Roberta Tarquini – Tre grotte

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Sarà per questa croce che mi scruta
con i suoi bracci bianchi
che io mi guardo e scavo
con i miei bracci bianchi,
così che dentro mi sono tutta vuota.
Una grotta di nicchie e loculi mi abita,
dimora di certi spiriti le cui vette
alimentano un culto polveroso;
presso l’urna stuccata di bianco
si prostra come damerino si prostra
ai piedi del suo altare imbellettato
quando s’accosta per baciarlo
al mottetto funebre guantato di bianco.

*

Vòtati a un altro idolo, tu
che vuoi il tuo angelo, a mani giunte
nella sua nicchia dipinta all’antica, di rossi
e di blu, che ti vegli e preservi da ogni male,
tu non hai che da affidarti a queste palme,
che ti siano suole veraci
al piede che pesti le braci
di inferni cercati assieme.
Ma non sperare già di offrire
altra vittima ai miei altari
che il ricordo del tuo vecchio dio:
scricchiolando le mie assi
restituirebbero il sangue versato
al sacerdote incauto,
davanti alla mia nicchia vuota.

*

Il vano e il fatuo
di una nicchia, un feretro
che partoriscono eco.
Un male senza sostanza che vuole
farsi carne e si fa pietra,
la pietra del mio volto
il marmo delle mie guance
simulacro del non esserci
deità dell’altrimenti.

Sul sentiero dove le sante
hanno i denti esposti come fiere
e le foglie secche brillano a sera
sotto le luci dei fanali a mezza
e io non ci sono più…

***

Roberta Tarquini è nata nel 1985 ad Ascoli Piceno, dove vive e studia.

24 pensieri su “Roberta Tarquini – Tre grotte

  1. Simone

    “Sul sentiero dove le sante
    hanno i denti esposti come fiere”

    Questa sopra è una coppia di versi enorme. Da un lungo preambolo di sostanziale rifiuto e condanna di ciò che fu l’oggetto del desiderio, emerge, irrompe la presa di coscienza della propria natura -anche- “felina”, epifania che indossa l’abito della rinascita.
    Bellissimo scritto, anche se con qualche iterazione pleonastica.
    Ciao
    Simone

    Rispondi
  2. paola

    profondità spaventate di questa giovane donna – ma dai margini decisi -l’orlo asimmetrico del paranco alla croce è pieno di lembi che strusciano i confini della ribellione al male
    inteso come superficiale giustificazione.
    qui si scende e l’oltre esiste anche nella discesa non solo nella salita a.
    profondità di dubbio e di rifiuto senza ipocrisia nè idolatria spicciola, che cercano l’equilibrio del peso P distribuito rivoluzionariamente in loghi che subito paiono serrati criptici e algidi ma che se si toccano appoggiando – l’appoggiamo mai sta parte da qualche parte? stiamo sempre a vergognarcene,– la parte malata e segregata di noi che ci caria e non ci fa osare ecco che se ne cava e si indossa una dolcezza e un’apertura scalza infinite
    come infiniti sono gli opposti delle due in bubboni suppurazioni tagli verminosi.

    testi e scrittrice sembrano conoscere già da tempo i villaggi dove il dolore è di casa e dove le illusioni nemmeno s’impegnano a durare ma conoscono anche lo stupore che lo sguardo fresco può ritornare e fecondare anche se solo larvatamente se lo concedono.
    c’è morte. molta. ci sono dita nei testi. e voce tagliuzzata di vento contro gli ostacoli ma c’è anche vita e carne che cresce orgogliosa e dibattuta abbracciandosi a bracci bianchi che sono bianchi di polvere di croci e lapidi e di tempo anteriori del nido e del padre. c’è una donna giovane che dorme custodita dal lato più in ombra della montagna e che non la stacca ancora dal suo utero nè lei – pur sentendosi grande – vuole essere staccata.
    così, per me, un po’ di corsa.
    un saluto
    paola

