(E’ la fine del 1966. In una sperduta cittadina della Germania occidentale il sacrestano Puch scrive una lettera al fratello Fritz, pittore affermato, residente in Danimarca. La lettera prende la misura delle notti in cui viene freneticamente scritta, un monologo di tempo arrestato e sconvolto sulla pagina, un urlo strozzato di brama inferocita, del fiato sempre troppo corto davanti all’equazione che fa della vita una sconfitta. L’unica amante fedele, l’abbraccio disperato e certo nell’assordante, ubiquo silenzio di Dio. F.M.).
Che cos’è la noia, Fritz? Tu lo sai? È l’Europa, la noia. Ne sono sicuro, di questo. È la cara, nobile, vecchia Europa che cammina traballando. Che ci fa camminare tutti. Non sentiamo, noi tutti, odore di macerie? Non fumano più, no: ma comunque esistono, vengono da noi, avanzano, senz’aria, piene di un duro passato, duro a dimenticarsi. A volte questa terra sembra che preghi una preghiera lancinante, vorrebbe Dio, lo cerca, ma Lui non c’è, Lui non c’è. È andato via, e tornerà. Ne sono sicuro. Si allontana, ritorna. Lui fa così. Fa buio, spesso. Spesso fa buio. Non bastano i fari, non bastano le lampade, né le luminarie. Fa buio e fa freddo nel nostro ruvido cuore, fa freddo in qualunque cantuccio, fa freddo pregando e fa freddo bestemmiando, e fa freddo semplicemente aprendo la bocca, e parlando, e soprattutto, fa freddo parlando con le nostre solite dure parole. La fredda noia mangia la mia aria, e calpesta il mio pavimento coperto di sogni sbolliti come rabbie.
Sono appena tornato dal mio servizio. L’odore dell’incenso comincia a darmi la nausea. Una ragione c’è, c’è sempre. Oggi vedevo la chiesa sempre più scusa, come se fosse scesa dal tetto la notte dei pensieri, la notte dei sentimenti. Come se qualcuno più in là, avesse spento la luce. Ero, io invece, che mi perdevo tra le falde dell’ombra. Ero io, invece, che camminavo su foglie morte, su erba marcita, su morenti macerie, sul fiato mozzo del mondo. Il solito mendicante è entrato per rubacchiare qualcosa: non ce l’ho fatta, oggi, a trattarlo con la solita durezza. Non veniva per disturbare: ho sperato che riuscisse a rubare davvero qualcosa, che rubasse addirittura tutto, e lo portasse altrove, per rivenderlo altrove. Forse queste statue, e queste sedie, e questi banchi, e quest’altare, non appartengono più a questa chiesa. Questa chiesa non appartiene più alla mia vita. È coperta di neve sporca, indurita. La neve mi rende ancora più sordo. Non ascolto, non parlo, a malapena respiro. Quel mendicante poteva rubare persino le anime di tutti: poteva guadagnare il silenzio, e rivenderlo. Questo silenzio è merce rara, ma non vale nulla. Il silenzio non vale più nulla. Il silenzio è una corda allentata, in riposo; non ha tensione, giace nel magazzino dell’inutile. Se alla gola neghiamo la voce, le neghiamo il suo scopo. In questi giorni, il Natale a pochi centimetri, qualcosa nega il mio scopo; al di là della sopravvivenza di un uomo, di un uomo che sono io, non resta più, per me, quel qualcosa di grande che ti rende felice di essere vivo, di pregare, di praticare il tuo taglio, di luce, di conservare la tua fiammella per il tuo calore, il tuo calore umano. Quando ti scacciano, ti tolgono la voce. La mamma mi chiama, vuole che vada a fare la spesa al Multimarkt. Devo interrompere, adesso.
