Post-Crack, di Franz Krauspenhaar

                                                         
One.

Nella notte, si scarica la tensione… Ma no, non è mica vero. Son fili tesi e impalpabili, come quelli del vecchio, perso, desueto, anacronistico, morto, taciuto e ormai zitto da tempo telefono satellitare, fili invisibili, fili persi nell’etere… Da qualche parte, nel cielo, avvistamenti di Unidentified Flying Objects.
La luna è secca, l’aria è ferma, lo stomaco di Marco Blumenfield ribolle di luppolamenti.
Nella notte Marco Blumenfield parla a se stesso. E’ come se parlasse a una moglie, a un figlio, o a un cane. Ma no, il cane no. Comunque, lui monologa. Che dice? Cianfrusaglie molto simpatiche, spezzoni di frasi, ruminati calcinacci vocali che da un momento all’altro… Occhio alla testa! Eh! Marcuccio accende una cigarette, la number 31. Alle tre del mattino è la numero 31, alle 10 del mattino precedente era stata la numero 1. Facciamo il rapido calcolo di quante se ne è fumate in… vediamo un po’, in 16 ore? Bè, non troppe, considerando che la sua media giornaliera è ben più alta. Ah si! Si corre sulle 40, talvolta, sissignori… Mah, sapete, è che oggi ha bevuto poco. E poi, è cosa di natura: il fumo boccheggiante richiama l’alcol; e l’alcol, vanaglorioso, attira il fumo, mezzo stordito, tra le sue spire mefitiche. E’ legge di natura: tutti (quasi) lo sanno. I Salutisti Professori ne fanno fabbricazione di trattati molto interessanti e pagati davvero bene al mercato nero.

One e mezzo.

Marco si alzò per andare a controllare la porta. Sprangata. Bene. Non si sapeva mai, col rombar di malavita che d’intorno echeggiava, a volume sempre più alto, nel metropolitano alito giallo. Ritornò subito e accese la cigarette numero 32.

Two.

“Allright, fieu?”, disse Marco Blumenfield alla scolaresca. Insegnava al Gimnasyum “Erich Merle” di via Misurata “Storia del Costume dal Crack A Oggi”. Era la seconda lezione tra quei brufolosi.
I ragazzi fecero di sì con la testa, svogliatamente, tutti insieme, o quasi.
Marco accese una cigarette, la dodicesima della mattinata. Come cagnolini di Pavlov o robetta simile, una quindicina di fieu misero mano ai loro pacchetti di mentòlo alla marijuana. Esalazioni di fumo, immediately.
“…A quel punto, ci fu il Post-Crack. Durò dieci anni, dal… dal… Avanti Curtis, quando finì il Crack e iniziò il Post-Crack e quanto durò il Post-Crack?”, chiese Marco al Primo della Classe, un diciassettenne ossuto dal fisico da pallavolista, che indossava un golf stinto a V, pantaloni di vigogna, e portava i capelli neri corti pettinati con la riga e occhiali spessi dalla montatura di corno.
“Il Crack iniziò nel 2057 e finì circabout dieci anni dopo, nel 2067, quando iniziò il Post-Crack. Il Post-Crack ebbe inizio con la fine delle Guerre Civili Mondiali che infestarono tutto il periodo del Crack e durò circabout vent’anni, fino al 2087. La Grande Riconversione Mondiale, o Post-Crack, ebbe fine appunto nel 2087.”
“Bravo Curtis”, disse Marco accendendo una Gauloise Caporal. Ammirava la precisione di Curtis Martini, il Primo della Classe; quello era un fieu proprio d’un pezzo, understandeva al volo i concetti principali delle tematiche, vale a dire che c’era solo da inglobare a memoria le date e incastonarle come pietre e snocciolare queste pietre unite da nessi logici,  per formare infine una collana, che era la cosicchiamata e conclamata cultura del today.
Poi disse a Curtis con il sorrisetto ironico stampato sul viso ad use-scolaresca:
“Fai bene a non fumare, bravo”.
Tutti risero. Curtis era il Primo della Classe e uno sportivo, mica un cincischiatore del menga come il 90% dei suoi compagnuzzi-companions.
“Invidiosi, invidiosi de l’ostia!”, disse Marco Blumenfield, professore, ridendo. ”E ora, prima che suoni la campana, fuori dai coglioni, a casa! E per dopodomani voglio che impariate a memoria la canzone che ci ha intonato così soavemente il Curtis dalla a alla z, e senza protestare!”
I ragazzi uscirono alla svelta dalla classe disadorna e sporca, spingendosi e urlando come ossessi i loro “vadavialcu”, “alegher alegher che il bus l’è semper negher”, i loro “fuckoff putanga”, “fuckemall ciurlandari” “bela tusa I fuck you”, “stinky cul”, “fasa de shitmerda” eccetera.
Marco guardò Curtis uscire, lo zimbello della classe, perché il Primo, di quei tempi putridi e foschi, era per forza il più pirlantuono del group.
“Pirletti d’un pirletti…” disse fra sé, e spense il mozzicone di Caporal sulla cattedra lercia. Anzi, vunscia.

