Death Proof, di Quentin Tarantino

di Mauro Baldrati

grindhouse-ft-21.jpgSi parla, a proposito di Quentin Tarantino, di “exploitation” (dal nome delle sale dove si proiettavano due film al prezzo di uno), un genere che usa di proposito linguaggi bassi, eclatanti ed eccessivi, indifferenti alle regole stilistiche classiche. In realtà Grindhouse, l’ultimo – e per alcuni il più scarso – suo film nelle sale, che dovrebbe essere intitolato Death Proof perché l’edizione originale americana comprende anche un episodio crudelmente tagliato di Robert Rodriguez (l’autore di El Mariachi, Dal Tramonto all’alba, Sin City), sfugge ai generi di contaminazione: è un film anni ’70 duro e puro, forse addirittura un telefilm, girato con la fotografia di quell’epoca, con pellicola sgranata e sfregiata (non manca qualche salto, voluto dal regista che qui debutta anche come direttore della fotografia): auto, arredi, tutto è calato nell’atmosfera anni ’70, un’epoca, uno stile, un’estetica che Tarantino afferma di ammirare fino all’idolatria.
Però è anche una sfida stilistica: gli anni ’70 sono ricreati dal nulla, esacerbando – ma senza eccessive spinte trash o pulp (con Tarantino le definizioni si sprecano) – certe tendenze – all’epoca naturali, parti del linguaggio narrativo vero e proprio – al grottesco e alla violenza; è quindi un’operazione duplice, riscrittura imitativa con citazioni più o meno esplicite (a un certo punto una delle attrici indossa una maglietta con la scritta in italiano l’ultimo buscadero, film culto del 1972 di Sam Peckinpah) e reinterpetazione con gli stili, la sensibilità ( e l’ironia) di oggi: per esempio i dialoghi, lunghi, crepitanti, ebbri di nulla, uguali a quelli del suo film d’esordio Le Jene; o l’indugiare sui primissimi piani delle attrici (perché è soprattutto un film di donne), tipica ossessione hollywoodiana moderna; le riprese meticolose dei piedi femminili, spesso in primo piano (Tarantino ha ammesso apertamente il suo feticismo per i piedi): tutto ciò ci obbliga, durante la visione, a calarci in un’altra epoca e al tempo stesso a osservare quegli stili, a riconoscere gli indizi che li deterritorializzano.
La storia è molto semplice, sono due episodi del tutto simili: tre ragazze – ragazze americane normali, in ciabatte e pantaloncini, senza l’ossessione glamour che tutto omologa (ma come sa riprenderle Tarantino, come sa rendere attraente la normalità) – vanno in giro a bere, a fumare (lunghissimi e disdicevoli primi piani con la sigaretta), a parlare di uomini, di storie, di sesso, impegnate in dialoghi martellanti, vuoti e a tratti deliranti (come non ricordare il dialogo al limite della demenza tra i due taxisti di Taxi Driver?). In un locale, completo di juke box, fumo, tintinnare di bicchieri e Tarantino nella parte del barista, c’è lui: lo stuntman serial killer, un uomo del passato su un’auto del passato (una Mustang truccatissima), uno sfregiato, scarruffato Kurt Russel che fa il simpatico e il seduttivo, le abborda, le circuisce, le intriga, le affascina, come un serpente predatore che organizza con cura la loro distruzione.
Nel secondo episodio un altro gruppo di ragazze incrocia la sua strada, ma qui le cose si complicano: sono coraggiose, pronte a tutto e soprattutto brave al volante. Ci godiamo scene maestose di inseguimenti in auto – auto anni ’70, la Mustang di Russel e una Dodge Challenger identica a quella di Punto Zero, altro film culto del 1971 – senza effetti speciali digitali (l’episodio di Tarantino è girato in analogico, quello di Rodriguez in digitale), ma con veri stuntmen, vere auto lanciate a folle velocità e veri incidenti spettacolari. E non mancate di ascoltare il rombo potente, aggressivo di quelle auto: sono motori truccati coi carburatori e le marmitte modificate, un rombo epico che è quanto più anni ’70 si sia mai sentito al cinema.

9 pensieri su “Death Proof, di Quentin Tarantino

  1. franzk

    Tarantino oggi come oggi è l’unico che mi fa uscire di casa per entrare in un cinema. Bel pezzo, Mauro.

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  2. mbaldrati

    Grazie Franz, tra l’altro la tua operazione di ricordo degli attori dimenticati, interpreti di grandi b-movies, è proprio tarantiniana.

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  3. franzk

    Beh, bene! Sai, io ho bisogno di forti emozioni: e se non ne trovo, vado a ripescare quelle vecchie. Non sono un passatista, ma quei film mi ricordano un tempo – anche ingenuo – nel quale era facile emozionarsi guardando un film. E poi non sopporto quasi mai il cinema pieno di effetti speciali, come non ho mai amato i James Bond (precursori del cinema d’azione odierno).

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  4. vocativo

    E’ un film elettrizzante(nonostante i dialoghi, anzi forse anche per la vacuità di quelli). E’ probabilmente il film più metacinematografico di Tarantino (il che vuol dire uno dei più metacinematografici della storia), a partire dagli stuntman per finire alla ricostruzione di situazioni tipiche da telefilm (anche Hazzard viene in mente, perché no?). Non è un film citazionista come poteva esserlo Kill Bill, per capirci. QUi c’è una compattezza della storia e di eventi salienti, proprio per il prosciugamento della sceneggiatura (l’opposto di Kill Bill). La segmentazione è minima. Eppure l’ombra di disfacimento qui è più forte che in qualsiasi film di Tarantino.
    Eppure c’è un fagocitante senso di vuoto in Grindhouse.
    Credo sia un film che lascia in sospeso una serie di “eppure”, ma chissà che non siano una forza.

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  5. alessandromorgillo

    Sublime Kill Bill
    Adesso tutti a leccarsela sull’ultimo di Tarantino. Vecchio. Vecchissimo. In Italia è uscito in differita? Un film che poteva essere. Non è. Mai viste tante gnocche in carne sul grande schermo! Era un film contro l’anoressia? Ecco, ragazze, se volete far rizzare l’uccello a qualcuno, mettete su un filo di pancetta. Quella giusta. Tutta friccicarella quando vi si riprende da dietro. 
    Il film sarebbe stato più credibile se  lo stuntman fosse stato una donna di mezza età, grassa e coi baffetti. Assetata di passera. Qua, a parte succhiare pollici, non si fa altro.
    Zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz

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  6. Marco

    Ma … caro Mauro Baldrati, che film hai visto?
    Quando il caro e psicopatico Kurt Russel insegue le tre coraggiose donne pazze guida una DODGE charger(1969), si, proprio come quella usata da Bo e Duke, oppure da Blade, e quando frulla le altre tre ragazze con l’auto a prova di morte guida una Chevy Nova (1971)!
    L’unica mustang presente è quella di Kim e per la precisione è Ford Mustang Mach I.
    Il mio è praticamente un’invito a non parlare d’auto a sproposito!
    Grazie

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