ANNA, ALLA STAZIONE
Ho un tavolo fisso al bar della Stazione. E’ un posto ideale per osservare la gente, spiare i movimenti, il flusso dei pensieri. Mi piace guardare le persone, scrutarle da lontano, da una certa distanza, e immaginarmi di entrare nella loro vita semplicemente osservandole. Sul mio taccuino annoto tutto: vestiario, espressioni del viso, le piccole movenze, le pieghe della bocca. Da un giorno all’altro, alla stessa ora. Si capisce quello che deve essere accaduto prima: riesco a interpretare i piccoli, infinitesimi smottamenti che lasciano tracce e che giorno dopo giorno ci conducono alla morte.
Io non aggiungo niente, in realtà sono le persone stesse che parlano. Le descrivo mentre si muovono, gesticolano inconsapevolmente. Pochi schizzi giornalieri ma che messi insieme riescono a definire un attendibile ritratto. Annoto le loro frasi, quando è possibile. Non interi discorsi ma frasi. Solo il necessario per segnare un momento che in sé racchiude tanti momenti; la malinconia per qualcosa che non si è avverato, che non ha potuto realizzarsi. La catastrofe che si prepara.
Chi sono veramente io? Uno scrittore fallito.
Guarda, è Anna. L’avevo lasciata qui, tre mesi fa. Una ragazza impertinente, con lo zaino sempre trascinato dietro senza dignità, come un oggetto inutile. Un caffè senza zucchero, per la linea. Una sigaretta perennemente accesa che le penzola tra le labbra, una specie di crocco che le raccoglie i capelli, ma non tutti; jeans con uno strappo sulla coscia, sempre quelli, camicette una per ciascun giorno della settimana: una ragazza dei nostri giorni, di questo tempo. Ho incominciato a descriverla in un momento di noia, come quando si tracciano righe casuali sul quaderno perché non si sa cosa fare. E così la nostra mente chissà che cosa ci dice mentre bighelloniamo, mentre ci distraiamo. Venne così questo ritratto di parole sparate a caso, aggettivi e verbi, come delle istantanee capaci di riflettere un solo particolare, un momento, un’espressione significativa:
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Alta, oggi bionda, domani chissà.
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Impertinente. Nervosa. A scatti. Tacchi. Strappo.
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Mascolina. Femminile. Broncio. Tic.
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Labbra. Guarda. Non parla. Sola. Unghia color cenere.
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Oggi muove gli occhi. Ansiosa? Cerca qualcuno? Vuol farsi vedere da qualcuno?
Parole che avrei voluto strappare per ricominciare daccapo, esaltarla in una luce chiara, coi contorni netti e il fondo sfocato. Far zittire la stazione, il baccano, la pioggia, le voci intorno a lei. Anna sola: scoprire chi sarebbe apparsa al posto di questa figura sconosciuta.
E così sono passati i mesi, la scuola è finita e sono arrivate le vacanze.
Già settembre. Anna, di nuovo, alla stazione.
Oggi è arrivata trafelata, non chiede il caffè, si ferma a comperare le sigarette, fugge verso il metro.
Oggi è svogliata, si vede che non ha voglia di andare a scuola, provo ad aggiungere qualche altro aggettivo all’elenco: pensierosa, desiderosa…desiderosa. Perché? Sempre sola.
Oh, eccola, sono passati quindici giorni. Sempre come la prima volta, sempre sola. Caffè, sigarette, zaino trascinato, corre trafelata, rallenta l’andatura, quasi volesse ritardare apposta. Poi basta. Quindici giorni di aggettivi e verbi. Oggi guardo intensamente il suo viso.
In questa lentezza del tempo che passa si nascondono i segreti delle persone. Apparentemente non accade nulla e nemmeno noi stessi ce ne accorgiamo, ma qualcosa di segreto accade veramente e ci prepara per il tempo futuro. Ha una lentezza nello sguardo che denuncia una certa malinconia. Non è tristezza ma un qualcosa che ancora non riesco bene a capire. Si muove come prima, fa le stesse cose di prima, si veste, insomma, come tutti i giorni, ma c’è qualcosa che va indagato.
Passa trafelata tra i tavolini e, come per una improvvisa deflagrazione, mi vede e accenna a un’espressione di stupore che se ne va via subito. Come dire: ti ho visto, chissà dove ti ho visto. E in realtà mi ha visto qui, ogni mattina, ma è come se non mi avesse visto veramente, come se i suoi occhi non si fossero mai fermati sull’immagine di me, che tuttavia la sua mente ha catturato e memorizzato.