L’evening.

Eccolo all’evening, dopocena, che si stracanna, il Marcòlo, una bottiglietta di 66. Eccolo, tel ki, ha ripreso a bere di brutto, alla bruttodiodundio, e i grilli, vista l’ora presta, iniziano il loro scellerato canto di sibili verdi. Come un fruscìo disperato di vecchio disco in vinile Post-Crack. Bella cantata disturbatrice! Zanzare con la voce grossa! Bassi tuba di scarico! Di prender sonno, alla fine, nemmeno per sogno… Birra, naturalmente, il bel bere. Drink drink drink. Un’ottima beer pagata poco e chiara, come pipì-ruscello. Alle 4 del morning la finirà, con le 66, una dozzina. Lui se le sorseggia come tè caldo (la bevanda preferita dal pirlantuonesco Curtis Martini Pallavolista Primo della Classe) e nel mentre le cigarettes diventan le number 67, 68 e 69.
Ore circabout 5. Marco ha finito le cigarettes. Ma, presto o tardi, il tobacconist tira su le saracinesche sgallentate dalla mancanza d’olio, e allora sarà quasi beautiful continuare col vizio. Oh, ma nessun marciume! Solo che il tabagismo è mezza schiavitù e soprattutto piacere. Ah, benedetto il giorno che fuori dalla scuola, verso la fine dell’era Post-Crack, il suo amico del kuore (ma l’era lo “strippone” o il “casinista-nazista”?) gli fece provare una mentòlomaria! Fu l’inizio comune a tutti quanti o quasi. Oh, ma mai vere droghe da sconclusionarsi la psicologia! Mucha birra, serie di whisky, il bourbon meglio, il “canadian”, poi, come sconfinferava! E poi il cognacchino, per tirarsi su in brutti momenti, che ogni tanto ci vuole. Ti ribalta su, il bel marroncino liquido. Droghe pesanti mai, no davvero, oh no. Marco non s’è mai lasciato conquistare la salute e il fanale di rotta dalle sirenette lunghe distese in abiti fatali come donne fatali, così bianche, impalpabili quasi, farfallettine care, soprattutto nei prezzi, mica modici tanto…
E infatti, la cocaine era roba da mercato nero allora (nel Post-Crack) e così era rimasta anche adesso.

Il morning.

E’ il morning, molto chiaramente. E’ addivenuto, finalmente! C’è un valido sole guiderdone che viene, come al solito, dall’est. Si beve a canna tutta l’atmosfera di città. Muggisce il mondo, con la clacsoneria indisturbata delle Maggiolino Volkswagen e i tum tum tum dei camion Hanomag-Henschel e i roar-roar delle poche Mercedes 200 color grigio topo degli Executives. Ma Marco dove va? No appuntamenti. No school today. Se ne rintana nel suo mondolader di bottiglie svuotate e mozziconi. Deprimente, qualcuno dirà forse (appena euforizzato dalla Coca-Cola sopravvissuta al Crack e al Post-Crack, magari). Mah. May Be. Può darsi. Di deprimenze ce ne sono a fiottoni e di tipi inimmaginabili, però: ci son certi albergucci per Executives a 364 stelle (una per ogni giorno dell’anno, meno quello fatale) che ti vien voglia di usare il revolver contro la propria vita. L’è questione, come al solito, di prospettive. Il mondo è bello perché è avariato con una certa relativa varietà; ma da gente come il Marcòlo l’avarìa la diventa di quasi bella costituzione. Ci spieghiam meglio, perché il concetto potrebbe risalir poco chiaro. Il protagonista, qui, tutt’al più- come l’80 % circabout della popolazione- avarìa se stesso. Si, qualcuno ha, per l’amor della verità, avariato, ma pochi. Punture di spillo su neve fresca. E nonostante ciò… tàc!… la sporca sorte a lui ha insozzato la faccia. The Face. L’hanno lasciato solo. Ah, la cigarette, per la cronaca dell’ultim’ora, è la numero 94, ora che son le 7 e Marco è uscito e ha fatto la sua brava provvidenziale scorta di 3 pacchetti, Gauloises Caporal.

Love Letter.

“Anna, non so come cominciare questa lettera, diciamo così. Cioè, credo che sarà solo un biglietto. Insomma, Anna, per fartela breve, forse sono stato io che ho sbagliato tutto. Anzi, no paura di affermarlo: la colpa è tutta mia. Vedi tu cosa…”
Blocco creativo. Appallottola, su. Allright. Marco è rientrato in camera e s’è provato nella stesura di uno di quei romanzetti rosa, le ristampe degli Antichi Libri di Jackie Collins. E Gli Antichi Libri di Liala. Cioè, Gli Antichi Libri di Genere del Millennio Passato. Un romanzetto rosa autobiografico, il suo.
Al proposito: il nostro protagonista non sa chi ha sbagliato. Lei, l’Anna della missiva mai spedita, nemmeno. Certo, lui ha fatto i suoi begli erroracci per ago filo e segno, sua moglie Anna pure. Stare a pesare con il bilancino famous… No, non è il casus.
Marco ha iniziato a scrivere una love letter live from casa sua per riprendersi l’Anna col convincimento. L’Anna l’aveva, poco tempo addietro, lasciato in braghe corte, non ancora di tela perché non è giunta per benino l’estate piena e compiuta. Fa però caldo. In città si trottereòlla, si fa ciuf ciuf; marsch, passo, cadenza eventually; la città è mimica, volonterosa, diplomatica, dispotica, disposta, felice un cincinin, depressa un frego e mezzo, ironica, segreta, indisponente, nevropatica ricorrente, soprattutto trafficata; di camion tutti uguali, grigio topo, e di Maggiolino tutti uguali, tutti Milleedue, dai colori diversi, sempre i tre soliti: rosso, giallo, blu scuro, e di Mercedes 200 tutte anche loro grigio topo or pantegana. Inizia, la città, a marciare d’ora presta, sparando cartucce di carta filigranata, i Franc, e passanti ridono e passanti non ridono. Ci son pure quelli che fanno il muso! Che grinta, ragazzi! Cosa c’avranno da star così tetri con questa bella giornata di inizio estate? Boh. Marco la tristeza con la zeta sola l’avrebbe lasciata a naufragarsi da un pezzo. Certo, si è lasciato tentare dal mandar via quella missiva di zucchero. Ma insomma, siamo di carne ossa e sangue, no? Ma via, siamo pur semper uomini! O si è uomini, peraltro, o si soccombe. O si è donna, o si soccombe pure. Parità nel soccombimento, pure, pure in tempi – come questi qua- di globalizzazione regressiva, come dicon gli storici del present tense.

Love flashback.

“Me ne vado, Marco”.
“Vattene”.
“Me ne vado!”
“E vattene, perdio del cuore!”
“Non ne potevo più… Fallito tu, ma non fallita anch’io! Hai capito bene? Understanduto? Me ne vado, e per semper!” (Lacrime abbastanza dignitose).
“Allora, te ne vuoi andare sì o no?”. (Rude, ma sullo sgretolato appena appena nella voce).
Lei se ne va. E’ distrutta, lo sente. Lui puranche. Piangono insieme, vale a dire nel medesimo tempo, ma, ormai, a 2 km di distanza l’uno dall’altro.

Seven. (Down!)

In chiara, meritata vacation. Marco ha una settimana prima di riprendere di sgobbo-sgobbo all’istituto. E poi, nel tempo libero, è impelagato nel “Viaggi Sociali”. Le agenzie turistiche cooperative. Nulla più, da anni, è proprietà privata. Fioriscono le cooperative protette dallo Stato Fatiscente. Il business non è più il business.
Allora, oggi, al today proprio, non avendoci un bel nulla programmato, va a spegnersi un certo numero di cigarettes franzosisch e va all’aperto, a cercare aria. La trova facile. Lo spazio è lungo e largo come la notte. Nei giardini statali c’è molta umanità, ed è dolce persino il cullare la panchina verdosa sulla quale si sta seduti. Si attacca bottone con un vecchio, bofonchioso e col giornale spantegato sul grembo rinsecchito, che stacca il bottone subito, diffidente arrabbiato, a bofonchio fischioso. Si riprova più avanti, con qualcosa di più appetitoso, vale a dire una giovane signora di bel labbro, perché chiodo deve pure schiacciare chiodo. Mica male, l’ex vergine! Ma ci sarebbe che non fila per la giusta a Marco, e lei diffida dei malintenzionati semper presunti, e allora lui schioda dal chiodo. Un cagnolino rudimentale è solo. Cagnòlo proprio perfetto. Lui lo segue come un cagnone mica di razza anche lui; ma insomma, non lo sbertucciano nelle analisi da tram e sale d’aspetto d’ospedale che i bastardi sono sempre i migliori sulla piazza della vita?

