatore, gli aveva regalato quell’arma, che era appartenuta a suo nonno, e gli aveva trasmesso anche la mira infallibile. Gli uomini brandivano le fiocine, pronti a lanciare, alcuni avevano pistole e coltelli. Kikki prese la mira con cura. Il demone era a duecento metri, un bersaglio facile, scuro nel biancore della neve, praticamente immobile considerando che avanzava in linea retta. Centocinquanta metri. Kikki l’aveva nel mirino, ma non si decideva a sparare. Cos’era? Chi era? Era alto almeno due metri, tutto incrostato di ghiaccio, con una grossa testa pelata, un muso umanoide con fauci da gorilla, lunghe zanne acuminate, mani sproporzionate con artigli, gambe massicce come tronchi d’albero. Avanzava. Era a cento metri. Kikki sparò. Il rinculo lo spostò indietro di un metro, ma l’aveva colpito. Centrava la testa di una foca da quella distanza, e non aveva mai sbagliato un colpo. Eppure la creatura continuava ad avanzare. Sbalordito, Kikki, lo guardò e fu persino in grado di incrociare il suo sguardo: occhi indefinibili, sfavillanti, eccitati, crudeli. Uno sguardo che non lasciava dubbi: era la morte, l’odio. Con mani tremanti ricaricò, prese di nuovo la mira e sparò. Non aveva sbagliato, come non aveva sbagliato al primo colpo. Aveva mirato al cuore questa volta, un bersaglio ancora più facile della testa. Ma il demone continuava ad avanzare. Era a tiro delle fiocine e alcuni scagliarono gli attrezzi. Le punte acuminate, taglienti come rasoi, colpirono il corpo in vari punti, ma ciò che accadde mandò gli uomini in uno stato di parossismo: non si piantavano, e neanche rimbalzavano come su una superficie metallica, o smaltata. Sembravano penetrare, ma ricadevano a terra subito dopo senza lasciare segni. Le pistole tuonarono, altre fiocine furono scagliate. Kikki riuscì a ricaricare per la terza volta e gli sparò in faccia da meno di dieci metri. Poi il demone gli fu addosso. Con un manorovescio gli spezzò il braccio e fece volare via il fucile, che scivolò per decine di metri sulla superficie ghiacciata. Poi lo afferrò per il giubbotto di pelle d’orso e lo sollevò, portando la sua faccia all’altezza del muso. Il demone contemplò con gioia il volto terrorizzato del ragazzo. Lo fissò a lungo, lo girò a destra, poi a sinistra, cercando di non lasciarsi sfuggire una sola sfumatura di quello sguardo, di quello stupore, di quell’ansia. Per aumentare ai massimi livelli il suo terrore gli ruggì in faccia. Estasiato vide gli occhi che uscivano dalle orbite, la bocca che si storceva in una smorfia di orrore. Intorno a loro gli uomini gridavano, alcuni fuggivano in preda al panico. Altri continuavano a sparare con le pistole, o brandivano gli affilatissimi coltelli da squartamento, ma nessuno si decideva a gettarsi sulla creatura per un corpo a corpo. Un uomo riuscì ad avvicinarsi, puntò la pistola alla tempia del demone e fece fuoco. Non accadde nulla. Il mostro non si girò neanche a guardarlo. Sembrava interessato unicamente al ragazzo. Lo teneva sollevato, lo faceva ruotare, piegava la testa per guardarlo con gesti teatrali. Alcuni uomini fuggirono verso i kayak, ma le imbarcazioni erano bloccate nel ghiaccio, occorrevano i picconi. C’era confusione, urla, altri si gettarono a terra, in ginocchio, o sdraiati a pregare, gridare. Il demone con un colpo d’artiglio squarciò la gola al ragazzo. Poi lo sollevò e si fece colare il sangue sul muso. Sì, questo non era il sangue della bestia. Era il sangue caldo, denso di vita, di paura, di vitalità dell’umano. Ne assaporò il sapore dolce, ne assorbì l’energia inesauribile. Questo cercava, di questo si voleva nutrire. Contemplò per l’ultima volta gli sprazzi della vita che lottava per non abbandonare quel corpo, fissò a fondo quegli occhi atterriti, disperati, poi quando la vita se ne andò definitivamente scagliò l’involucro inerte che andò a schiantarsi su uno costone a più di venti metri di distanza.
Col muso imbrattato di sangue congelato, passandosi la lingua sulla fauci, il demone spostò la sua attenzione sugli uomini stesi a terra.
(Questo racconto deriva dai capitoli 1-3 del romanzo nero Il Buio si avvicina pubblicato nel 2005 dall’editore Allori. Attualmente l’intero testo è in fase di riscrittura.)

stupefacente…
anche molto avvincente
una storia nera, un po’ horror. Non sono abituato e leggere questo tipo di narrativa, però ho apprezzato il ritmo veloce, e le molte immagini che evoca (mi sembra cinematrografico, come assistere a un pezzo di film).