Ora è seduta, ha del tempo da spendere, immagino. E’ già tardi, e a quest’ora sarebbe già dovuta scappar via. Tira fuori una sigaretta, se la porta alla bocca e fa per accenderla. Ma poi esita, appoggia accendino e sigaretta sul tavolo. Poi addirittura accartoccia la sigaretta e la mette nel posacenere. Ancora un’esitazione. Prende tutto il pacchetto delle sigarette e velocemente lo accartoccia. Un pensiero veloce le passa per la testa. Si alza di scatto e corre via.
Oggi la stazione è invasa da una comitiva di scolaretti che attendono un treno. Zaino in spalle, attentamente sorvegliati dai loro insegnanti. Le voci rimbalzano più del solito, c’è come una frenesia, un’ansia animalesca giustificata solo da un disperato istinto: scappare, ridurre a brani con i denti, distruggere tutto ciò che ci minaccia. Tutti vorrebbero ingoiare tutto. In questo trambusto non mi accorgo dell’arrivo di Anna; la noto, qualche secondo dopo, già al suo tavolino e con il suo caffè.
Non lo beve. Guarda lontano. Non si è tolta lo zaino dalle spalle e non ha tirato fuori il solito pacchetto di sigarette. Guarda lontano, davanti a sé. Scrivo sul mio taccuino: malinconia.
Le sue apparizioni sono veloci. Ordina un caffè ma non lo beve. Poi schizza via.
Osservo con attenzione solo il suo viso: un viso è un mondo in attesa dove qualcosa avviene. Provo a trovare le parole giuste: malinconia. Malinconica dolcezza. Sognante dolcezza malinconica…Non saprei, ma è qualcosa che ha a che fare con un pensiero, con un pensiero che le corruga la fronte. Gli occhi guardano lontano. A volte è come se si cullasse dietro questo suo pensiero, o forse i pensieri sono due. Due pensieri contrari che combattono ferocemente, l’uno cerca di scacciare l’altro. E’ questo che la fa sembrare così concentrata. Sono certo di questo. Anna ha due pensieri opposti.
Contravvenendo ad ogni regola, ho cambiato tavolino e mi sono avvicinato al suo. E’ strano come cambino le persone. Ora posso guardare la sua pelle – la sua pelle ha una luce che prima non avevo notato – Il pensiero positivo sembra aver prevalso su quello cattivo, oggi ho annotato la parola “dubbio”. Anna tira fuori le sigarette, ne gira una, lentamente tra le dita. Se la porta alla bocca, vorrebbe accenderla ma non lo fa. Nervosa, ordina al cameriere un pasticcino. Il cameriere arriva con un dolce di panna e cioccolato, Anna lo mangia avidamente, con gusto.
Ha cambiato taglio dei capelli, ha un vestito rosso che non le si addice; è cresciuta, sembra più triste, più meditativa, ha un bicchiere davanti con qualcosa che non ha bevuto. Guarda attraverso la finestra. Ora si passa il rossetto sulle labbra: un rosso carminio. Si scioglie i capelli. E improvvisamente io vedo il viso di una donna, una giovane donna con lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi lucidi, minacciati da un pianto che vorrebbe sgorgare. Si gira intorno, con occhi furtivi. Potrebbe piangere, sì, con tutta quella gente che non la guarda, che non sa nemmeno chi sia. Con tutta quella gente in corsa, alla disperata ricerca di un luce vuota. E invece si trattiene, invece, per ritegno, affonda le labbra sui resti del suo pasticcino, con una tale calma, con una tale attenzione che il tempo sembra scorrere improvvisamente leggero e paziente, la gente sembra rallentare l’andatura. Ecco allora che il mio diario si trasforma. Non più appunti. Esige la ricchezza di un romanzo. Descrizioni. Psicologie. Parole cercate nella verità dei pensieri. Anna ora è un mondo, un mondo che prima o poi si schiuderà. Ecco, ora ho capito…
In questa frenesia della ricerca, la sua pancia si mette a crescere, si fa tonda, sempre più evidente, ed Anna si trasforma. Più cresce più i sentimenti contrastanti di Anna lottano furibondi. A volte intuisco nei suoi occhi una specie di dialogo segreto, una concentrazione: sono le avvisaglie di quei pensieri che una madre comincia a rivolgere al proprio figlio abbozzato, allo sconosciuto che accoglie in grembo: chi sei? Cosa vuoi da me? A volte il pianto le bagna il viso, tenacemente, spudoratamente, come un’acqua che avanza nella pianura. Oggi è ancora accaduto. Mi ha guardato, ed è come se si fosse ricordata di avermi già visto una prima volta. E’ come se per la prima volta avesse intuito che io la sto osservando. C’è stata una reazione da parte mia, davanti a quegli occhi cattivi che mi si sono fermati addosso: ho chiuso il quaderno. Ho incominciato a sorseggiare un caffè freddo da un pezzo. Ma poi Anna si è ricacciata in fondo a questo suo pensiero cattivo che la fa soffrire. Ora è scomparsa.
