Già altrove dissi che davanti alla scrittura di Massimo a me pare di trovarmi di fronte a un Libro d’Ore, da sfogliare in ascolto e in riverenza. La suggestione dell’immagine, che mi convince ancora, e di più ad ogni lettura, mi sorse dall’analogia per me naturalissima tra la sua poesia – e la poesia che nella sua prosa si trasfonde – e l’evoluzione storico-artistica degli antichi libri di preghiere medievali.
Pensato in origine come supporto di devozione domestica, da leggere in solitudine in fredde, private stanze al tremolio delle candele, il Libro d’Ore diventa nel Quattrocento un manufatto di eccezionale preziosità, spesso arricchito di miniature tanto perfette da acquistare il valore di una vera e propria opere d’arte. Dei padri di queste opere di rara eccellenza, dei loro autori, dei loro esecutori materiali, nulla si sa. Miniatori. Scriptores. Amanuensi. Identità perse nella notte oscura dei secoli, e di una storia che non ha potuto registrarne il passaggio, votato a un esercizio estremo di umiltà e dedizione, d’inesausto impegno e lavorio. Una mancanza di padre e d’autore che è però provvidenziale all’opera superstite: che sola vale, che sola conta, che non elogia la mano, la nasconde.
Amanuense, già nel titolo, è un obolo prezioso a questa umiltà, al primato di una meccanica, quella dello scrivere, come gesto che nella sua necessità precede, e forse supera, il merito stesso dell’opera: “non sono più che scrittore, che ha finestre aperte e uccelli al mattino; i belli, i nuovi, i fiori; e NON MENO di uno scrittore.” (1)
La scrittura di Massimo è una corona dalle maglie strettissime, conchiuse. I riferimenti al proprio vissuto, al proprio tormento, a un unicum individuale in cui l’Io è domus e dominus, sono disseminati con sbalorditiva frequenza, tanto da costituire spesso premessa irrinunciabile alla comprensione del tutto, prolegomeni incastonati nel nerbo esatto del discorso.
Ma al tempo stesso non esiste forse, ora, una poesia dove l’io si celi meglio, dove la mano ascenda tanto, dove la firma sia così chiaramente riconoscibile quanto più s’iscrive nell’aria di versi apparentemente impersonali, dove l’astrazione del soggetto avviene per estrazione di un senso scavato nel profondo delle possibilità semantiche della lingua e della costruzione sintattica.
Una lingua asciugata, ridotta a osso, a vertebra che sorregge un’impalcatura solida eppure nei suoi equilibri delicatissima, fragile si direbbe.
La poesia di Massimo tanto più dà, quanto più toglie: la scultura dei suoi versi è a levare, inesorabilmente. Non un’oncia di grasso cola nel lessico impiegato, non una parola scelta per adornare, non un accessorio al necessario: le sue stanze sono celle di frate, arredate secondo regola di continenza.
Una semplicità manifesta e apparente, che però si fa mistero, meraviglia e sbigottimento, epifania finalmente: “conviene che la luce / bianca, dove non si spera, converga sopra / ambienti larghi, non / piccoli (…) / Il dono chiesto / non corrisponde al vero / avuto: questo supera / il primo, e il vero il falso (…)” (2). Ed è luce che elenca, che chiama a indice e nomina le cose, come il sole nascente di Gadda nel finale – non finale – della Cognizione del dolore.
Luce di Dio, senza dubbio, ma anche luce di ragione, e di un sentire quasi estatico, preda costante di stupore e meraviglia, come di contrizione, di riflessione consapevole ma non per questo meno dolente.
Confrontarsi con la scrittura di Massimo è un’esperienza estetica impegnativa, scomoda addirittura, addirittura dolorosa, e tanto più forte quanto più le sue parole sono sussurrate, tanto più gravida quanto più queste cadono sulla pagina da un ramo – d’oro perfino, come quello raccolto da Enea prima di scendere nel regno dei morti – fatto di materia asciutta, e del silenzio necessario per mettersi in ascolto.
Tutto, nella scrittura di Massimo, è lascito, eredità da cui attingere a piene mani: evidente è l’urgenza di consegnare ai presenti di domani, se non a quelli dell’oggi, una poetica – la sua – ed evidenti sono le fasi della sua elaborazione, gli stadi di una gestazione intellettuale e artistica faticosa, di una macchina finalmente, e fatalmente, non più celibe, ma capace di una procreazione miracolosa: “gli atti virili invidiano uno stato femminile, non avuto” (3).
Una poetica che in Amanuense si ri-costruisce e si ri-afferma in un antefatto dove gennaio e febbraio sembrano davvero i mesi più crudeli (non l’aprile eliotiano), e ancora di più in un’utopia per un gioco di ruolo dove il poeta si finge, funge da, “maestro” di una poesia che non si può insegnare, verso la quale si può semmai portare amorevolmente per mano.
Amanuense è infatti nel suo corpo centrale un diario, la cronaca pubblica e privata di un esperimento, di un progetto di incamminamento alla poesia che porta Massimo nelle classi di una scuola media della sua Genova.
Il punto di partenza sono quattordici parole senza pensiero, senza connessione, ancora prive della verticalizzazione, grafica e ritmica, necessaria alla poesia; il punto di arrivo è un insieme di testi che su queste parole costruiscono un senso, che tracciano una delle tante rotte possibili e che, inaspettatamente – data la giovanissima età dei partecipanti al laboratorio – procedono anch’essi per sottrazione, per eliminazione di una punteggiatura che non serve, per abbandono coraggioso e salutare di certi orpelli e dannosissimi “luoghi” comuni. Lungo il cammino degli incontri, un fare poesia che già in sé diventa atto performativo, corale.