È passata un’altra notte. Ho riletto quanto ti ho scritto. Già non è nemmeno più una lettera. Cos’è, allora, un diario? Che allora lo sia. Ti avevo promesso una lettera, e forse non sto mantenendo la mia promessa. Sono solo, Fritz: con chi parlare, se non con la mamma, se non con i frati? Altrove, non conosco più nessuno. È stato pian piano, a volte; a volte d’improvviso. Ma i pochi amici che avevo li ho allontanati, ne ho fatto a meno, e tutto sommato non ne rimpiango l’inutile presenza. Noi due, tu e io, andavamo d’accordo, ma tu dovevi partire, e partire ti ha fatto bene: all’anima, al lavoro, a tutto quel che richiami alle tue luci. Avevo deciso di vivere di questo, io: del mio servizio, della mamma, della nostra casa. Non avevo bisogno di molto altro. Credevo che bastasse, credevo che il resto, tutto il resto, fosse cibo per gli altri. Non lo desideravo, credevo che Dio avesse scelto così, che fosse, tutta quanta, un’opera sua. Fors’anche un suo merito. Ma no, invece: prima che iniziassi a scriverti e successo il brutto, il brutto imprevedibile. E forse è soprattutto per questo che questa lettera sta diventando così lunga, sta diventando qualcosa di diverso. Il Padre Guardiano mi ha chiamato e mi ha detto: “ Mi dispiace, ma non possiamo tenerti oltre il settembre dell’anno prossimo. Io devo lasciare questo convento, e non sono io che decido. Purtroppo tutto è stato deciso dal Padre Provinciale. Sai che qui ospitiamo frati studenti: ebbene, verrai sostituito da due sacristi…” E in più, mi ha detto che dal mese di gennaio avrei lavorato solo tre ore al giorno, anziché sei. Attendevo il nuovo contratto, e questo è stato, invece, il trattamento: questo. La mamma è amareggiata, e io mi sento ancora più sordo, senza voce, ma penso ancora al futuro: d’altronde questo presente mi fa troppo male; perché, ora, capisco di non essere più utile, capisco che questa gente è uguale all’altra, a quell’altra che io ben conosco, e sono diventato ancora più sordo, e non ho voce, e grido con queste pagine, sottili come lame di piuma. A volte lo strascichio di uno straccio bagnato mi richiama alla sordità catacombale di questo ambiente, plumbeo e al contempo evanescente. È come se Dio si fosse staccato dalla materia, smaterializzato ulteriormente in piombo volatile, in una cappa di radioattività spirituale. Questo silenzio mi rende feroce con la vita. L’afferrerei, se potessi, la strizzerei come uno straccio, questa mia vita, ma non mi è possibile; resto a guardare l’altare senza vederlo, una nebbia sorda di umidità m’invade le palpebre stanche, la coscienza vorrebbe rendersi incosciente, ma essa attende, dentro di me, la fine del servizio, la fine del turno di guardia a questa casupola insensata. Non c’è vita, in una chiesa: e non è perché questa gente, questa santa gente, ha deciso di farmi fuori, che io lo dico, che io questo lo affermo, no: è perché da tempo, qui, ormai, ci sentivo i sordi colpi dell’assenza, la disperazione dell’assenza. E per quanti sforzi faccia, rimangono gli stracci bagnati sul pavimento, rimangono i colpi di tosse dei fratelli, questo codice Morse insensato, forse insano, questo sonoro segno di costipazione dell’anima. Rimane il vuoto, ribaltabile in ogni senso, vuoto nell’aria, vuoto a perdere, senza commozione, senza emozione. (…).
