IN ITINERE – Jacopo GALIMBERTI
Jacopo GALIMBERTI
(Pavia, 1981)

“Una città è territorio di molti e molte lotte
che lavorano per dare alla vita l’alfabeto della propria memoria.”
***
L’alfabeto della nostra memoria.
Guardare il mondo che ci circonda, e ci sommerge, “dal basso”, come attraversando una costellazione interminata di istantanee sabbiose e frammenti cristallizzati di passato, una dolente epifania di esistenze tutte uguali riportate alla loro dimensione reale, alla loro nudità di fossili senza movimento, senza radici e senza sogni. Visitare le cattedrali vuote del presente contando i passi di questo pellegrinaggio tra archeologie animate, alla ricerca di quelle “reliquie” che ancora resistono tra lacere trasparenze, come “lumi” che hanno trovato riparo e dimora “nel legno”. Osservare ogni relitto che affiora dal gorgo e seguirlo mentre ancora si inabissa, inconsapevole, nelle crepe più profonde dei giorni, tra i marosi di un dire senza storia; posare lo sguardo su quelle macerie aguzze fino a ferirsi, fino a stringere nelle pupille tutta l’oscurità che seminano intorno: perché è solo nel solco di quelle ferite che la vita riscopre “l’alfabeto della propria memoria”, un’ipotesi di futuro che vince ogni superstite speranza.
E’ proprio in questo attraversamento di rovine bardate a festa, di luci che mascherano il vuoto, che la poesia ritrova la sua vocazione a farsi “racconto”, “lavoro” artigianale di parole rimodellate nella creta e restituite alle labbra del tempo, vicenda che dice il suo essere memoria e affida all’inchiostro il lascito del suo carico di semi e di linfa da tradurre oltre i deserti quotidiani. Il centro residuale della visione, questo mondo di cose e di esseri inanimati, pur nell’apparente, incessante gioco di movimento e luce, si stempera, lentamente, al fuoco di una lingua che, riproducendone l’inesistenza, contemporaneamente ricuce, sotto traccia, il tessuto connettivo di una serie di atti, di sogni e valori dimenticati, fino a farli rivivere tra le pagine che appartengono a un’altra storia, a un presente che è materia e “arte di futuro”.
Si tratta di restituire al pensiero e alla fatica degli anni l’alfabeto dimenticato del “creare”, strapparlo alla logica dell’asservimento e restituirgli gli orizzonti del suo essere “senso” e “legame”, in una prospettiva che implica il recupero memoriale dell’impraticabile, del rimosso, di quanto è refrattario alla logica che ordina per il consumo e che produce, passo dopo passo, lo spazio esatto del suo oblio e dell’annientamento. E’ la poesia questa memoria che riconsegna alle mani dell’uomo un “pensare in cammino”: che è silenzio contro il clamore; acqua di fonte contro la palude stagnante e il deserto; “magia” di una carezza contro l’innaturale ritualità dei gesti senza calore e senza voce; domanda incessante contro la sterile museificazione delle certezze; potere della fantasia, di uno sguardo che cercando si cerca, contro la quiete delle pupille appagate dalla contemplazione del loro stesso vuoto: sostanza irrinunciabile dell’esistenza, lievito delle stagioni che si succedono alla luce di tutto ciò che, passando, lascia impronte.
Nota
I testi che seguono sono tratti dall’opera prima di Jacopo Galimberti, di prossima pubblicazione in e-book in “Poesia Italiana”, Biagio Cepollaro E-dizioni (www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm).
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Dal basso
Se tento di spiegare dove, e come, s’inizia,
non so, e mi blocco. Se non ci penso però si
addensa il gesto e l’azione ha motore,
ha scocca.
Oggi il cambiamento inizia dal basso.
Si rise quel natale in cui il bambino improvvisamente
ti diede la manina mentre i genitori erano rapiti
dalle vetrine.
Oggi il cambiamento inizia dal basso.
Dal basso tutto ci può ancora aiutare, dal basso
non si sa ancora, bisogna camminare a mano aperta,
tutto può dare il la, forse l’ha già dato, forse lo darà.
Il materialismo dialettico, le radici delle piante, i giocattoli olandesi,
il filatoio, un video di cicatrici, la gag dei pattini o delle bretelle
una partita tra amici, la riga della vita…
Passammo tutto il pomeriggio, (ti ricordi?), fino alla prima stella
a parlare agli insetti del prato, alle rughe degli alberi, a immaginare i
progetti che l’umidità poteva aver tracciato nei muri.
