Questa è l’ora quieta del sussurro della risacca – di Orsola Puecher

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Questa è l’ora quieta del sussurro della risacca.

Il ragazzo chiude gli ombrelloni
con gesti uguali e consumati
clac – clac.
Fruscia la stoffa.
Le sedie a sdraio
tac – tac
una di qua una di là.

E come un monaco zen pettina la sabbia
che ridiventa liscia
vuota di impronte
vergine di passi
di corse
delle stelle di Annie
fatte con la sabbia bagnata e le formine.

Per il mandala di un nuovo giorno.

La nonna Isi ci sgrida
come sempre.
La bambina è stanca
la sabbia umida
avrà fame
prende freddo
e se la porta via in braccio.

Qui
il sole
non si tuffa nel mare
in una scia di pagliuzze dorate
ti lancia un ultimo raggio obliquo
e s’annega veloce fra le quinte morbide delle colline.

La prima stella brillante
bassa sull’orizzonte
nel cielo ancora chiaro.
Venere.
Nessun’altro che lei e noi.

E pare di sentire nel silenzio vuoto
la sinfonia delle forchette e dei cucchiai
delle cene simultanee
in case
alberghi
piccole pensioni
dal piatto alla bocca
come si deve
alle ore comandate.

L’acqua è uno specchio terso.
Scuro.
E richiude intorno alle caviglie una carezza.
Tiepida.

Le nostre teste
e un triangolo lontano di luci di barche.

Nello spazio del braccio e del respiro
la terra vista dal mare
è solo quadratini di finestre
con le loro vite dentro.
Insegne intermittenti.
Luminarie in file ordinate di lampioni che si allontanano.
Qualche suono di musiche.

La notte.

E tu rosafragola
sparendo sottacqua
mi tiri giù come fossimo bambine.
Mi manca il fiato.
Riemergo sbuffando.
Ti rido un bacio
e nuotiamo via verso la riva.

[il vento è leggero le onde molli e lente ci porta la corrente le onde molli e lente e le dita sfiorano l’acqua e nella loro scia guizza un pesce d’argento e la mia conchiglia madreperla che ha tutto il mare imprigionato dentro e lo zenit e le costellazioni dei marinai e un astrolabio e un compasso acuto e le reti gonfie di squame lucenti che si dibattono e intorbidano l’acqua convulse e morenti]

Si spegnessero le luci ci perderemmo
senza saper più ritornare.

Il mare non mai così amico come crediamo.

Le punte delle dita dei piedi
incontrano il sollievo della sabbia.

Hanno acceso altre stelle.

Mi dimentico nel fondo basso
come un’isola semisommersa
di linee sparse che galleggiano
di promontori soffici
lucidi d’acqua.

Ho freddo.
Mi abbraccio le spalle.

Il corpo ritorna tuo solo fra i brividi
che lo increspano a guizzi.
Di freddo.
Di desiderio.
Di nostalgia.

Adesso potrebbe non esserci più nessuno.
Che una magia avesse pure disabitato tutte quelle cose
e case consuete
lasciando a metà le tavole apparecchiate
i letti disfatti
gli asciugamani bagnati.
Le granite ed i gelati.

(Immagine: Nadja Tiller in “La ragazza Rosemarie”, di Rolf Thiele, 1958)

6 pensieri su “Questa è l’ora quieta del sussurro della risacca – di Orsola Puecher

  1. Luca Tassinari

    Leggendo questa poesia rivedo la riviera romagnola, uno dei luoghi più impoetici del mio immaginario (nonchè vissuto), che però qui canta con dolcezza inaspettata. Non so a che periodo si riferisce la poesia, ma ci sono dettagli che mi riportano molto indietro nel tempo (trentacinque anni fa, per la precisione). Dettagli come questo:

    piccole pensioni
    dal piatto alla bocca
    come si deve
    alle ore comandate

    Può darsi che sia così anche oggi, ma allora il rito piccolo borghese della compostezza a tavola e l’osservanza quasi monastica della puntualità erano veri e propri dogmi della vacanza rivierasca.

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  2. fk

    Eh, credo che Orsola si riferisca alla sua infanzia, e da quello che so è più o meno della nostra generazione, caro Luca – tu sei del 62, io del 60.

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  3. missnightingale

    Questi versi hanno qualcosa di intimamente condivisibile da molti,sono passaggi vitali al limite dell’esperienza solita di una vacanza “normale” vista con gli occhi di un personale rito interiore.Ci si sente estranei e ospiti fra le parole,ci si sente arresi di fronte a ciò che bene si conosce e si trasfigura nel ricordo,nella malinconia,in un attimo sospeso.Molto bella davvero.

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  4. Luca Tassinari

    Oi Franz, scava scava, magari salta fuori che eravamo vicini di ombrellone! Bella davvero, la poesia, percorsa da un lirismo autentico, ‘esperienziale’, vivo, per niente stucchevole. Buoni gli ingredienti, bravissima la cuoca.

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  5. la cuoca

    Oh grazie a tutti.
    Molto.
    Luca Tassinari, questa è un’istantanea al volo di qualche sera fa in verità. La riviera è quella marchigiana che è rimasta come la vecchia romagnola, con intatte pensioncine ed identica impoetica poeticità. Solo che è rivissuta con quegli occhi ancora un po’ infantili di chi è stato bambino negli anni ’60, ed è vero siamo stati tutti metaforicamente un po’ vicini di ombrellone. E gli stessi riti ti capita di riviverli ora con i tuoi di bambini, di insegnarli a tirare i sassi di taglio per farli rimbalzare sull’acqua, di rifare gesti, ridire parole e di sentirti in un specie di tempo poetico sospeso che la nostalgia la riacuisce e la cura insieme.
    Ed è un tempo rotondo, missnightingale, è vero, intimamente condivisibile che può ospitare fra le sue parole ogni trasfigurazione.

    o. p.

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  6. Ezio

    Eh… io non amo cedere al ricatto della Nostalgia… ma questo testo, e i commenti di Luca e franz non possono che rimandare indietro il nastro, per la miseria. Cattolica, Hotel Nautilus, bagni Mina. Il minigolf, le macchinette a motore con le monetine. Mio padre a una curva mi aspetta con la pila di 100 lire da passarmi a una a una quando il motore elettrico si spegne lentamente, sibilando un ronzio inerme.
    Ah! maledetti annisessanta!
    Ezio

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