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  3. Roberta

    Grazie davvero per l’attenzione.
    Ho letto di fretta i commenti e mi riservo di rileggerli con più calma in un’altra occasione (vengo da una giornata davvero intensa di laboratori in facoltà) e qualora ce ne fosse bisogno di replicare.
    Una cosa mi è saltata all’occhio e credo di poter rispondere subito: a Simone, la coppia di versi che hai messo in evidenza deriva dall’epifania, questa sì, di una maschera indecifrabile, ma _ e probabilmente non ho capito cosa intendi_ non ha a che vedere con una “natura felina”. Il soggetto della mia visione era piuttosto un emblema di morte, sulla falsariga delle apparizioni che aschenbach ha sul suo cammino verso venezia nel romanzo breve di Mann. Una donna minuta, contesa nei tratti fra giovinezza e vecchiaia, con degli abiti dozzinali dai colori sgargianti che le svolazzavano vistosamente intorno agli arti, a dir poco ossuta, se ne andava con l’espressione di una maschera tragica a cui avessero sostituito un sorriso spettrale in luogo del consueto broncio stirato. La smorfia mimava insieme un’aggressione difensiva, la più istintiva e in qualche modo infantile e pura, quella della rastrelliera dei denti in mostra, nei confronti di una realtà evidentemente avvertita come minaccia, quindi riconosciuta, e un proposito già in atto, ma frustrato in partenza, di negazione della realtà in una follia ottusa. Era un monito e una supplica. Comunque più un teschio che un felino. Non so se sono riuscita a esprimermi adeguatamente. Mi scuso in partenza.
    Grazie ancora.

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  4. Carla

    “Una grotta di nicchie e loculi mi abita,
    dimora di certi spiriti le cui vette
    alimentano un culto polveroso”

    Anche questo è un viaggio,
    dentro di noi,
    oltre la paura.

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  5. Roberta

    E’ paradossale ( e scandaloso) l’oblio dell’Uomo nell’ambito di certe attività umane , che riguardino la prassi o la teorizzazione indifferentemente. Ed è paradossale come l’attività cui spetti di preservare l’Uomo dalla scomparsa definitiva dall’orizzonte umano sia la poesia, l’unica per la quale si pretenda, si richieda senza deroghe (a mio parere, certo) l’oblio di sé, non solo come identità individuale ( di sé con sé in odore di “ego” che si pone al centro del sistema), per proiettarsi verso una dimensione universale, quella di Umanità, ma anche e soprattutto come qualità, quella di uomo. Chi scrive poesia dovrebbe dimenticarsi a tal punto del sé da far passare inosservato persino il proprio essere umano. Questa qualità scade in fase di scrittura. Si dovrebbe essere ed esser-ci solo al suo interno. Quando scrivi una poesia sei tu la poesia. L’intimismo è un’illusione, al meglio. Un’illusione a cui ci educhiamo ingenuamente, al meglio. Perloppiù in malafede, teniamo semplicemente dietro a un’esigenza egoticissima di scrittura che deve la sua soddisfazione sommaria alla pigrizia.
    Io spero di non essere in malafede e posso scusarmi per i versi che avete letto. Evidentemente non ho saputo adempiere il mio proposito se siete giunti a decifrare anche solo la minima parte di me che davvero non era mia intenzione trapelasse dal testo.
    Grazie lo stesso per l’attenzione.

    Rispondi
  6. cara polvere

    Roberta non ho capito perchè ti scusi
    dei versi (bip) e non ho capito il senso del trapelare di te o del non voler far trapelare di te.
    ti invito personalmente- se avrai tempo e desiderio – di spiegare il tuo dispiacere e il tuo scoramento che in parte credo di intuire ma non mi pare rispettoso scriverne se non avrò la certezza anche diluita nel tempo di averti “qui di fronte” a me
    grazie.
    caramente
    paola

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  7. cara polvere

    e per meglio intenderci (mi applico affinchè mi si intenda, dateme atto)

    il (bip) non è riferito ai versi
    di Roberta ma è una mia esclamazione
    diciamo di stupore per le scuse che lei ci fa per avere postato i suoi versi
    ecco
    p.