Eravamo, come dicevi, e come, a ragione, si dice, eravamo
fuori.
Oggi il cambiamento inizia dal basso.
Nel basso, ci sono tutti gli indizi, si annida
la sfida del nostro mutamento.
Non la febbre alta, né lunghi digiuni, né l’amore incondizionato,
né la cecità o la vecchiaia, né una gravissima depressione, né
gli acidi, né l’idillio, né l’attesa del boia o il suicidio,
nessuna esperienza perde contiguità o teme l’esilio
tutto ancora è degno, dal basso.
E quell’estate? che di colpo mi sei venuta addosso
e piangevi e dicevi che tutta quella gente insieme, quegli
sconosciuti che però ballavano e ballavano da ore, insomma,
ti eri commossa, ti ricordi?
Dal basso, nel nostro tempo, inizia la mutazione.
Dal basso si ricorre a un giorno di silenzio per ascoltare
il tesoro, tutto attorno: l’acqua che corre, la pentola calda, la luce
rada sui disegni della fiaba, la scuola che spaventa, la strada
asfaltata, la fogna, la musica della radio che accompagna
nel sonno.
C’era quella volta, ti ricordi?, che mi hai detto che ora ai piedi avevi
uno stipendio. Di un birmano, hai aggiunto, che lavora un mese, poi
hai preso in mano gli stivali nuovi, ancora un po’ unti, e hai detto:
“Come sono stupendi però!”.
Oggi il cambiamento inizia dal basso.
Dal basso si va in cerca di canali, circuiti,
aorte, che trasmettano la metamorfosi: la parabola, l’indovinello,
il mito, la barzelletta lasciva, l’orgia nel tempio, l’arte marziale,
il silenzio. Dal basso l’esempio ha molte lingue, tutte senza imperativo.
Ero agitatissimo, ti ricordi quella volta? quella che dicevo
che era tempo di credere nell’assurdo che cambino le persone
e poi le cose seguiranno, così scosso,
che siamo finiti in ospedale, mi ero slogato la mascella.
Dal basso c’è un’altra una nuova
un’ennesima possibilità di cambiare, dal basso
muoveremo.
Ci sono lotte al lavoro
Ci sono lotte al lavoro
in ogni spazio desertificato
da un passaggio frenetico.
Un ipermercato spaccia coralità
nascosta nella merce,
e allora cessi, aria condizionata, riscaldamento, viavai,
cassiere.
Vi sono alte lotte al lavoro
in uno spazio privo di umano
per la sua univoca funzionalità.
Una compagnia fa tana sotto un portico o in un sottopassaggio
e il luogo n’è travolto, ogni suo dato
riconnesso e ricreato a misura di simpatia
per la comunità.
Ci sono lotte senza macchia
in periferie profughe in patria
dove un Nobel gioca con un callo
o ruba.
Un carcere brucia ogni propaggine
creaturale, per un ex-ministro o un rom
la cella si firma nella pelle
con un cristo d’inchiostro.
Ci sono lotte lievi in una pagina di fotografie,
se una coppia vi venera le località troie
e sacre del proprio pellegrinaggio
sino al presente.
Una città è territorio di molti e molte lotte
che lavorano per dare alla vita l’alfabeto della propria memoria.
Legherò quell’attimo (anche se la fidanzata aveva tredici anni)
legherò quel prato, quel parcheggio, li legherò alla ferrovia
al fiume interrato, li legherò all’intestino, alla bocca, al retto,
a tutte quelle reliquie private che ancora non fanno testimonianza,
partecipazione, nostalgia,
didattica.
L’asse di legno
Un’asse di legno nero è qui, sotto il palmo della mano, sotto il bicchiere.
Questa massa buia si fa largo, fa contrarre l’iride,
calma. Il dito scorre lungo i campi del legno, lungo le venature bionde.
Attorno al bicchiere si scorgono piccoli spacchi scuri, i tracciati divengono
castani, divergono. Ma sono sospinti da correnti sotterranee
che assembrano le vene in traiettorie più fitte e verso il fondo
le accartocciano, in un labirinto bruno. Nel centro, come Minotauro,
veglia il nodo abbrustolito di un ramo. Vi sono come dei lumi nel legno.