Ho ripreso a scrivere che è notte quasi avanzata: mi sto trasformando in uno scrittore di memorie scandite al tempo presente. Pensavo di poter dipingere, un giorno: ma me ne manca la forza, mi manca la benedetta forza di afferrare le mie budella e schiantarle, così come si trovano, contro la tela. Solo così potrei dipingere, ora. Lascio fare tutto a te, che nel vento fai entrare, risucchiato da un violento pensiero, tutto il tuo pancreas, che nella bile insanguinata fai scorrere il fiume delle tue ore ispirate, che nei minuti feroci fai sprizzare il sangue dell’espressione di uno scarafaggio antropomorfo, un mostro surreale. Mi sto trasformando, nella notte. La notte trasforma, purifica, getta nei gangheri l’apparente bontà del giorno; il giorno,già, che indossa l’abito talare del salvatore di anime, quelle anime, appunto, che riescono a salvarsi soltanto se invischiate nel grigiore senza speranza di una normalità circostanziata, melliflua, e funerea. A proposito: ieri c’è stato un altro funerale, questo è il periodo buono, le buone anime a quanto pare lasciano tutte insieme il mondo in questo freddo, conveniente periodo. Domani è il Natale, e per me sarà un giorno di fiera. Dovrei dormire per recuperare le forze, se mai ne ho avute, ma non importa. Mi sto trasformando nello scrittore delle mie angosce, delle mie assenze angosciose. Sai come funziona: prendi il turibolo, aggeggio manda-avanti-e-indietro-incenso, ci ficchi dentro un paio di pastiglie di carbone, dai il turibolo al sacerdote, il quale, al momento della comunione, ci infilerà l’incenso. Io posso metterci solo il carbone. Accidenti. A me l’incenso niente. Ma poco male. Quel buon tizio insomma era morto, tutto morto nella sua bara, una bara proprio da povero, e tutt’intorno fluiva un buon silenzio cerimoniale. E anche Dio stava ben attento a non dire nulla. Lo sentivo distintamente tacere, infatti: e questa, secondo me, è la prova più inconfutabile della sua esistenza. Già, quanto è difficile credere nelle apparizioni, nei miracoli. Nelle manifestazioni… Mentre quando Lui tace, e tu senti vivamente che tace, e quanto tace, e con quale profondità tace, quando tace come la notte, o come tace un morto, allora, in tutto e per tutto, in Lui ci puoi davvero credere. E ieri, mentre quel tizio era distesamente morto nella sua bara, ho sentito Dio tacere come non aveva mai taciuto, l’ho sentito tacere d’incanto, tacere con inaudita potenza; ma non come un morto, no, no assolutamente: bensì come un vivo, che nel silenzio esprime, pezzetto per pezzetto, il suo carbone da bruciare, per alimentare il fuoco di una consacrazione a esistere.
È una notte, questa, che potrebbe risvegliare duemilacinquecento diverse alienazioni mentali. È una notte che potrebbe risvegliare l’incubo dal suo turibolo. È una notte che potrebbe essere un vuoto, dentro il quale potremmo non esistere, e saperlo perfettamente, senza peraltro dolercene. È una notte che potrebbe essere la morte vivente della nevropatia, se essa non fosse così abbarbicata al grigiore senza speranza del giorno che, in maniera sorniona, afferma nonostante tutto di vivere. Ti scrivo quasi al buio, un buio che parla di me, che fa parlare una matita vibrante. L’aria si fa matita, la matita corre, sola, nel buio, e incide una scorza aerea del sogno a occhi aperti. Sono il candore acceso. Sono il gigante invisibile che crede nell’infallibilità della pena. Carcerato alla speranza, io, come solo chi crede. Ho spalancato la finestra: nemmeno un cane che abbai, nemmeno un gatto che miagoli, nemmeno una minima mistificazione notturna. Tutto è così naturale, così naturale alla notte, così perfettamente notturno, che la mia carne non trema neppure per il freddo che agevolmente s’è incuneato dalla finestra: eppure sono quasi nudo. Potrei uscire, così come sono, e non sentire un bel nulla sulla mia pelle. credo nella spossatezza dell’estate e nel bisogno di incoraggiamento dell’inverno: l’inverno ha quella voglia di vivere e quell’ingenuità speranzosa che ti viene dalle difficoltà; l’inverno ha lo slancio di chi ha bisogno del pane; nella primavera vive l’esaudimento dei nostri desideri di sole; nell’estate, invece, il sole immancabile si soffoca da solo; l’inferno sarà forse caldo come l’estate, e il purgatorio sarà quest’inverno, così immancabilmente rigido e così pieno di voglia di riscatto? E il paradiso, allora? Il paradiso è la foglia d’autunno. Forse è la foglia di fico della vita, con la quale nasconderemo il sesso nudo: ma un paradiso senza sesso è meglio di un purgatorio asessuato: che è questo mio presente interminabile, questo mio sadico inverno di notti, nelle quali la luna è una cipolla di tristezza, il sole maionese impazzita, la neve sperma sulla carne ossuta d’una città frigida.