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  8. davidenota

    Credo che Roberta non abbia molto a cuore un certo modello forse e credo imposto (e qui bisognerebbe aprire una nuova discussione) di poesia così(mal)detta femminile. Si intenda per “modello imposto di poesia così(mal)detta femminile” una poesia magmatica, liquida, molle, fisiologica ed oscura, religiosa ed inconscia. Archetipica e visionaria, ma allo stesso tempo percettiva, sensitiva, erotica.
    Intima nel senso vaginale (proprio della cultura nomade, e in special modo di quella Rom) del rapporto del soggetto con i concetti di dentro e di fuori, del puro interno e dell’impuro esterno, con cui rapportarsi attraverso traduzioni e sdoppiamenti mimetici che salvaguardino (nella recita del rapporto con l’esterno) la purezza dell’io “taciuto”.
    Tutto questo credo Roberta lo rifiuti, o meglio dire: vorrebbe rifiutarlo. Non crede affatto nella dicotomia delle possibilità femminili e delle maschili, così come non crede nell’orgoglio femminile o femminista o femminilista, spesso espresso, soprattutto in poesia, in orgoglio fisiologico, e in un’appartenenza di genere rappresentata dalle categorie della intimità, della sensibilità, della arazionalità e della materialità.
    Roberta non si riconosce in questo.
    Quello che sta tentando, credo, potrà poi lei stessa contraddirmi, è la messa in scena di terzi, e non di sè, nè del proprio genere, femminile, nè della propria intimità, individuale, nè del proprio inconscio. O meglio: non solo. Non solo. Vedo in lei una tensione alla rappresentazione teatrale di un io che non è propriamente lei, anche quando parte, magari, da un pretesto autobiografico.
    I suoi autori maestri sono Trakl, sono Baudelaire, sono Rimbaud. Sono Carmelo Bene, soprattutto della Nostra signora dei turchi.
    Sono Beethoven, sono la Winterreise di Shubert.
    Sono La morte a Venezia di Thomas Mann. Dino Campana.
    Conoscendola so l’esercizio della messa in scena dell’archetipo, dell’io maiuscolo e non dell’individuo, l’abbandono della biografia e del tempo. Volontà d’archetipo che dovrà pur infrangersi con le mille contraddizioni, una per tutte la consapevolezza della rappresentazione.
    La giovanissima poesia di Roberta Tarquini nasce da queste premesse e si avvia, consapevole, contro una montagna di contraddizioni strutturali: questa promessa esplosiva di “scontro” è ciò che la rende, in prospettiva, molto interessante. Così come la sua caparbia cieca a sfasciarsi il cranio contro le mura di un appartamento. Lei crede l’assoluto, e invece c’è un muro. E ci si butta, fedele e stupida. Contro questo muro, a sfasciarsi la testa.
    Questa drammatica comicità in cui si mescola, ironicamente, il retorico manierato al lirico, ma anche alla riflessione filosofica poetante, è quasi narrativa, più che lirica, cinematografica. Ecco, è questo per ora che io vedo, e trovo, in questi testi inediti d’esordio. E credo che sia da questo fraintenderli, in generale, per testi “femminili”, lo scoramento della nostra.
    Eppure, cara Roberta, è vero. Io conosco le tue intenzioni e mi è più semplice capirle, rintracciarle nel testo. Ma da un’analisi esterna i tuoi testi sono pregni di quello stile che tu vuoi, vorresti, rinnegare.
    Hanno, aimè, molto, moltissimo, di quello che abbiamo chiamato “modello imposto di poesia così(mal)detta femminile”.
    Da questa cara Roberta parti, dalla sua fisicità, dai suoi archetipi percepiti in maniera arazionale, dalle sue forme vaginali, dal dentro e dal fuori. Qui Roberta, sei, ora. Hai ragione a stare male. Più si salta in alto, più ci si fa male, cadendo, non avendo ancora braccia abbastanza allenate per afferrare la roccia. Ma questa delusione ti sarà molto cara, fanne tesoro.
    Sei molto brava, con affetto
    Davide