18 pensieri su “Post-Crack, di Franz Krauspenhaar

  1. Alessandro Morgillo

    La mescidazione linguistica è talora artificiosa come gli affioramenti di plurilinguismo che, pur simpatici in alcuni momenti, non riescono normalmente a creare quei forti sbalzi prospettici che dilatano l’affresco in un momento epocale. Si ha come l’impressione che tutto sia vissuto in sordina, e che l’abilità della scrittura supporti una non perfettamente compiuta terebrazione della contemporaneità, anche se questo distacco dell’autore, tra l’ironico e l’affettuoso, non è privo di grazia.

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  2. mariapia

    ma come?
    io invece ci ho letto una naturalezza che si delizia di forgiare una lingua tutta sua, sorgiva, tra il fanciullo innamorarto della vita, e visioni che ne sortiscono, libere e pastello.

    One, Love letter, ma sono così abbracciate, che è inutile districarle.

    sarà. Maria Pia

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  3. Francesca E. Magni

    Troppo corto troppo corto e no, almeno un mese ci dovevi far gustare. O almeno tutta la settimana prima di riprendere. Chissa’ quante se ne inventa ancora il Marco (poor fieu).

    Grandioso come sempre Franz, il “circabout” fa a gara con il “nazista liberal” (dell’inizio della discesa), ma è solo una delle innumerevoli tue uniche chicche. Grazie per questa totale risata tragica.

    fem

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  4. francesco sasso

    Circabout

    Bella botta di prosa!

    Understendendo neologismi ridinamizzi il linguaggio.

    Ad un certo punto ho mandato fuckoff putanga la storia, godendomi il sound.

    Franz
    Metti su altro set di ‘sta roba che mi fa bene allo stomaco.

    f.s.

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  5. Marco Saya

    Sai quanto mi piace e quanto senta questo stile! Questo tuo Marco, poi, mi assomigliava molto, continua così e speriamo di liberarci presto dai lucchetti del Moccia e &. Quella letteratura di c…. ha davvero stufato! 😉

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  6. fk

    Grazie! Questo è il primo capitolo di un romanzo ovviamente inedito, che scrissi tra il 95 e il 98 e che si chiama “La sete boia”. Ambientato nel “post-crack”, tra più di 100 anni, quando, a seguito di una bancarotta mondiale e di una guerra sanguinosa (con perdita di tutto il konw how) il mondo ritornerà alle tecnologie anni 60, perchè solo poche cose di quell’epoca si salveranno. (Uniche auto a circolare, infatti, Maggiolini e Mercedes 200).La lingua invece sarà rimasta quella del 2070: molto imbastardita con l’inglese. Marco, o Marcolo, è un post-jazzista povero in canna sposato con Anna, o Aniuska. Il romanzo narra in pratica la loro difficile storia d’amore. Una storia d’amore ambientata in un fosco futuro, insomma.
    Un abbraccione.
    ps: FS, sarebbe understandùto.:-)

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  7. fabry2007

    sai, Franz, che apprezzo anche le sfumature linguistiche ed extra di un mondo che si forma di fonema in fonema, mattoni di città alternative, già fin troppo visibili e invivibili in quella che Luca chiama la babele, che poi sarebbe, paradossalmente, la “porta di Dio”, come dire che solo cambiando la lingua si accede al mistero dell’oltreabitudine, ai segreti della litosfera virtuale e vitale, al genio con annessi & connessi, circabout.

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  8. valter binaghi

    Ambientato nel “post-crack”, tra più di 100 anni, quando, a seguito di una bancarotta mondiale e di una guerra sanguinosa (con perdita di tutto il konw how) il mondo ritornerà alle tecnologie anni 60, perchè solo poche cose di quell’epoca si salveranno.

    Porca troia franz, ma sai che ne ho iniziato anch’io uno così?
    Comunque il tuo piglia bene.
    A questo proposito sto leggendo “La malattia del tempo” di Roberto Pazzi (Garzanti). Se ti capita dagli un’occhiata.