In quest’assenza provo ad immaginare, a colmare le lacune del racconto. E’ così che deve fare uno scrittore: fare in modo che tra le sue storie e la realtà si formi una specie di ponte, un passaggio. Ho bisogno di capire la storia di Anna, ma non ho gli strumenti per poterlo fare. Così, in una specie di dormiveglia, trasformo la stazione in un’altra stazione, un luogo dove le cose possano avvenire comunque perché noi le desideriamo e le facciamo accadere. Vedo Anna seduta al solito tavolino. Un giovane uomo la raggiunge e le si siede vicino.
“Potevi dirmelo no? E così ci sei rimasta. E così avremo un figlio che qualcuno di noi forse non vuole”
“Mi sono spaventata. Ho provato a pensare che tu non ne volessi sapere niente. E poi pensa ai miei. Mi avrebbero fatta abortire e io non voglio abortire. Io forse questo bambino lo voglio”
“E che gli diamo da mangiare. I soldi del paparino che vorrebbe farti abortire?”
Non ho sentito queste parole, le ho solo immaginate. Ho guardato i loro visi, ho intuito i loro pensieri. Ma loro non si sono parlati, non hanno aperto bocca, si sono solo guardati, con quella durezza che appartiene solo ai giovani, ai loro sentimenti che feriscono. Neanche una parola. Sguardi che si alzano e si abbassano. Tutto l’essenziale detto senza neanche pronunciare una parola. Poi lui se ne è andato. Ha buttato sul tavolo un mazzo di chiavi e se ne è andato. Lei ha accettato quella partenza. Non l’ ha guardato. Ha seguito dopo, con gli occhi un po’ bassi, questa figura che si perde tra la folla della stazione, e infine scompare. Una lacrima sul viso. Banale lacrima. Si è messa la mano sulla pancia. E’ rimasta con gli occhi chiusi per pochi, lunghissimi secondi. Un tempo infinito. E’ rimasta così. Poi si è alzata. Ha preso la borsetta e se ne è andata.
Io continuo a guardare gli sguardi infiniti della gente, cerco di colmare questo tempo che è il presente, tempo senza regole e senza misteri. Guardo e cerco di capire, e quando non capisco, immagino. Il mio tempo dedicato agli altri, alle facce banali degli altri. E’ lento il tempo della mia scrittura, le parole sono diventate doni talmente preziosi! Non si possono donare le parole a tutti. Osservo, mi diverto a catalogare, a colmare. Tutti nascondono, tutti appartengono, tutti appaiono. Nessuno parlerebbe degli altri. E perché? Per scrivere una storia? Una delle tante storie già scritte. Come un nuovo fiore, una nuova bestia, una nuova nascita. La vita è banale, è comune e si ripete. Come le parole, gli sguardi, i miei caffè sempre freddi. Penso che se continuo a scrivere e a scarabocchiare è solamente perché è necessario fare qualcosa, per non smettere definitivamente.
Ma ora sono passati i mesi, è tornata l’estate coi suoi umori acri, la gente è stanca, tutti gli odori sono nell’aria. Le valigie si sono fatte improvvisamente pesanti. In controluce la polvere è fitta, una nebbia impalpabile scende dai vetri delle finestre, dall’alto, come una manna soporifera che avvolge tutto. I camerieri sono assorti, svogliati, il loro passo procede a scatti; tutti aspettano la pausa, la grande pausa delle vacanze. Poca gente assonnata, come sospesa in un piccolo volo, si aggira tra i binari. Nei giorni, nelle ore. E’ il dieci di agosto.