    Rispondi
  9. Roberta

    Sì, ecco, non avrei saputo dire meglio di come ha fatto davide…come al solito.
    Ora: avevo già delle perplessità riguardo questo testo. Perplessità che hanno trovato conferma in una frase del commento di paola: “c’è una donna giovane che dorme custodita dal lato più in ombra della montagna e che non la stacca ancora dal suo utero nè lei – pur sentendosi grande – vuole essere staccata.” e il punto è proprio questo, Paola, poiché in ciò che tu chiami una lettura frettolosa hai colto una parte di me. invece proprio quello che non voglio è che ciò che scrivo risulti una biografia in versi. Certo non posso pretendere di eclissare il mio io dietro il canto, sottrarmi programmaticamente al testo, giacché sarebbe inumano, ma spero di riuscire nell’intento di estendere i miei confini in misura sempre maggiore intorno a me, fino a farli sbiadire nella trasparenza che ricalca ciò che di consuetudine si riconosce fuori da sé; la fede è quella di far perdere di senso questa distinzione dicotomica ( dentro/fuori, stesso/diverso). Io sono solo una voce del coro, ma il mio orizzonte è quello di suonare la parte assegnata e contemporaneamente godere della polifonia tutta come nella testa del compositore. Credo si tratti di chiudere il cerchio: “io è un altro” scriveva Rimbaud, ma significativamente quell’altro si trova ad essere lo stesso io.
    L’Io poetico non sono io Roberta Tarquini, ma un Io a cui io appartengo, tra gli altri “altri”.
    In tutto questo la mia vicenda etica, psicologica e fisiologica è un accidente del caso.
    D’altro canto come non riconoscere la responsabilità degli specifici casi biografici dietro le righe di un Foscolo, di un Trakl, di un Byron che scrive il Manfred? Eppure leggendo quei versi siamo trasportati come rapiti da un turbine che sul momento ci impedisce di riconoscere quelle stesse responsabilità che ci appaiono solo in un secondo momento qualora ci accostiamo all’esegesi del testo. Il verso invece ci rende ciechi circa quelle questioni, ci apre gli occhi su qualcosa di più vasto, tanto quanto può esserlo quella cosa per cui la dimensione quantitativa della vastità perde completamente di significato.

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  10. cara polvere/ paola lovisolo

    letto. rileggerò- tenterò anch’io di rispondere
    intanto Roberta ti ringrazio molto della disponibilità
    paola

    Rispondi
  11. paola (cara polvere)

    mal)detta suppone un suo contrario: (ben)detta? se si, non saprei quale essere.
    non saprei da chi e come e dove imposto
    non capisco a tutt’oggi chi sente il dovere o l’arroganza pregiudiziale di categorizzare
    o ancora peggio di dividere la poesia in (mal) e (ben) -detta.
    io sono per la poesia DETTA senza prefissi.
    poi sarà perchè mi sento troppo – soggetto e soggetta – sarà perchè ho antenati nomadi
    che propendo per la poesia che Roberta fugge

    Rispondi
  12. paola (cara polvere)

    [continua]
    appena riuscirò a postare.
    rifiuta quello che scrivo…
    ecco. ci devo riflettere eh
    speriamo che non compaiano poi tutte insieme le risposte.
    scusate.
    paola

    Rispondi
  13. paola (cara polvere)

