Nomi “eterocliti”

anelli-2.jpgI lettori che non sanno di greco strabuzzeranno gli occhi alla lettura del titolo – scelto a bella posta – e si domanderanno quale significato recondito nasconda. Nessuna “sorpresa”, gentili amici, eterocliti sta per “irregolari”, anche se non è questo il significato letterale del termine.
Sono cosí chiamati, infatti, i nomi – ma non solo questi – che nella flessione non seguono la regola generale. Vediamo, innanzi tutto, di focalizzare l’aggettivo “eteroclito”, adoperato solo in linguistica e riferito a sostantivi, aggettivi o verbi che si flettono o si coniugano con piú temi oppure che hanno desinenze diverse da quelle comuni e che sono, per tanto, irregolari (il verbo “morire”, per esempio, è eteroclito in quanto muta il tema: io muoio, noi moriamo).

È composto con le voci greche “hèteros” (‘diverso’) e “klìnein” (‘declinare’, ‘flettere’). Eterosessuale non vi dice nulla in proposito?
Ma torniamo ai sostantivi o ai nomi eterocliti che possono essere anche “eterogenei” al tempo stesso in quanto è di questi ultimi che vogliamo parlare perché non sempre sono adoperati correttamente. Appartengono alla schiera dei sostantivi “eterocliti-eterogenei”, dunque, quelli che nel singolare hanno un solo genere e una sola declinazione ma nel plurale due generi e due declinazioni, molto spesso con lieve mutamento di significato. Fra questi abbiamo: gli anelli e le anella (solamente per i ricci); i carri e le carra (con riguardo al contenuto); le braccia e i bracci (nel significato figurato); le dita e i diti (quando si specifica: i diti medi); le labbra e i labbri (solamente per i margini di una ferita o per gli orli di un vaso); le membra e i membri (solo in senso figurato per indicare le parti di alcunché: i membri del consiglio); le corna e i corni (in senso metaforico: i corni della luna). Potremmo continuare ancora nell’elenco, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Non possiamo concludere, però, queste noterelle, senza soffermarci un attimo (non “attimino”, per carità!) sul plurale corretto di alcuni sostantivi – tre per l’esattezza – che la stampa continua a sbagliare: urlo, grido e orecchio. Vediamoli nell’ordine.
Urlo, dunque, essendo un nome “eteroclito-eterogeneo” ha due plurali: urli e urla. Il femminile plurale, però, contrariamente a quanto riportano alcuni vocabolari, si usa solo per “le urla” dell’uomo in senso collettivo. Insomma: gli urli di Maria ma le urla di Giovanni, di Maria e di Pietro. È errato, per tanto, dire o scrivere “le urla della vittima risonavano in lontananza”; in questo caso, anche se si tratta di una persona, bisogna dire “gli urli” perché non c’è la “collettività”. Anche per quanto riguarda il plurale di “grido” il discorso è lo stesso. I soliti vocabolari riportano: le grida per indicare quelle degli uomini; degli animali sempre gridi. Non è proprio cosí, come abbiamo visto.
E veniamo al plurale di orecchio. Questo sostantivo, al contrario di urlo e grido, ha anche due singolari: orecchio e orecchia. Il maschile si adopera in senso proprio, vale a dire come “organo dell’udito”; il femminile in senso figurato: l’orecchia della pagina. Nella forma plurale avremo, quindi, gli orecchi e le orecchie con la medesima distinzione che abbiamo fatto per il singolare.
Non sono forme ortodosse, quindi, anche se di uso comune, le espressioni “tirare le orecchie”; “sentirsi fischiare le orecchie”; “fare orecchie da mercante” e via dicendo. Non si tratta, come molti sostengono, di un uso figurato del sostantivo orecchio. Si deve dire, correttamente, “orecchi”. A questo punto qualche pseudolinguista – ne siamo certi – vorrebbe tirarci… gli orecchi. Ma tant’è.

26 pensieri su “Nomi “eterocliti”

  1. Fausto Raso

    Gentile Emanuele,
    per quanto attiene a “carra”, plurale di carro, l’ho già scritto si riferisce al contenuto: “Tutte le carra di quel contado venivano cariche” (B.Cellini); “anella” sono i riccioli, ciocche ricciute di capelli: “Torse in anella i crin ricciuti” (T. Tasso)

    Rispondi
  2. gianni biondillo

    la lingua cambia ed inevitabilmente i vocabolari (non errando) registrano il cambiamento. Il problema è che non bisogna avere un atteggiamento esclusivo (è così e basta, perché è sempre stato così) ma inclusivo (è così e, ormai, anche così). (ad es. ricevo sistematicamente lettere piccate di pseudo puristi della lingua perché dicono che erro scrivendo “non ostante”, quando invece è correttissimo. Ma non mi sogno di obbligare tutti a scriverlo così).

    Rispondi
  3. Fausto Raso

    Ha ragione, cortese Gianni.
    Nonostante si può scrivere in grafia unita o scissa (non ostante). Quest’ultima grafia, però, è di uso prettamente letterario. È lo stesso caso, insomma, di “nullaosta” e “nulla osta”. A proposito: perché ha scritto “pseudo puristi”? Pseudo è un prefisso (pseudo-) e in quanto tale si scrive unito alla parola che segue.
    Cordialità

    Rispondi
  4. elena f

    in latino si usa il verbo orbàre per dire che uno è stato privato dei figli, se esiste un vocabolo nella lingua italiana potrebbe essere orbàta/orbàto

    ——————————————————————————–
    orbo
    orbo, orbas, orbavi, orbatum, orb?re

    v. tr. I coniug.|v. tr. I conjug.|tr. v. I conjug.