C’è silenzio alla stazione, come dopo una festa rumorosa: il silenzio dell’attesa che tutto ricominci. I bar sono chiusi, i treni fermi. Attraverso il mosaico del pavimento si possono intuire i colombi, si possono immaginare i loro pensieri. I tavolini del mio bar sono vuoti, una coppietta consuma una bibita con un occhio al cartellone degli arrivi. Il grande esodo è incominciato. La città respira, o forse si lamenta delle ferite, della stanchezza. E anch’io sono stanco. Stanco dell’attesa e del non ritorno. I miei pensieri latitano, le annotazioni si sono fatte brevi, senza senso. I miei ghirigori si sono infittiti, a scatti, nervosi, alternanti a linee concentriche, ossessive, ripetitive.
Dovresti dare una chance a chi ti ha guardata così a lungo, a chi ti ha toccata con gli occhi senza nemmeno sfiorarti. Vuoi che ti racconti? Potrei, sai, ne sono capace. Posso raccontarti della campagna, di un luogo calmo dove non litighiamo. Hai mai provato a sentire la mente che si svuota? Il pensiero che non è più capace di creare immagini? Ecco: in questo momento potresti esserne capace. Ma tu dovresti spiegarmi prima cosa vuol dire avere un figlio, che cosa si prova. Se sei tornata forse è per questo, per questo silenzio soltanto. Potremmo vederci ora, lo sai? Guardami. Girati. Lo sai che sono qui, che ti ho sempre amata, dal primo giorno che ti ho vista e ti ho chiamato Anna. Eri più piccola, di questo ne sono sicuro, eri come qualcosa che deve resistere al tempo per durare, per potersi mostrare nel pieno splendore della sua bellezza; del suo possesso del mondo. Eccoti, ora, dopo le tempeste. Se tu ti guardassi allo specchio ora! Sei calma. I tuoi occhi sono riflessi nello sguardo del bambino; è come se il tuo corpo si allungasse verso la realtà di un altro per comprenderla tutta, per impossessarsene. No, scusa, ho sbagliato completamente le parole. Le parole giuste sono: – per rinascere, morendo un poco -.
Così ho deciso. Ti guarderò, solamente. Continuerò a guardarti. So con certezza che il tuo bambino non ha un padre, che suo padre l’ha rifiutato. Lo so e basta. O forse mi piace credere che sia così. So che verrai ancora al bar col tuo bambino. Lo vedrò crescere. Scriverò ancora da questo tavolo e quando sarò vecchio, quando non potrò più venire, ti farò avere gli incartamenti, il diario segreto della vostra crescita. Ecco. Oggi ho usato per la prima volta la parola “voi”.
E così sono passate ancora le stagioni, i mesi. Tu ora sei il mio libro, la rinascita dei miei pensieri più belli. Il bambino ha imparato a camminare, tu lo fai sedere e gli offri le caramelle, la bibita, il gelato. A lui piace soprattutto la cioccolata, tu limiti queste sue richieste e cerchi di sviarlo. Lo chiami spesso, e così conosco il suo nome. E’ un bambino bellissimo, l’hai chiamato Francesco, e non so perché, ma credo che la scelta abbia una giustificazione normale. Forse Francesco si chiama tuo padre, o il padre che non l’ha riconosciuto. O forse è un nome che ti piace e basta. Non lo saprò mai. Io l’ho chiamato Tommaso, un antico nome che avrei voluto portare. O forse anche di un figlio che non ho avuto.
Guardami, Tommaso, vieni qui. Un signore continuerà a guardarti, scriverà di te in gran segreto. E quando sarai cresciuto, quando sarai un uomo, è come se avessi sempre avuto lo sguardo di un padre che ti ama.
Luglio 2000-maggio 2002

Anna come Maria, Anna la donna, Anna sola, Anna la madre.
è pieno di solitudine questo racconto, di malinconia che si aggrappa sottile allo sguardo che vigila attento.
e così nasce una storia…
“Così, in una specie di dormiveglia, trasformo la stazione in un’altra stazione, un luogo dove le cose possano avvenire comunque perché noi le desideriamo e le facciamo accadere.”
di non altro che storie, la vita, non altro che treni, ma senza orario e senza stazioni che prima.
grazie.
davvero toccante, Sebastiano – quest’elezione di paternità verso Francesco-Tommaso mi pare fornisca il senso ulteriore dell’intero testo… ciao, Enrico