Vicino al bordo l’asse rivela una lucidatura profonda,
lo strofinio secolare dei ruscelli di stoffa
sul sasso. Più in là armate di tarme ne hanno fatto
un pizzo: microscopici crepacci, spalti, spelonche
forse ingressi di cunicoli intestini.
Tutto questo io non lo vedevo, non lo udivo, non ho tradizione
di ascolto né grammatica che sia in grado
di prendersi cura di tutto
questo.
Forse le tarme sanno interpellarla e lasciarla parlare. Mi chiedo cosa sia
il suo accostarmi, il suo stare infaticabile sotto il bicchiere. O se sia capace
di ironia, quando leggo tra le sue schegge messaggi inequivocabili
di umiltà, di letizia nel trascorrere, di deferenza
per l’ozio. L’asse di legno offre il suo lume e apre alla schiuma,
alle croste del pane, agli aloni sui vetri, a tutti i coloni al di là
dell’istmo.
Esistenze nella risacca degli allucinogeni, nel loro animismo
a ore, ma una volta posato su di esse l’occhio
non possiede più iride, ha perso tutti i denti
e vuole la confessione di tutto ciò che lo circonda.
Un’asse di legno nero è lì, non osservata. Abbiamo bisogno
di te, sei certo l’avventura indistruttibile.
***
L’ultimo stadio dei desideri è una vita lontana dal corpo.
Nei reami della naftalina, nelle cantine, addosso a vecchi muri
si stringono sacche di resistenza dove i desideri
continuano.
E continuano a reinventare le storie delle cose.
Allora, senza ostilità, avvengono traslochi in cui una biografia
si lascia. Perché gli oggetti non appartengono più alla scia
di chi li ha deposti.
Un cappello di iuta evoca a tutti i costi una ferrovia, un ritorno,
di chi non partì mai. Un anello di plastica addirittura mi sposa
ad una semisconosciuta.
Se un tessuto era un lago di sangue oggi si asciuga, non restano che dosi di
avventure assolutamente inavvenute. Questo trasloco sembra un gioco
antiproust che rivela una totale assenza di solidarietà
con le opere reali della poca vita.
Eppure, anche la realtà è spesso una fuga. E poi ci sono
molti tipi di inesistenza. Forse vale elaborare, dal basso,
una nuova strategia d’imballaggio.
Per il trasloco di oggi gli scatoloni sono allora
quanti ne esige la mia agiografia. E seguo con rigore solo
le divisioni della vita desiderata.
Lo scatolone delle amicizie morte sul nascere, ma oggi
tormentate e terminate per un motivo valido. Lo scatolone
degli amorazzi, in realtà casti strazi: riccioli votivi, peluche scotennati,
scontrini di gran bevute…
E così via, inviare via nel nuovo ordine,
verso nuove dimore, nuove città, nuove mutile malintese mille
nuove figure di solidarietà.
L’esercito di terracotta
Diecimila soldati. Ognuno è ricetto di centinaia di peculiarità somatiche
e nell’equipaggiamento.
Ognuno è l’oggetto del lavoro di diverse settimane
per centinaia di artisti.
Ognuno aspetta l’imperatore.
L’imperatore avrà bisogno di molti uomini dentro la morte.
Sospetta, infatti, una spietata ferocia nei nemici che lo attendono.
Fa interrogare i pianeti.
Capeggerà schiere atroci, pronte a odiare e a dare la morte.
Ne fa seppellire diecimila.
Agli uomini più fieri fa consegnare i vessilli della famiglia reale
e dell’impero.
Ai generali attribuisce un nome personalmente.
L’imperatore ha ora un’armata più forte dell’ansia.
Milioni di soldati. Ognuno ricetto di centinaia di peculiarità. In piedi,
nella terra, servono l’imperatore.
Linea e colore
Da Platone ai padri della chiesa a Yves Klein,
colore e disegno procedono agganciati
in preda a una lotta furibonda di cui si può solo scegliere
la parte.
Il colore è corruzione brulicante formicolare
transeunte il colore è tumulto eco inganno di
consumatori citrulli il colore è il topo è il pappagallo il colore
è donna.
Il disegno stringe a uno scopo, bordeggia e disciplina lo slancio.
La linea alloggia nell’alta luce del concetto, schiera gli affetti
nelle teche della fisiognomica.
Il colore solidarizza con lo scorrimento effimero sfrangiato
dilagante del pudore il livore il vapore che sbuffa i burroni e la
colonna viva dei moscerini il colore partorì le prime locomotive
da un culo.