    @Roberta (e Davide)
    permettimi solo due parole.
    lasciati attraversare, non farti resistenza.
    come nel parto: ad un certo momento devi lasciare che la natura faccia il suo corso anche se hai paura
    – ed avere paura è una grande forza ma avere sensi di colpa per quello che uno mostra è pericoloso-.
    – non puoi scegliere vie traverse se hai una sola via per raggiungere poi le altre che ti sei prefissa.
    dunque ascoltati e scrivi – anche in automatico in confessional – mi sembri predisposta in questo momento
    più per quello che per una scrittura ” a tavolino” – e poi insieme alle persone che seguono il tuo percorso –
    rivedi il tutto mettendoci però al posto della paura il coraggio di essere quelle fragilità che dal testo
    ne usciranno inevitabilmente.
    ma devono essere persone che non disprezzino quella parte delle femmine molle uterina magmatica
    etc etc ma piuttosto le si pongano difronte con la loro, anche se maschi. ogni tanto fa bene
    è uno scambio di umori elettivi che arricchisce e ti aiuterà a prendere in mano lo specchio
    con più sicurezza, pronta ad ogni trasformazione endogena che avverrà nella tua scrittura
    e sempre più in grado di andare controvento fino a trovare il vento giusto, se lo troverai.
    perchè non è detto. mettilo in conto.
    e si che si soffre in questo. pure questo va in conto.
    IN CONTO ma non IN COLPA.
    ah. non rileggo.
    un saluto
    paola

    Rispondi
  14. davidenota

    cara paola,
    “mal detta” è, secondo me, ogni poesia che si aggettiva. civile, innamorata, femminile, virile, impegnata, ermetica, sperimentale, gay… ogni qualificazione è, per il poeta, una maldicenza ruffiana e ricattatoria, perchè strizza l’occhio (del riconoscimento) per limitare (al ruolo). solo per questo ho utilizzato l’espressione da te contestata “così(mal)detta”, che se per caso dovesse averti in qualunque modo ferito mi rimangio sin da ora.
    sulla femminilità, sulla liquidità, non credo di aver potuto mai dare alcun parere negativo (e quanta femminilità negli esempi citati: in baudelaire, in carmelo bene, in pasolini…). mi limitavo semplicemente, conoscendo roberta, ad esprimere una considerazione oggettiva sui suoi testi e sul suo bel “fallimento” (e la buona poesia secondo me è sempre fallita).
    mi scuso nuovamente,
    davide

    Rispondi
  15. paola (cara polvere)

    perchè ti scusi delle tue opinioni
    perchè si scusa Roberta di avere postato i suoi testi
    ??
    perchè vi scusate?
    io forse ho modi un po’ magmatici e umorali
    ma sono qui a rispondervi e pure voi con piacere e non vedo davvero necessità di scuse.
    poi che il discorso potrebbe anche non portarci da nessuna parte e farci rimanere ognuno assettato sulle proprie posizioni… è facile, però… a me interessa anche leggere teste diverse o magari che sembrano diverse nell’ottica più sbagliata e indisponente se non ci si ferma con calma.
    Davide, meno male che non è uscito il pezzo che avevo scritto a te… a parte gli scherzi, ti interessa leggerlo? se no non mi ci metto nemmeno a provare a inoltrarlo.
    è parecchio sanguigno, un po’ acidello.
    dimmi tu.
    p.

    Rispondi
  16. paola (cara polvere)

    Davide (e Roberta)
    “modello imposto di poesia così(mal)detta femminile” (parli di un approccio a un modello di poesia moderna, suppongo)
    (poi insomma tutto l’elenco che ne consegue… )
    che mi resta di un insieme di versi quando levi l’autobiografia – il sangue –
    il sesso e l’eros e l’erotico sessoxeros – se levi ogni rapporto che ha il soggetto
    con il dentro il fuori – ecc ecc
    e se scrivi poi per levarlo di orgoglio femminile o (femminista o femminilista

    Rispondi
  17. paola (cara polvere)

    niente non me lo pubblica
    viene fuori solo un pasticcio.
    Davide, te lo manderò per posta
    va beh.
    scusate
    p.

    Rispondi

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