Le cose necessarie

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Anche Francesca Vitale è poeta e Francesca Vitale è anche poeta. La sua base è la fotografia («Ho iniziato ad appassionarmi di fotografia sui quindici anni e da allora non l’ho più abbandonata»: Venezia: andata e ritorno, 2006), e la fotografia è ciò che rende conosciuta Francesca all’esterno della famiglia e nel mondo – ma le Microscritture (2007) non sono solo foto non scattate o appunti per foto future. Foto e parola obbediscono alla necessità: è impossibile non fotografare, è impossibile non scrivere – in quali momenti? i due momenti hanno nature diverse?

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Le Microscritture sono un «ricordo ‘veloce’», che Francesca ha «sentito quasi necessario», «in questo momento»; le immagini di Venezia – e tutte le immagini – partono «da particolari apparentemente insignificanti che svelano confusi, forse, ma necessari, percorsi interiori». Così accade ciò che una persona considera, per sé, necessario. Il particolare istantaneo e il momento della vita – li conosceremo –, entrambi espressi necessariamente.

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Nelle Microscritture non appare il lavoro di Francesca con le immagini: le due sole foto del libro rappresentano Eligio, il padre di Marco e Francesca, e i disegni sono lavori giovanili dello stesso Eligio, scomparso nel febbraio 2007. Perciò il libro è un ricordo del padre morto, una riscoperta della sua grafica sommersa, e un diario in versi degli ultimi mesi: un diario – questo è importante – che segna più gli stati d’animo (di Francesca nel suo «attico seminterrato») che i fatti (di Eligio). Cioè il diario non è uno sfogo sfogato (e forse retorico e rumoroso), ma un’opera (letteraria). In questo senso è anche il giusto oggetto, qui e ora, di una «scuola di poesia».
Da anni la ricerca di Francesca, in fotografia, è rivolta all’istante storico – il passato della famiglia, soprattutto – reso da fotografie che si dicono «istantanee», in senso tecnico o poetico: per esempio, il primo compleanno di Francesca, all’inizio del ciclo su Venezia. Ma Francesca non ha fotografato – né pubblicato – i mesi di vita e di assenza del padre. Se l’ha fatto, non ce n’è traccia pubblica, per noi. Qui serviva la scrittura, e serviva la scrittura micro-, in frammenti; e i frammenti dovevano essere poesia, con un loro linguaggio spezzato e riconoscibile come poesia.
Ciò che doveva essere espresso, perché necessario, doveva essere detto, perché necessario. Qui doveva essere implicata la parola, con l’urgenza che frammenta l’intero (se l’intero è possibile, se è possibile creare un effetto di perfezione prolungata mentre si assiste chi muore) – e più la parola che l’immagine. L’immagine stampata avrebbe conservato, per i figli e per i lettori-amici, il viso di Eligio e riprodotto i suoi disegni: il passato non più conservabile (per morte) o riemerso (dall’archivio di famiglia). Così l’immagine è completamente delegata al padre, perché il lavoro grafico di Eligio ha illuminato il futuro artistico dei figli («I disegni, realizzati da mio padre in età giovanile, che abbiamo ritrovato con mio fratello nel riordinare le sue carte, ci sono sembrati straordinari. Rivelano, pur essendo dei ‘semplici’ schizzi, delle qualità artistiche, trascurate col tempo, che sono poi quelle che lui ci ha trasmesso ad entrambi»). Questa è la radice condivisa con i figli, che i figli rivelano con le rispettive opere. Il percorso donato «rimane» e ha sapore, come il «cannonau», e «resta», come le «città saline»; si sente, volendo, in bocca, aguzzando i sensi del corpo; solo la «voglia di esistere» di Eligio «quella sì, manca», perché non può essere corretta o assunta dai figli, in nessun modo che non sia simbolico. E’ possibile morire al posto di un altro e con un altro, e anche «dare la vita per i propri amici» – ma è impossibile vivere al posto di chi non vive più. Il sopravvissuto continua la presenza dell’assente, ma non sostituisce l’assenza.

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Così la microscrittura di Francesca obbedisce al dovere che segue l’impossibilità di vivere al posto del padre e di fotografarlo ancora: tenere la memoria aperta, accendere e non spegnere; non aggiungere buio a buio, ancora. La scrittura arriva qui: nel momento in cui serve e in cui nessuna altra arte può quello che essa può, e con le caratteristiche di pudore che la scrittura ha, soprattutto qui. «Al volo risponde il posare / reclinata ala. / E un canto, sì un canto». Francesca deve essere ringraziata: a bassa voce, senza enfasi, come un’amica.

3 pensieri su “Le cose necessarie

  1. fabry2007

    “Foto e parola obbediscono alla necessità: è impossibile non fotografare, è impossibile non scrivere”.

    è quello che ho sempre pensato, Massimo. si risolverebbero molti problemi.
    grazie per quest’altra cosa necessaria.
    fabrizio

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  2. marco guzzi

    Un abbraccio e un bacio per Francesca nel ricordo di tante serate “radiofoniche” passate insieme. E complimenti per la sua ispirazione poetica.

    Marco Guzzi

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  3. francesca Vitale

    Grazie Marco del ricordo radiofonico insieme. sarebbe bello rivederti e risentirci più spesso nei meandri di via Asiago, in quella gabbia di matti. Ma seguo il tuo lavoro anche fuori, ne sento sempre parlare,ne sono incuriosita e intanto ti leggo,leggo i tuoi versi,
    ti auguro quindi ogni bene, un grande abbraccio

    Francesca

    P.S. perchè non mi mandi il tuo indirizzo? Ti vorrei mandare le Microscritture.

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