Il frate asino, ritroso, si fa maestro. Gli allievi – i ragazzi – da semplici ricettori si fanno creatori, attori di un atto di poiesis che è frutto di un percorso maieutico puro, di un gioco di ruolo leale, e compiuto.
Come una promessa
Cristina Babino
(1) M. Sannelli, Amanuense, Cantarena, 2007 (pag. 15).
(2) M. Sannelli, Conviene che la luce in Undici madrigali, e-book, a cura di Biagio Cepollaro, 2006 (pag. 3).
(3) Amanuense, cit. (pag. 17)

questo libro è la traccia o il diario del nostro delirio di educatori ed educati – dove il ‘maestro’ è meno dei suoi allievi, questo è sicuro (tanta era la confusione e la voglia di dire del ‘maestro’). a Cristina: grazie, di cuore. e a tutti quelli che hanno fatto, fisicamente, questo libro. e a Mario Fancello, che nessuno conosce, ma ha creato dal nulla una casa editrice – lui direbbe di no, che non è editoria – di libri in 100 copie. come al solito, e sempre: “avere fatto invece di non avere fatto – questa non è vanità” (e il resto, dice Pound: pull down, butta via, getta!)
massimo
se posso fare un po’ di pubblicità a queste edizioni straordinarie, segnalo altri due libri: la traduzione di Sannelli alla Dickinson (con note di Fresa) e “Innesti” di Paolo Fichera.
E’ davvero bello leggere in calce del libro che le “edizioni di cantarena” fanno riferimento ad una scuola media e che il primo volume fu stampato nel 2000.
[frammenti da *amanuense*, ultime pagine]
[…]
Viene spiata una caduta. Ciò che è stato, prima, molto e bene ombelicale è reciso, e finisce decisamente. Ora, ora, gli Angeli, gli Angeli, gli Angeli – perché Luzi stesso appare come non vivo:
come dicono i testi, letti ieri. Stefano, tu vedi a che cosa si riferisce, per me, la durata: pietà e pena,e pietà e pena, come fu prima. che cosa mi proponi? che cosa mi proponi? Non l’idea di avere, tra le cose, le cose, in maggior numero. I libri, soli, i libri, i libri. ad un tratto, chi mangia chi? e dove? però mangia. ti chiamo LUPA, ma quello è un CANE: decisamente tu azzanni il cane – e questo è ben fatto; e a me non piace, Lupa –
*
l’avvenire dei giovani è l’altitudine – perché vedano – purché non scendano, dove è «il piede fermo»
*
i modi antichi appartengono di più? – oggi non appartengono; non vedi bene; Dio, non appartengono più – alcuni, grandi, i morti, li usarono? non di questo si parla, veramente. ci fu veramente RICREAZIONE, e capisci? non il divertissement era necessario – come lo è acqua erba aria vento sole, e luce; non si vede messaggio proprio, nessun contenuto pesante in un CONTENITORE pulito.
Ché, qui, non è messaggio.
grande ritorno, Cristina: un onore avere qui te e Massimo. dimensioni dove la grettezza del mondo si disarma, a meno che non voglia ostentare la sua falsa virilità, la sua irredimibile ignoranza.
fabrizio
Io lo conosco renato fancello, come no, curò la prefazione ad un libro che scrivemmo in 12 ormai qualche anno fa, e che uscì in 12 copie, una per ogni autore, rilegate da guido de marchi, il maestro, per noi artigiani del libro fai da te. piccolo il mondo. 🙂
A
Notevole post Cristina!Ho ancora una volta riprova del tuo acume critico..Complimenti anche a Massimo naturalmente!
Un caro saluto
L’articolo di Cristina è una vera chicca: bellissimo, chiaro come sempre.
Cristina è un recensore nato e lo dimostra ancora di più la capacità di “entrare” nelle pieghe della scrittura di Sannelli il cui inconctro come lei stessa afferma “è un’esperienza estetica impegnativa, addirittura scomoda”, a rimarcare non certo l’oscurità della stessa (perché oscurità non vuol dire niente, rischia solo di disorientare il lettore), quanto la complessità e le sfumature del senso che viene scavato “nel profondo delle possibilità semantiche della lingua”.
Detto ciò, mi riferisco in generale alla scrittura di Sannelli, ché ancora non ho letto questo libro.
Più di una recensione: un’indagine su un mondo poetico. Con l’occasione di una recensione la Babino mi ha spiegato in poche righe il mondo di Sannelli. Un altro ci avrebbe speso 18 pagine di saggio.
Cristina è onestissima, bravissima. Lo dissi fin dall’inizio: arriverà lontano.
si’, Cristina e’ un recensore nato, ma personalmente nel frattempo e’ diventata anche una poetessa non da meno
libro d’ore per la scrittura di sannelli calza perfettamente.
anche a me ha dato più d’una volta quest’impressione.
brava cri!
…e intanto ad occhi bassi sento che a bagdad l’onda d’urto del tritolo ha spazzato via un pulmino pieno di studentesse. Chissà come sarebbe la vita vissuta in un’altra parte del mondo dove la poesia così come la conosciamo non è al tramonto.
non manco da lì, almeno con il pensiero e l’informazione. presto – PRESTO – non ne mancherò neanche con il corpo (che comunque non è abituato a cose e pose comode) – è una promessa
m