Credo che, così da solo, avrebbe qualche problema di racconto non totalmente compiuto, con un finale che non è un vero finale, però c’è l’avvertenza che deriva da un testo più lungo, e quindi si spiega questa che per me sarebbe, diciamo, una piccola incongruenza.
cmq è scritto molto bene e si legge d’un fiato.
p.s. non conoscevo questo sito, ci sono arrivato dal blog dell’autore, baldrus, dove c’è un richiamo al racconto. Mi sembra parecchio interessante, il tutto.
Mauro, mi chiedo se la narrativa possa ancora reggere il confronto con gli effetti speciali. in te sembra che ci sia una specie di gara all’ultimo dettaglio impressionante. per ora ce la fai, forse, a vincere. dovrai arrenderti alle majors? ottimo e crudelissimo ritmo.
abbraccio
fabrizio
Grazie.
Barto: è vero, il finale secondo i canoni classici del racconto in sé e per sé non è chiuso, anche se non è necessariamente un difetto un finale aperto, en passant diciamo; per questo comunque ho aggiunto la frase esplicativa.
Fabry, dici che è come alle Termopili, uno scontro impari? Però noi abbiamo ancora un’arma a disposizione che le majors non hanno: non dipendiamo dalla materia: in mezz’ora di lavoro alla tastiera possiamo far volare qualsiasi tipo di astronave nell’iperspazio, creare ogni possibile e impossibile personaggio da sogno o da incubo; loro, per quanto perfetti siano ormai gli effetti speciali, devono sempre mediare.
Mauro Baldrati è bravissimo a mischiare il “normale” con lo “sperimentale”,
a farli diventare, se non buoni amici, almeno leali avversari. Dove incomincia l’uno e dove finisce l’altro, io sinceramente non so. Non lo so, e credo poco sappia anche l’autore. Leggendo questo post, mi sono messo in testa che il nostro amico abbia voluto scrivere un qualche cosa di classico, una specie di favola con un inizio e una fine. Chi contava di stordirsi con un bel giro di giostra, temo rimarrà un pochino deluso. Questo scritto è come una vacanza in un club mediterranée, una pappetta molto fluida, precisa e lineare… Magari mi sbaglio, ma io mi aspetto sempre di vedere spuntare David Lynch da qualche parte. Chiedo troppo? Non credo. Ai bravi scrittori bisogna sempre chiedere più del dovuto. Magari
anche un qualche altro modo per raccontare le cose della vita e del mondo. Quello della spazzatura televisiva, per esempio, non potrebbe diventare anche un noir da prima serata su RAI 1? E non sarebbe fantastico se quattro o cinque giallisti di questo sito, sfidando il più che probabile fallimento, si costituissero in cooperativa e dessero vita ad una specie di wu ming nazional-popolare capace di sbancare la televisione italiana? Io, per quanto mi riguarda, potrei impegnarmi ad evocare lo spirito di David Lynch. Non è molto, lo so, ma è sempre un modo trobadorico per inoltrarsi nel bosco. A sentire Bob Dylan, “non c’è successo come il fallimento e il fallimento non è certo un successo”. Meglio pensare ad altro, meglio piantarla qui.
@lorpat
siamo al polo, o in alaska, con un orso polare, gli inuit, un mostro ricoperto di ghiaccio e tu parli di “vacanza in un cluib mediterrannée” – certo che ne hai di fantasy.
Pezzo convincente. Bravo Mauro.
Il confluire di più generi letterari nel bel testo qui riprodotto, mi rimanda al confluire di plurime letture dell’Inferno presenti oggi su La Repubblica. Piero Coda , Franco Cardini e Franco Cordero firmano tre articoli molto interessanti.
Antonio
Caro Giancarlo, i club mediterranée sono dappertutto, proprio come la televisione. Forse quello che ho creduto di vedere non era un divertimentificio, ma un vero e proprio polo pieno di inuit ed orsi polari. Chiedo scusa per la vaghezza. Ma siamo proprio sicuri che la cosa fosse così importante? “L’uomo ha bisogno della fantasia come io di una gamba di legno”, diceva Erik Satie. Ma davvero tutta questa realtà non ti basta, caro Giancarlo? Davvero ne vuoi un’altra bella fettona? Mauro Baldrati scrive benissimo, ma noi lettori più o meno picchiatelli, spero tu ne convenga, siamo soltanto dei bambini che amano perdersi nel bosco. Io mi sono limitato a fare una richiesta di smarrimento. La ricreazione, per quanto mi è dato sapere, non è ancora finita. Sarebbe proprio un peccato non approfittarne.
“Non riportateci a casa, vi prego. Non ancora!”. Queta invocazione è rivolta agli Dèi e, per conoscenza, anche al resto degli umani.
Caro Mauro, ne sono rimasto conquistato. A tal punto da aver ordinato presso il tuo editore una copia del romanzo. Spero di riceverla entro pochi giorni.
Grazie e ancora complimenti.
Achille
muchas gracias a todos gli amici e fratelli.
Achille, sono contento, fammi sapere…