Franz Krauspenhaar, Le cose come stanno (Milano: Baldini e Castoldi, 2003)

Uno dei più bei libri pubblicati in Italia negli ultimi anni.
fm
Sottoscrivo, come già ebbi a dire e a scriverne. Il mio libro preferito di Franz. Grande intensità. Dostoevskiano.
Un giorno parlai anch’io a Franz di questa sua grande forza. Di una chiara forza sotterranea, come di un torrente che scava.
Nel suo repertorio, un altro suo pezzo buono é il viaggio nel tempo della sua
milano, il posto della nostalgia dove abitano le cose che ci eravamo persino
dimenticati di cercare. Su Nazione Indiana qualche giorno fa é uscito uno
di questi posti. Il posto.
Lorenzo, puo’ essere. Qua d’altra parte funziona diversamente che in NI. Per fortuna. Per il reso non so nulla. Ma, amicizia a parte, io sono inflessibile.
🙂
Intanto riprendo il commento di Marino e metto il link a IL POSTO su NI:
http://www.nazioneindiana.com/2007/04/01/il-posto/#more-3603
che è davvero un racconto meraviglioso.
Spero che non solo i prosatori, ma pure i poeti (come ha fatto Marotta), si fermino a leggere questo pezzo. A volte sembra che le due arti non comunichino ed è un grande dispiacere. Specialmente se si tratta di Franz che la poesia la mette in tutto ciò che scrive, infatti non è un “narratore”, ma un vero e proprio scrittore, con tutti i suoi bravi difetti (magmatico, eccessivo, egocentrico…!).
Questo romanzo è bellissimo e duro. Ho trovato nella nostra narrativa contemporanea poche cose di tale forza, intensità e soprattutto umana autenticità. Si sente che è scritto con la rabbia che segue un grande dolore e chiunque abbia provato tale sentimento può forse trovarci un pezzetto di sé. Quel dolore che non trova giustificazione se non nel silenzio che ci circonda in cui dobbiamo brancolare alla ricerca di una risposta (e come fa male e bene scoprire che la risposta è sempre la vita, chi ti uccide è la vita, chi ti salva è la vita).
Spero che i lettori di questo libro siano in aumento.
Lo spero come si augura a tutto ciò che ha il potere (e il diritto e il dovere) di restare.
Veramente un bel brano, complimenti a Franz e grazie a Francesca per averlo proposto. Ho sempre sentito parlare bene di questo libro, ma non l’ho ancora letto, occorre che provveda presto.
Rispetto al rapporto prosa-poesia, accennato anche ieri in altro post da Mauro Baldrati, penso sarebbe utile ritornare a quanto diceva Leopardi, nel considerare unite nel nome della poesia qualsiasi opera d’immaginazione in versi o prosa che muova l’immaginazione del lettore (cito a memoria, mi scuso per l’imprecisione). Fatte salve le differenze, naturalmente.