    Vedi la coniugazione completa di questo verbo

    ——————————————————————————–

    privare (v.tr.)
    orbare (v.tr.)

    1 (con l'abl.) privare di
    2 (poet.) privare dei figli.

    ho trovato queste notizie sul dizionario di latino on line partendo da una ricerca sul dizionario etimologico alla voce orfano.

    lo zingarelli usa il verbo orbare solo con il significato di : privare di. e non riporta l’uso della voce orbàto/orbàta.

    la mia è solo un’ipotesi che attende conferma o smentita.

    buona serata

    elena f

    Rispondi
  5. Carla

    @Gianni Biondillo
    non ostante lo scriveva così anche Alessandro Manzoni!;-)

    @Fausto,
    se mi viene qualche dubbio su questi ‘nomi particolari’, mi rivolgo a te!(come ad esempio su:palmo palme e palmi…)

    ciao 🙂

    Rispondi
  6. Fausto Raso

    Gentilissima Antonella P.,
    lo confesso, di primo acchito non so dare una risposta al suo quesito (interessantissimo!!!!). Mi dia un po’ di tempo per vedere se riesco a trovare qualche documento in merito…
    Grazie e cordialità

    Rispondi
  7. Fausto Raso

    Sì, confermo l’ipotesi di ELENA. Orbare, “privare di una persona cara”: una crudele disgrazia lo aveva ORBATO del padre, madre ORBATA dei figli, ORBATE spose dal brando (A. Manzoni)

    (Mi sembra molto strano che la Crusca abbia nicchiato)

    Rispondi
  8. Fausto Raso

    A proposito di “orbare”, riporto un esempio del Carducci:
    Ed orba madre, che doleasi in vano, Da un avel gli occhi al ciel lucente gira

    Anche vedovo/vedova possono avvicinarsi a questo significato: nel Battaglia, l’accezione 2 recita
    2. Per estens. Che ha perduto un congiunto, in partic. il figlio (con partic. riferimento alla Madonna); che è stato colpito dalla morte di un amico.

    Quindi anche, perché no, madre vedova/padre vedovo (di). Ma un termine univoco non mi pare che esista (bisognerebbe forse chiedere a qualcuno che s’intende di legge).

    Rispondi
  9. Fabio Brotto

    Penso che la Crusca non risponda perché un termine specifico nel senso richiesto da Antonella puramente e semplicemente non esiste. Se ci fosse, sarebbe nell’uso (mio padre stesso perse un figlio, mio fratello, e quella parola la conoscerei). Quasi che la lingua stessa rifiutasse la condizione e l’evento che la determinò.

    Rispondi
  10. elena f

    @antonella

    anche vedova e orfano sono nomi che derivano da verbi che significano il primo “restare solo/ vuoto”, il secondo “rapisco”, dunque nulla di strano che dal sintagma “vedova di marito” si sia passati a dire più semplicemente vedova, così come dal sintagma “orfano di padre/madre” si sia passati ad “orfano” così come orbàta(che solo in sintagma con “della vista” significa cieca e che lo zingarelli nel senso di privata della vista dà come parola caduta in disuso) abbia avuto e possa avere lo stesso funzionamento: orbàta del figlio=orbàta, come nei casi precedenti(peraltro in latino poetico il verbo orbàta ha il significato esteso di privato/a del figlio uso che nulla vieta di estendere all’italiano).
    le mie restano ipotesi che chiedono di nuovo la conferma o smentita dell’esperto che ringrazio in anticipo

    buona serata

    elena f

    Rispondi
  11. Fausto Raso

    @Viadellebelledonne

    Forse le è sfuggito quanto riporta il Battaglia, glie lo trascrivo di nuovo:
    nel Battaglia, l’accezione 2 recita
    2. Per estens. Che ha perduto un congiunto, in partic. il figlio (con partic. riferimento alla Madonna); che è stato colpito dalla morte di un amico.

    Rispondi
  12. Fabio Brotto

    Un nome così desueto che persone di buona cultura lo ignorano del tutto è nome comunque insignificante. L’unica conclusione è che la lingua italiana di oggi, anche quella parlata dai ceti intellettuali, non possiede e non usa il termine in questione. Nessuno dirà mai: mio padre è un orbato. Punto.

    Rispondi
  13. Fausto Raso

    @Fabio Brotto

    Il punto non è se la parola in questione (orbato)sia adoperata o no. Il “punto” è (era) di rispondere a una legittima curiosità di Viadellebelledonne. PUNTO.

    Rispondi
  14. Fabio Brotto

    a Raso. Io lo sapevo che quella di Antonella non era solo una curiosità erudita, ma qualcosa di più profondo e lacerante. Lei non accetta il fatto che non esista (nell’uso della comunicazione)una parola che dica la sua condizione. Non c’è. E se una dicesse “sono orbata” tutti le guarderebbero gli occhi. Suvvia! Quindi ho ragione, come mi capita quasi sempre.

    Rispondi
  15. francescomarotta

    Quella parola non esiste. Semplicemente. Perché non può esistere in quanto tale. Non può esistere una parola che dica il dolore più grande, quello di sopravvivere a un proprio figlio. Quella parola si è fatta tutt’uno col volto, con gli occhi, con la carne, col sangue, coi giorni. Quella parola è in ogni gesto, in ogni altra parola che diciamo, in ogni voce, in ogni atto, dal più piccolo al più grande. Quella parola sei tu. Tu che cerchi altre parole, altri gesti, altre voci, altri occhi: capaci di riconoscere in te, che ami, cammini, parli, gridi, la ferita vivente che sei: il tempo senza tempo che ti porti per sempre dentro, senza poterlo toccare, stringere, accarezzare.

    Un abbraccio con gli occhi. Senza parole.

    fm

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *