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Caro Valter, nella lettera-recensione che hai avuto la bontà di inviarmi a proposito del mio romanzo Il signor figlio ci sono due righe, una in fila all’altra, per me particolarmente importanti. Sono nella parte finale, quando mi chiedi che cosa sia (anzi, che cos’è) il Male. Forse rinnegare il padre, suggerisci e argomenti tu, evocando a questo proposito «la maledizione di Edipo». Alla quale però, subito dopo, contrapponi «la benedizione del figliol prodigo». Ecco, per me scrivere Il signor figlio ha significato anzitutto affrontare l’alternativa tra queste due figure di figlio o, meglio, tra queste opposte visioni del padre: il re da uccidere e spodestare nel mito greco, l’uomo che attende e abbraccia nella parabola evangelica.
In realtà sapevo fin dall’inizio quale figlio ho cercato di essere, quale padre mi sto sforzando di diventare. Appartengo a una generazione, quella dei quaranta-e-qualcosa, che si è fidata troppo di Edipo, che è stata quasi costretta a prendere per buona l’interpretazione psicanalitica di questo e di ogni altro conflitto generazionale. Perché le generazioni hanno da essere sempre in conflitto tra di loro, su questo non si discute. E pazienza se una prospettiva del genere conduce da ultimo alla convinzione che la famiglia, in quanto tale, è un problema, forse addirittura il problema, e non piuttosto il luogo in cui i conflitti possono insorgere, sì, ma anche essere risolti.
Come? Imitando il padre misericordioso, al quale andrebbe più giustamente intitolata la parabola. Il figliolo, prodigo finché si vuole, si limita a fare il suo mestiere: si ribella, sperpera, si mette nei guai. Tutto molto prevedibile, un po’ come la trasgressione a comando alla quale tutti, bene o male, ci siamo assuefatti (tranne i trasgressori in servizio permanente effettivo, così simili al bambino che nella vecchia barzelletta impara ad andare in bicicletta: mamma, guarda, senza mani… mamma, guarda, senza denti…). Il padre, al contrario, non è prevedibile per niente. Aspetta in silenzio, fiducioso in un ritorno considerato impossibile. Si affretta, corre incontro. Abbraccia.
Non so se si capisce, ma anche nel Signor figlio c’è un padre così. Ed è il più imprevedibile, il vituperato e incompreso Monaldo Leopardi. A un certo punto lo troviamo nella biblioteca del suo palazzo, a Recanati. Con una mano si appoggia all’armadio nel quale sono custoditi i Prohibiti (i testi all’Indice), intanto guarda fuori dalla finestra, sembra che aspetti un altro impossibile ritorno. Giacomo è morto, da Londra gli arrivano le lettere scombiccherate di un improbabile erudito irlandese. Che fine ha fatto il cadavere di suo figlio?, si domanda. Se fosse ancora in tempo abbraccerebbe Giacomo e cercherebbe, in quell’abbraccio, di sciogliere anni di schermaglie e incomprensioni, andando oltre le parole, oltre le lingue vive e morte, oltre il decoro che l’essere padre impone e la soggezione che l’essere figlio esige. Per me (magari soltanto per me, lo ammetto) il centro del libro sta lì, in quella pagina, in quell’immagine. Che è poi un’anticipazione dell’abbraccio universale con cui l’unica vera madre della vicenda, Cécile Sauvage, benedice suo figlio Olivier Messiaen tutti i figli, i figli di ogni madre.
Nel Ritorno del figliol prodigo di Rembrandt il padre ha mani disuguali e difformi: delicata e quasi femminile la destra, asciutta e virile la sinistra. Dio è Padre e Madre, insegnava Giovanni Paolo I, ma quella che a molti è parsa una rivoluzione era in realtà la traduzione in linguaggio moderno di una dottrina antichissima. Nella teologia trinitaria lo Spirito è da sempre il portatore un elemento femminile, Sophia e Ruah nel contempo: alito e sapienza, visione e respiro. Ed è questo, in definitiva, il motivo per cui sì, credo che tu abbia quasi ragione, Valter. Con Il signor figlio ho cercato di scrivere un romanzo che è risultato postmoderno in quanto cattolico, perché nella vita di ognuno di noi c’è un nocciolo di verità e complessità che non si comprende procedendo per semplificazioni successive, ma soltanto accettando il sublime intrecciarsi di relazioni di cui la Trinità stessa rappresenta l’immagine insondabile e perfetta.
E il Male, in tutto questo? È pretendere di salvarsi da soli, è contrastare lo Spirito con la gnosi, è anteporre le opere alla Grazia. Eppure, nonostante tutto, nel Signor figlio nessuno muore solo. Forse perché tutti noi siamo figli e in ogni figlio, con minore o minore consapevolezza, si rispecchia l’icona del Signore, il più umano dei volti di Dio.

Caro Alessandro, non dico altro che questo (per non togliere piacere al lettore), ma un certo biglietto in inglese di un certo padre a me ha fatto spargere due lacrime pensando a un altro padre, il mio.
Che l’ostinazione di Edipo e una generazione perversa mi ha impedito di riconoscere, prima del sepolcro.
Dio ti benedica.
così fate piangere anche noi!
un abbraccio
da tempo gli studenti di teologia sanno che la parabola è più giustamente intitolata al padre misericordioso. Padre misericordioso (L’hesed di Dio nella bibbia è un hesed viscerale materna e in quanto tale eterna) ma non di un solo figlio bensì di due. uno, quello conformato spesso viene dimenticato come personaggio insignificante e marginale, ma non dovrebbe. il figlio non è soltanto il ribelle, figlio è anche quello che resta sottomesso alla legge sentendosi da essa schiacciato, un figlio disamorato incapace di amare, un figlio senza passione, uno che attende forse la morte del padre per fare quello che l’altro figlio ha avuto il coraggio di fare il padre vivente. il figlio che rimprovera al padre la sua misericordia che non si rivela giustizia equa ma iniqua, perchè la misericordia o è condivisa , compresa, e la si può comprendere solo quando si sente il bisogno vitale di essere perdonati, o è vissuta come profonda ingiustizia. quanti di noi sono disposti a credere, ma soprattutto ad essere grati per la misericordia quando questa si riversa sull’assassino, sul pubblicano, su quelle forme di male che per noi sono e dovrebbero essere imperdonabili?
ai cristiani viene chiesto di essere eticamente credibili, ma non si accetta che nelle loro comunità possa esistere qualcosa come il perdono.
quello della infinita misericordia del padre è un mistero che abbraccia il problema del male in modo per noi incomprensibile. Edith Stein, morta nei campi di concentramento nel 1942 diceva a se stessa che avrebbe dovuto amare il suo aguzzino, per assumere su di sè attraverso il dolore sofferto quel male, perchè solo nella croce il male è vinto, nella condivisione vissuta dell’infinita misericordia di Dio. forse è più facile conformarsi ad edipo che accettare che la misericordia non sia appannaggio dei cosiddetti peccatucci (sempre che esita una graduatoria del peccato). ma il segreto della parabola è proprio l’amore. il figlio conformato, quello che si sottomette alla legge non è figlio, ma servo, schiavo; non schiavo del padre, bensì schiavo di se stesso e dell’immagine distorta di come dovrebbe essere un padre: colui che con la bilancia conta le buone opere. ma il padre è un padre benedicente, un padre con le braccia aperte, un padre che attende scrutando l’orizzonte,ma non solo: Egli è un padre che invita l’altro figlio a gioire per il fratello ritrovato, ad entrare nella paradossale realtà dell’amore infinito.
grazie per questo post.
saluto tutti
elena f.
Non ho ancora letto il romanzo (che era già nei miei programmi, e leggerò fra poco). Questo post mi solletica ulteriormente. Mi viene da pensare però al ruolo della madre, che nella parabola è assente. E non può, a mio avviso, essere incorporata nel padre. Io ho la fortuna di avere un padre vegliardo ancora piuttosto efficiente, e col quale ho un rapporto affettuoso da sempre, e mai conflittuale, il che mi ha reso immune nei confronti di qualsiasi freudismo. Lui ha rappresentato ai miei occhi, pur senza mai divenire un idolo, una figura compiutamente maschile. E qui si apre il primo problema: che cosa significhi MASCOLINITA’ e come l’amore possa essere declinato al maschile – che ovviamente sta di fronte alla domanda sulla femminilità e sull’amore al femminile. A me pare che oggi nel generale crollo delle differenze quello della differenza dell’amore di genere sia una delle più gravi.
Leopardi sperimentò una madre in cui l’amore materno era assente,la gelida Adelaide, e un padre a suo modo affettuoso. Era una famiglia particolarissima. Forse il primo problema per Leopardi fu la madre.
Il mio secondo è teologico. La maternità è legata alla sessualità, e l’amore materno è diverso da quello paterno perché diversi sono i sessi. Ma il Dio ebraico-cristiano non ha sesso, nè forma, né mondanità, anche se si è incarnato in un umano maschio. La differenza tra Jahvé e le divinità cananee come Baal sta anzitutto nel fatto che queste sono sessuate. E Dio è a-sessuato, al punto che non a caso la fede popolare, bisognosa di vedere nel divino un aspetto femminile, ha senz’altro esaltato Maria oltre il dovuto, vedendo in lei una sorta di dea-madre. L’assoluta trascendenza di Dio, invece, non ammette giochetti nemmeno verbali con i generi che definiscono l’umano.
Soltanto due piccole annotazioni. Una al commento di Elena: il figlio maggiore, nella parabola del padre misericordioso, è il personaggio che trovo più affascinante. Leopardi (almeno il Leopardi del “Signor figlio”)è a tutti gli effetti un “figlio maggiore”, specie nel suo confondere norma e affetto, e nel rifiutarli entrambi. D’istinto siamo un po’ tutti figli maggiori, siamo quelli che si sottraggono all’abbraccio e ne fanno una questione di principio. E qui mi riallaccio al commento di Fabio: “Il signor figlio” è un libro che accetta il rischio di esplorare i sentimenti virili, il non detto di affetti che esistono senza essere mai nominati, e intanto scavano caverne nel sottosuolo, come fiumi dimenticati. Nel libro, alla fine, l’unica che trova le parole è Cécile, una madre (e sì, sono d’accordo: il problema di casa Leopardi era Adelaide, lo sapeva anche Monaldo…). D’altro canto, però, non sarei così categorico nel sostenere che Dio, in quanto assoluto trascendente, rifiuta di essere posto in relazione con le categorie dell’umano. Lo scandalo dell’Incarnazione sta proprio qui, in questo potersi riferire a Dio con parole umane senza scalfire la Sua divinità. In ogni caso, grazie a tutti per l’attenzione e per l’affetto.