Il contorno è un fortilizio assediato da cromie che sbavano,
che penetrano per i canali di scolo,
o nell’aria viziata, come le epidemie.
Non c’è profilo che argini il castagno,
o il sollevamento dei girasoli
dietro il supermercato.
Ma il colore è lo scarto, il non impregnato,
l’infrequentabile nella coorte delle particelle.
La lotta continua
e non smette di pensare.

Francesco non conoscevo le poesie di Jacopo Galimberti. Leggo che è delle mie parti. Poesia che trovo affine sia nello stile che – forse – nella poetica. Potresti mettermi in contatto con lui? Stai facendo un lavoro straordinario!Grazie.
Un caro saluto
la chiamerei poesia delle radici,
una necessità di sentire le cose immergendosi in esse, per poi risalire al significato che si espone e
comprenderlo.
L’asse di legno
‘Un’asse di legno nero è qui, sotto il palmo della mano, sotto il bicchiere.
Questa massa buia si fa largo, fa contrarre l’iride,
calma.’
Francesco sei grande a scoprire talenti!
ciao Luca, abbiamo scritto insieme!
volevo aggiungere che l’immagine è azzeccata!
quelle mani immerse,le dita sporche di creta….
la terra insegna.
Sì Carla siamo i lettori della domenica mattina quando tutti dormono noi leggiamo…anzi, a dire il vero, sono al lavoro… 😉
Un caro saluto
se lavori in biblioteca, sei in buona compagnia!
Buona domenica!
😉
No stamattina sono in un Museo…ma anche qui la compagnia è buona!
Buona domenica anche a te.
Grazie della lettura, sono contento che questi testi vi siano piaciuti, anche se sono molto più complessi e stratificati di quello che la struttura “narrativa” dei testi lascerebbe a prima vista intendere.
Sì, Luca, una certa affinità di temi e di poetica tra voi c’è, a partire dal respiro sociale e civile con cui colorate il vostro fare poesia. In Jacopo, ad esempio, il “lavoro”, in tutte le sue declinazioni, diventa non solo il centro della riflessione e della scrittura, ma anche il paradigma interpretativo di tutti gli aspetti del mondo in cui viviamo: “poesia” e “lavoro” in lui sono sinonimi, a partire dalla comune base etica che li contraddistingue.
Carla, le immagini che scelgo, a corredo dei post, non sono mai casuali: le vedo come elementi che aggiungono “qualcosa” ai testi o forniscono una “possibile” chiave di lettura. Almeno nelle mie intenzioni.
Buona domenica ad entrambi.
fm
p.s.
Luca, ho appena provveduto.
Grazie Francesco!Ho letto e risposto. Mi fa piacere leggere le poesie di un quasi coetaneo (1979-1981) e sentirle affini. Poi qui si potrebbero aprire capitoli infiniti. Non sono uno di quelli che crede alla “questione generazionale”, almeno in poesia, però a volte forse un certo sentire comune c’è, dovuto anche al periodo vissuto a a certe esperienza. Complimenti a Jiacopo!
Un caro saluto
Per riferirmi a un criterio (la memoria) di cui si discute in un altro post, “Liberare la poesia”: alcuni di questi versi s’imprimono nella memoria, si fanno memoria, soprattutto “Dal basso”.
Il basso non ha solo una funzione sociale qui, ma anche, direi, creativa, generatrice, allegorica.
Sono una tegola in testa queste poesie…
Non solo esistono i poeti bravi tra i giovani, ma ci sono anche coloro che, con qualche anno in più, sanno segnalarli.
Non è poco.
anch’io vedo una sintonia con “liberare la poesia”: ‘Si tratta di restituire al pensiero e alla fatica degli anni l’alfabeto dimenticato del “creare”, strapparlo alla logica dell’asservimento e restituirgli gli orizzonti del suo essere “senso” e “legame”, in una prospettiva che implica il recupero memoriale dell’impraticabile, del rimosso, di quanto è refrattario alla logica che ordina per il consumo e che produce, passo dopo passo, lo spazio esatto del suo oblio e dell’annientamento’. bisognerebbe leggere anche altro di Jacopo per capire se si trova a quest’altezza, ma i versi presentati sono una promessa di realizzazione.
grazie per la proposta e per la presentazione, impeccabile, come sempre.
fabrizio