E anche Dio stava ben attento a non dire nulla. Lo sentivo distintamente tacere, infatti: e questa, secondo me, è la prova più inconfutabile della sua esistenza. Già, quanto è difficile credere nelle apparizioni, nei miracoli. Nelle manifestazioni… Mentre quando Lui tace, e tu senti vivamente che tace, e quanto tace, e con quale profondità tace, quando tace come la notte, o come tace un morto, allora, in tutto e per tutto, in Lui ci puoi davvero credere. E ieri, mentre quel tizio era distesamente morto nella sua bara, ho sentito Dio tacere come non aveva mai taciuto, l’ho sentito tacere d’incanto, tacere con inaudita potenza; ma non come un morto, no, no assolutamente: bensì come un vivo, che nel silenzio esprime, pezzetto per pezzetto, il suo carbone da bruciare, per alimentare il fuoco di una consacrazione a esistere.
la domanda è come: dire il silenzio attraverso le parole senza profanarlo senza distruggerlo?
eppure è possibile.
bellissimo, grazie franz.
e grazie a francesca
saluto tutti
elena f
Hai ragione Franz, questa è prosa da farci un reading.
Facciamolo.
Valter, Franz, il reading è una bella idea. M’informo anch’io per uno spazio?
la voce è portata emotiva(nutre di colore)! – e nell’attesa che Franz “incarni”il suo suono in dono – una dedica (unica nota ai complimenti che già sai):
» Ferlinghetti Blues «
It is the voice
Of the Fourth Person Singular
It is the voice
Within the voice of the turtle
It is the face
Behind the face of the race
Poetry is made of night-thoughts
If it can tear itself away from illusion
It will not be disowned
Before the dawn.
Poetry is made by evaporating
The liquid laughter of youth
Poetry is a book of light at night
Dispersing clouds of unknowing
It hears the whisper
Of elephants
And sees how many angels dance
On the head of a pin
[…]
It is a humming a keening
A laughing a sighing at dawn
A wild soft laughter
It is the final gestalt
Of the immagination
Poetry should be emotion
Recollected in emotion.
E’ la voce
Della Quarta Persona Singolare
E’ la voce
Dentro alla voce della tartaruga
E’ la faccia
Dietro alla faccia della razza
La poesia è fatta di pensieri notturni
Se può strapparsi via dall’illusione
Non sarà ripudiata
Prima dell’alba
La poesia è fatta evaporando
La risata liquida della giovinezza
La poesia è un libro di luce di notte
Che diffonde nuvole di non sapere
Ode il sussurro
Degli elefanti
E vede quanti angeli danzano
Sulla capocchia di uno spillo
[…]
E’ un ronzio un lamento
Una risata un singhiozzo all’alba
Una risatina matta
E’ la Gestalt finale
Dell’immaginazione
La poesia dovrebbe essere emozione
Ricomposta insieme nell’emozione
[Timoria]
Enjoy the sound!
Chiara
Pezzo nel più bello stile scrittorese. Con qualche caduta nel finale, a causa della velocità e dell’amore per l’acceleratore.
Qui:
“Credo nella spossatezza dell’estate e nel bisogno di incoraggiamento dell’inverno: l’inverno ha quella voglia di vivere e quell’ingenuità speranzosa che ti viene dalle difficoltà; l’inverno ha lo slancio di chi ha bisogno del pane; nella primavera vive l’esaudimento dei nostri desideri di sole; nell’estate, invece, il sole immancabile si soffoca da solo; l’inferno sarà forse caldo come l’estate, e il purgatorio sarà quest’inverno, così immancabilmente rigido e così pieno di voglia di riscatto? E il paradiso, allora? Il paradiso è la foglia d’autunno. Forse è la foglia di fico della vita, con la quale nasconderemo il sesso nudo: ma un paradiso senza sesso è meglio di un purgatorio asessuato: che è questo mio presente interminabile, questo mio sadico inverno di notti, nelle quali la luna è una cipolla di tristezza, il sole maionese impazzita, la neve sperma sulla carne ossuta d’una città frigida.”
Vi voglio ovviamente un bene dell’anima. Senza esclusioni (di colpi).