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  9. vocativo

    Franz, ma sai che anch’io ho pensato a Marco Saya quando leggevo del protagonista? :p

    Marco a vent’anni lo immagino così 🙂

    credo sia la lingua stessa e il suo esposto artificio a suggellare la distanza dell’autore in questo caso e, di conseguenza, trasferire nel lettore una ironica amarezza e un vertiginoso senso di vuoto (che definirei quasi tarantiniano). Non mi sembra che l’artificio esponga solo artificio: non vi è solo uno schermo ultrapiatto e privo di materia viva e pulsante.

    Non si tratta di fusione a freddo, bensì di un’esplorazione della necrosi, proprio perché l’autore ha ben affilata l’arma della lingua e ne sorveglia perfettamente la composizione (decomposizione). Adopera la parola come un brandello di realtà.
    (ed intanto già il ritmo della prosa basterebbe a sé stesso).
    La costante dell’artificio linguistico di concerto con l’ironia crea prima un’adesione al narrato (non senza aggiungere simpatia per il protagonista) per poi accentuare vorticosamente la distanza da quel mondo a lettura ultimata.

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  10. Marco Simonelli

    Molto, molto ganzo (ganzoverymucho?)
    Non so quanto possa risultare scorrevole come romanzo (ma, dopotutto, neanche Proust si potrebbe definire scorrevole, no?) L’esperimento “plurilinguistico”, passami la parolaccia, mi sembra riuscito. Non so se hai intenzione di pubblicarlo ma l’idea stilistica mi pare più che degna di ulteriori approfondimenti. Insomma, ecco, ci ritornerei sopra.
    besos

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  11. franzk

    Grazie Marco. E’ un esperimento, sì, ancora in fieri. Forse proverò a pubblicarlo, forse no. Sicuramente ci tornerò sopra tra qualche tempo. In effetti non è per nulla scorrevole. Ed è un “rosa”.

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  12. Chiara Daino

    Mista di lingua che innesta un nuovo Giorno: moderno Parini franto per frame.E dopo il crollo degli schemi [post – crack] si rifonda e fonde. Neologismi e contaminAzioni per agire un personale ricambio [aria è tempo e suono e opera]- il tutto nel segno rosso che scorre: filo che ri – lega, filo che è [titulus, incipit].
    “Son fili tesi e impalpabili, come quelli del vecchio, perso, desueto, anacronistico, morto, taciuto e ormai zitto da tempo telefono satellitare, fili invisibili, fili persi nell’etere… ”

    Con – tributo e omaggio al de scritto che sai [sento mio], sia dedica alla tua musica

    “Sono fili che ci reggono, fili che ci strangolano e come ragnatele corrono fra te e me.
    Sono fili che sostengono parole in equilibrio instabile, come tante ballerine tra le nuvole. Fili elastici ci uniscono e più ci allontaniamo più ci attraggono, elettroni intorno a un nucleo s’incrociano soltanto per un attimo e con un fil di voce si sussurrano qualcosa e poi ripartono. Fili della tela di Penelope tessuti e poi disfatti io e te, distanti come i capi di una corda che le nostre dita pizzicano e vibra come un organo di note silenziose ad ogni battito.. Tic..Tac.. Oscilliamo come un pendolo.. Burattini appesi a fili che le nostre mani tirano, che si annodano e a volte sfuggono.. Fili d’erba calpestati che a fatica si rialzano..
    Due gradi verso l’alto, due a sinistra e in mezzo fili troppo tesi, fili di discorsi persi e poi ripresi senza mai venirne a capo, fili rosso cupo che ricamano indecifrabili messaggi in codice. Fili che riunisci in tracce che io adoro scioglierti, che legano i tuoi polsi docili a ricordi semplici. Fili d’oro tracciano parabole nel buio dell’estate dando ai desideri un’anima.. E tu diventi musica, suoni in metrica, armonia ipnotica : stregato da te che sei la mela della favola. Perduti nello stesso dedalo facciamo su un gomitolo ma il filo che inseguiamo è il medesimo. E un giorno taglieremo insieme il filo del traguardo e resteremo finalmente senza fili tra di noi… Guinzagli d’aquiloni insofferenti che strattonano per liberarsi e perdersi e rincorrersi nel vento…”

    [Frankie Hi-NRG MC]

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  13. Ezio

    Franz, basta, così ci umilii.
    (che dici? letto a teatro, o meglio alla radio da… Fred Buscaglione….)
    Strepitoso. E basta.
    Ezio

    Rispondi
  14. franzk

    Grazie mia Kara Kiara!
    Grazie Ezio.
    Rimetterò mano prima o poi al manoscritto, grazie a tutti voi per l’incoraggiamento.

    Rispondi

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