SEMINARISTI DI SINISTRA: GIROLAMO DE MICHELE

di Valter Binaghi

de michele

La Chiesa rossa si è estinta in rivoli rabbiosi e sterili o nella maggioritaria conversione alla nuova mistica del potere bancario. Attila è diventato consigliere regionale: è dura per l’apprendista sciamano, l’intellettuale che della rivoluzione ha fatto un dignitoso mestiere.

Si possono scrivere romanzi pseudostorici, rimestando nel merdaio degli anni Settanta dove tutti si sentono in diritto di attingere a piene mani, ma l’aspirazione più forte resta sempre la Critica, la dialettica fatta religione, che detta i ritmi del divenire e separa tra forze produttive e nuvole sovrastrutturali i capri reazionari dalle pecore del progresso.
E allora eccolo partire lancia in resta contro l’unico che non gli risponderà mai (il Papa, e chi altro?), e in generale contro chi si ostina ad opporre al relativismo storicistico parole come natura e verità. Bisogna capirlo: per il seminarista del post-moderno la filosofia comincia direttamente da Deleuze senza passare per Aristotele, e usare con lui certi termini è come parlare di gravidanza a una donna in menopausa.
Ma siccome il nostro ha pensato bene di coinvolgere nel suo livore anche il sottoscritto qui http://www.carmillaonline.com/archives/2007/06/002270.html
dove mi dà del coccolato ex nichilista con le stimmate del pentimento, aggiungerei quanto segue.

Caro De Michele, sono un cattolico col bazooka. Porgere l’altra guancia resta un nobile traguardo per me, ma lo rimando volentieri alla terza età. Il primo pensiero sarebbe prenderti a cazzotti, a meno che non vieni qui dove puoi tirare stoccate e riceverne (che senso ha un blog senza commenti?) e trasformi il tuo disprezzo in logos.

13 pensieri su “SEMINARISTI DI SINISTRA: GIROLAMO DE MICHELE

  1. Fabio Brotto

    MEGACOMMENTO. Ma mi sembra abbia senso riportare qui qualcosa che scrissi sul romanzo di De Michele “Scirocco”.

    Il romanzo “Scirocco” di Girolamo de Michele (Einaudi, Torino 2005) mi pare degno di nota per diverse ragioni. Intanto, si presenta come un “noir” (sub-genere sulla cui natura e funzione sto attualmente cercando di riflettere alla luce dell’antropologia generativa). Poi, è scritto chiaramente da un “reduce del 77”, che si sente e professa un “compagno” e vede nello Stato italiano—che gli appare dominato da oscure forze fasciste e consorterie—un nemico. (E quelle di “77ino” e “compagno” sono categorie da investigare soprattutto per quel che riguarda il concetto della violenza e della sua legittimità all’interno di un contesto di relazioni complesse—modi di vivere, pensare, rapportarsi agli altri, ecc.—che possiamo chiamare paradigma). Infine, si tratta di un romanzone di circa seicento pagine, che presenta singolarità di struttura ed aspetti letterariamente paradossali, sui quali peraltro qui sorvolo. I temi sarebbero dunque moltissimi, e questa ricchezza è un merito che va riconosciuto a De Michele. I personaggi principali del romanzo, i suoi eroi combattenti potremmo dire, con i quali il narratore simpatizza fortemente, e che rende simpatici al lettore, sono: un investigatore privato piuttosto scalcinato; un poliziotto suo amico (che è un ribelle coperto); un vecchio partigiano che conserva una cal. 38 della guerra e la usa, e sa dove trovare altre armi; una puttana d’alto bordo che conosce le arti marziali e in un’occasione se ne serve per uccidere; un hacker pirata e ladro genio dell’informatica; un giornalista gay; un barbone alcolizzato. I “buoni” di questo “noir” sono tutti, ciascuno a suo modo, irregolari e ribelli. I cattivi sono l’ordine costituito, le forze dello Stato, gli Americani (sullo sfondo ma non tanto). C’è senza dubbio una “teoria del complotto” all’opera nella costruzione della storia. L’uso privato (seppure da parte di un “movimento”) delle armi e della violenza, anche in forme piuttosto raccapriccianti, è legittimato dal fine della lotta al nemico fascista. Ci dobbiamo qui chiedere se questo “noir” militante (problematicamente) sia conforme all’essenza del sub-genere, che noi abbiamo individuato in precedenti note, o se vi siano delle anomalie. Credo che la funzione del noir rimanga sempre la stessa anche se cambia il paradigma. Questo significa che la funzione permane identica, sia il “noir” scritto da un compagno o da un camerata: rendere presente il rischio della dissoluzione della società, saranno solo diverse le forze individuate come responsabili della minaccia, che dunque finiranno per svolgere la funzione di capro espiatorio. Insomma, qui la società buona sarebbe quella che ha espulso i fascisti (intesi in senso lato). In un “noir” scritto da un fascista, le forze del dissolvimento sarebbero gli antagonisti, i comunisti, ecc. Ma se, come ritengo, il “noir” ha bisogno che il suo lettore non si identifichi con le forze del dissolvimento ma che esista un paradigma comune tra il libro e il lettore, nel senso che entrambi debbono fondarsi su un’idea di società ben ordinata, governata dal principio del bene comune generale, allora in una società come l’italiana, in cui i paradigmi sono sempre diversi e conflittuali, e il bene comune generale non è percepito come tale, non possono forse darsi che narrative “noir” di parte, senza possibilità di reciproca comunicazione. Anche in questo senso uno dei passi massimamente interessanti è un colloquio in carcere tra un ex terrorista rosso e un terrorista nero.

    Milano, San Vittore, mensa carceraria, ore 19.45.

    — Dici di no perché, per fare un esempio, tu di Helena Hamburg non hai mai sentito parlare, vero?

    — No, — risponde Cristiano, — è un nome che proprio non mi dice niente.

    — Te la racconto io, —dice Vittorio Guerra, — così ve­drai che ci sono cose che voi compagni non sapete. Era una funzionaria dell’ambasciata argentina a Parigi. Tor­na a casa per le vacanze: all’aereoporto [sic] di Ezeiza un grup­po di uomini l’aspetta, la preleva e la uccide. Cose che po­tevano succedere, in Argentina. Però Helena era una bra­va ragazza, senza grilli per la testa: mai avuto niente a che fare con la izquierda argentina, tantomeno con la guerri­glia. È successo che a Parigi aveva avuto la sfortuna di ve­dere il generale Massera incontrare i capi montoneros. I montoneros per voi erano un mito, vero? Be’, io ti assi­curo che Mario Firmenich, il capo dei montoneros, era un uomo di Villareal, il capo dei Servizi argentini. E nel ‘78 era allo stadio a vedere le partite dell’Argentina. I mili­tanti dell’Erp sono stati trucidati perché erano incontrol­labili, più o meno come i vostri amici dei Nap: l’unico ter­rorismo rosso ammesso dallo Stato è quello gestito e di­retto dallo Stato.

    — Sicuro che sia andata così? — chiede Cristiano.

    — Sicuro, — risponde il soldato politico. — Vuoi un altro esempio? I primi manifesti filocinesi in Italia li abbiamo attaccati noi. Se ne occupò Avanguardia nazionale, per conto dell’ufficio Affari riservati: cioè del ministero dell’Interno. Il mondo è un grande teatro dei pupi, e noi sgambettiamo sul palco senza vedere né i fili né i pupari.

    — Tu vedi troppi complotti, Vittorio. Non c’è niente che mi stupisca in quello che dici: ma non si riducono due generazioni a una battaglia tra marionette. Non sono quei manifesti ad aver fatto la Storia.

    — Forse no: però sono serviti a indirizzarla dove vole­vano i signori che la Storia prima la manovrano, poi la scrivono e alla fine la glorificano.

    E se, come pensa Eric Gans, la differenza fondamentale tra la cultura alta e quella popolare o di massa sta nel fatto che la cultura di massa asseconda il risentimento mentre quella alta lo differisce, il “noir”, che individua responsabili e capri espiatori, e tende a non conferire una piena umanità ai personaggi cattivi, appartiene alla cultura di massa. Questa, nonostante le sue velleità, non può mai essere genuinamente critica, ma solo illudersi di esserlo. La sua vocazione è la denuncia, lo smascheramento di nemici della società buona (qualunque essa sia), qualcosa di strettamente legato al risentimento e, alla fine, alla violenza. Del resto, essa è allo stesso tempo sempre inserita—secondo le proprie modalità—nel sistema dello scambio del capitalismo maturo. Come l’hacker Ferodo, di Scirocco, individualista paranoico la cui stessa esistenza è legata all’esistenza del computer, ovvero alla produzione capitalistica avanzata, alla rete internet creata dall’America e, appunto, al sistema dello scambio aperto e senza limiti.

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  2. Lorenzo

    Il post risentito del signor Binaghi non comunicava nulla a dispetto della sua veemenza. Mentre il commento di Brotto informava con senso e competenza. Le due cose forse andavano invertite?

    L.

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  3. lettore

    “narrative “noir” di parte”, scrive brotto, a proposito di questi filoncini o baghettine: buttafuoco da una parte, de michele, de cataldo dall’altra ad esempio. certo però che non abbiamo bisogno di faziosità!preme dunque sottolineare come, secondo me, queste scritture, per quanto rampollino, siano maceria.

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  4. franzk

    Ma l’hai visto quel film, “Un uomo tranquillo”, di John Ford? John Wayne lo dice, di esserlo… Ma poi, quando va in Irlanda… Sai le botte!

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  5. vbinaghi

    Guarda che quel film è uno dei dieci di sempre, per me.
    Sean Thornton si chiama, l’ex pugile interpretato da Wayne.
    Contento?

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  6. Lorenzo

    Il Babà ha valenze troppo discordanti per attribuirsi un tale appellativo a cuor leggero, o vantarsi di essere tale.
    ehmm…

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  7. Lorenzo

    Unico dilemma: avevamo bisogno della foto di Binaghi? Forse da uomini sì, per capire, ma da donne??????????????????

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  8. vbinaghi

    Lorenzo, la foto è del signor De Michele, come dovrebbe essere evidente visto che il post è dedicato a Lui.

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