Non faccio mai spam, al massimo solo brevi OT di segnalazioni, se lo faccio è solo per avere spiegazioni.
lorenz
Conosco bene questo libro di Franz, a me molto caro. Un sacrestano che osa celebrare l’assenza di Dio (o il suo silenzio, che è lo stesso) con rabbia e solennità: proprio come un tale “rito” deve essere celebrato.
Non direi tanto “scrittorese”: piuttosto impennate espressionistiche che rendono bene la tensione, la disperazione dell’insensata e commovente celebrazione.
Di questo libro finora avevo solo sentito parlare… Finalmente ne leggo qualcosa, grazie a Francesca. L’attesa a volte vale la pena. Un abbraccio Cris
Anche io ne avevo solo sentito parlare. Devo assolutamente leggerlo presto… 😉 Grazie per la proposta!
Un caro saluto
Dottore Krauspenhaar, tutto molto interessante, anche il suo illuminante uso della maionese. Però non ho capito cosa esattamente Lei cura.
Franz,
questa lettura mi ha lasciato dell’amaro sulle labbra
Si avverte una forte mancanza…
nel periodo dell’infanzia,
un vuoto profondo capace di opprimere.
Questo passo mi ricorda una poesia di Neruda:
“L’afferrerei, se potessi, la strizzerei come uno straccio, questa mia vita, ma non mi è possibile; ”
sei bravo Franz.
ciao
Ogni lettera del primo commento, quello di FM, è come se l’avessi digitata io.
“. Questo silenzio è merce rara, ma non vale nulla. Il silenzio non vale più nulla. Il silenzio è una corda allentata, in riposo; non ha tensione, giace nel magazzino dell’inutile. Se alla gola neghiamo la voce, le neghiamo il suo scopo.”
“Quando ti scacciano, ti tolgono la voce.”
Marina a Franz
ciao Marina!
Letto il libro pochi giorni fa e piaciuto molto. E Krausbernard non me lo scorderò…
Vi ringrazio ancora, tutti. Vi voglio bene.
Franz
“Rimane il vuoto, ribaltabile in ogni senso, vuoto nell’aria, vuoto a perdere, senza commozione, senza emozione. (…).”: grazie per aver PIETA’ di un solo
“ho sentito Dio tacere come non aveva mai taciuto, l’ho sentito tacere d’incanto, tacere con inaudita potenza; ma non come un morto, no, no assolutamente: bensì come un vivo, che nel silenzio esprime, pezzetto per pezzetto, il suo carbone da bruciare, per alimentare il fuoco di una consacrazione a esistere.
l’inverno ha quella voglia di vivere e quell’ingenuità speranzosa che ti viene dalle difficoltà; l’inverno ha lo slancio di chi ha bisogno del pane;”
una scrittura di prim’ordine, questa di franz, come molta se ne vorrebbe leggere al posto dei soliti pistolotti dove ciò che conta -così vogliono farti credere – è la trama, la costruzione ineccepibile, la chiarezza, l’adeguata quantità di informazioni; questo assaggio ci mostra invece una scrittura densa per contenuti – in quanto calata nella storia grande e piccola e nei temi che arrovellano da sempre l’uomo – e per forma, considerata l’inventività delle immagini e delle soluzioni, l’artagianato serio che rifugge la piattezza e l’ovvietà.
(leggo sempre meno narrativa, haimé, ma questa scrittura mi ha ricordato Boll e Grossman, il loro sguardo vivo sulle infinite macerie della storia…)
complinenti davvero
giovanni
Ti ringrazio molto Giovanni. In effetti io combatto una mia personale battaglia proponendo una narrativa che non guarda tanto al “glamour”, alle fottutissime “tendenze”, alle “storie”. Ed è dura, ovviamente, in questo paese di zombie.
Un grazie affettuosissimo e particolarissimi, però, a Franziska Matteonika, che ha avuto l’idea di fare questo post e che ha scelto i pezzi a mia insaputa.
Prego Franz!