Do the slam

 

Fiesole, 9 giugno 2007 

Quando mi chiedono se potrebbe interessarmi partecipare ad un POETRY SLAM rispondo di sì. Lo faccio da bravo incosciente, o meglio: lo faccio sapendo che nelle ventiquattro ore prima della gara sperimenterò delle sensazioni fisiche non sempre piacevoli: sudorazione eccessiva, tachicardia, gastrite, diarrea. Disturbi psicosomatici in genere. Non è la mia prima volta. Ne ricordo uno a squadre, credo fosse il primo di quel tipo in Italia, a Roma, anni fa.

 Uno a Venezia, nella corte di un palazzo. So cosa mi aspetta: ore d’ansia e di panico, il prezzo che il teatro chiede alle proprie creature. E si badi bene, non si tratta solo di ansia da prestazione. Lo Slam è una gara, ha a che fare con l’agonismo, è importante avere uno spirito sportivo. Ma che spirito sportivo volete che abbia uno che nella vita ha scelto di fare la casalinga? Mai fatto sport, mai mi preoccupai della forma fisica, mi trincerai un giorno dietro la sigla “grasso è bello” e, sudaticcio e ansimante al salire le scale, mai chiesi perdono nè mi rammaricai per i peccati di gola che ripetutamente commisi. Ho parlato di teatro ma avrei potuto chiamarlo circo o arena, dando a questi due lemmi l’accezione originale, (che nessuno si immagini quindi Moira Orfei o la Corrida) piuttosto l’acconsentire alla discesa in un’area osservabile in cui il pollice recto o verso del pubblico e della giuria corrispondono ad altrettanti punti calcolabili in decimali, sommabili, accatastabili. Ci sono tre minuti di tempo per la corsa vocale di una biga. Questo, più o meno, è ciò che, tirando una media, vede il pubblico. Perchè non si da teatro in assenza di pubblico: non si può dire a chi non è disposto ad ascoltare, non si può dare a chi non è disposto a prendere. Il pubblico è un’entità ignota nascosta nel buio, chi “dice” o “scrive dicendo” non si limita ad “esibirsi”: ha una volontà di coinvolgimento, di risonanza, si spreme ugola e corpo nella segreta speranza che oltre il buio, oltre i riflettori, qualcuno possa dissetarsi.
Quello che vede uno “slammer”, invece è ben diverso. Tanto per cominciare, il cosiddetto pubblico è un’entità astratta (e forse astrale). Tutto concentrato nella resa fonica ed espressiva del testo, lo slammer si dimentica letteralmente di avere davanti qualcuno che lo ascolti e guardi, (e forse è un bene), rimane assorto in una specie di trance estatica/sciamanica in cui la sua personale versione della realtà è la sola che conti. Per tre minuti lo slammer illustra un mondo (il suo? il nostro? l’altrui? di chi?) e deve essere capace di operare come una guida turistica che illustri sinteticamente il funzionamento di una forma di civiltà altra. Dietro le quinte restano gli esseri umani, stanchi, sudaticci, elettrizzati.

6 pensieri su “Do the slam

  1. Giancarlo Tramutoli

    Bel pezzo, Marco, per non parlare della eterna Moira (gran pezzo d’Icona) (cfr. pure il Circo Vizioso e i sette nani ipertesi). L’unico Agone che sopporterei è quello da cercare in un pagliaio enorme (ma co’ ‘sto caldo, troppo faticoso lo stesso).
    Ciao

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  2. marcosimonelli

    🙂
    si tratta di alcune considerazioni scaturite dalla mia partecipazione all’ultimo Slam Fiesolano.

    Non sono per niente sportivo ma mi son divertito assai, molto adrenalinico!

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  3. fk

    Quella dell’entità astratta e forse astrale me la segno. Finalmente qualcuno che parla di queste cose con intelligente leggerezza. Ciao Marchinho.

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  4. Stella M.

    “Dietro le quinte restano gli esseri umani, stanchi, sudaticci, elettrizzati.” Ma ne è valsa la pena, no? Pensa a quanta adrenalina che scorre nelle vene e ti senti vivo, vero, un supereroe che sta salvando il mondo. Certo poi i riflettori si spengono ma non in quell’angolo del cuore dove vivono i ricordi. Così in qualche angolo buio della vita basta rivivere quel momento e le luci si accendono di nuovo.

    ehi popolo della notte! ma lo sapete che cominciate ad avere una certa età (non Marco) e l’umidità notturna fa male? scherzo la mia è tutta “invidia”.
    baci a tutti
    Stella

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