Tana per la bambina con i capelli a ombrellone

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romanzo di Monica Viola

di Elena F. Ricciardi

Non essere scoperti e riuscire a fare tana in barba a chi ci cerca è il
gioco che ha accompagnato i pomeriggi dell’infanzia di molti di noi. Il
piacere della fuga e del nascondimento, il brivido sulla schiena quando chi
sta sotto e conta passa davanti al nascondiglio e non ti vede, la corsa
folle dal nascondiglio alla tana per essere salvi e gridare finalmente: tana!
E il grido liberatorio dell’ultimo che urla: tana libera
tutti!


Il lettore è trasportato nel mondo della bambina con i capelli a
ombrellone, quella che si sente sgraziata, goffa, un brutto anatroccolo che
guarda alle amiche con invidia e desiderio, che si gioca l’infanzia e
l’adolescenza a nascondino, camminando nel lungo corridoio della memoria
della narratrice, sul quale si aprono ad una ad una le stanze del passato,
dove i ricordi sono conservati vivi in attesa d’essere finalmente riposti in
bell’ordine per poter guardare in faccia il mondo con occhi nuovi.
“Sono l’ultima. Mia madre mi porta dentro di sè e mi partorisce a
quarantadue anni. E’ spossata e stanca, la mia nascita le costa fatica e
forse anche paura.”
L’ultima arrivata in una famiglia come tante, in cui le vicende personali
nascono a partire da questo essere e sentirsi l’ultima. L’affanno della
bimba è quello di esistere, di ritagliarsi uno spazio, di rendersi visibile,
e per questo :
“Invento storie, cerco di rendermi interessante. […] La metà delle cose che
racconto sono inventate… Come un ragno costruisco una rete di cazzate che
cerco di non dimenticare per non cadere in contraddizione, spese mantenute in
vita in ambienti diversi: a casa e scuola. Come barare su tavoli di pocker
diversi, simultaneamente, cercando di ricordarsi tutte le mani. Sono
esausta”.
La fatica di esserci l’accompagna per tutto il tempo che la porta a
diventare donna . Donna: ecco il punto, non solo è ultima, non solo è il
brutto anatroccolo di casa; il dramma vero è che è nata donna, e
condivide con il resto del mondo femminile la condanna d’essere tale:
“mio padre era l’ultimo di una famiglia meridionale numerosa […] una
carrettata di sorelle grandi e nubili lo hanno accudito con la sottomissione
meridionale al Maschio […] l’hanno trattato come un principino,
facendogli pensare che da grande sarebbe stato Re, con una corte di
sudditi”.
Anche suo padre era l’ultimo di una schiera di figli, ma questo non gli aveva
tolto il diritto di esistere, anzi, era cresciuto onorato dalle sorelle
maggiori, sottomesse all’idea della superiorità maschile.
E’ questa la chiave di lettura più nascosta, ma forse più vera. Il
racconto, nei suoi vari livelli di lettura, parla di una lotta di potere, una
lotta per la sopravvivenza dove la vittima, la bambina coi capelli ad
ombrellone, impara ad allearsi col nemico, il maschio di tutte le sue storie
ed avventure,dai fratelli molestatori ai fidanzati suoi e delle amiche di
cui fa collezione, avendo l’impressione che
“l’amore sembra fuori della mia portata, ma capisco che posso sedurre. Parto
alla conqusta del sesso opposto con il raccoglitore a punti ma non arrivo
mai ai premi […] sento il mio corpo scialato e il mio spirito
svenduto […] la seduzione come errata certificazione di adeguatezza e di
valore.”
Esistere diventa giocare al gatto col topo, e sapere di avere in pugno il
suo nemico maschio fintanto che lo tiene sulla corda, finchè non cede fino
in fondo, che le ricorda “quel piccolo essere necessaria, ‘esistere’, non
essere invisibile, non essere marginale per dieci minuti al giorno” di
quando, bambina, i fratelli la costringevano a sottomettersi alle loro
voglie adolescenti.
Il racconto di questi nascondimenti e delle menzogne che dice a se stessa,
più che al mondo, ci ridanno l’immagine di una fragilità tutta celata sotto
la scorza dura della ragazzina che gioca a fare la donna vissuta. “Il mio non
era desiderio sessuale anzi, era un desiderio di affetto, di attenzione.
Che non mi maltrattasse, che mi vedesse con tenerezza nel mucchio […] che
differenza c’era in quel dolore di rifiuto di amore bambino, nella passione
di sogni che ci costruivo, e in quello che provavo dopo, da grande? Nessuno,
ma il mio amore piccolo non valeva niente, dicevano, era una bava di lumaca
da ridere e cancellare”; ma ha metabolizzato e fatta sua l’indifferenza degli
adulti, la stanchezza della madre, anch’essa usata dal padre padrone che la
notte la voleva tutta per sè, chiudendo a chiave la stanza dei desideri,
lasciando i figli fuori a desiderare l’abbraccio di quando il buio fa troppa
paura.
La storia della bimba che cresce s’intreccia con le vicende confuse degli
ultimi anni settanta e i primi anni ottanta, storia difficile, quasi
dimenticata, stragi e lotte politiche, attentati persino fuori della scuola,
amici persi a causa di un colpo di pistola sparato in pieno volto.
L’incertezza del periodo della strategia del terrore si sovrappone al
crollo del castello di carte che fino a quel momento era riuscita a tenere
in piedi: la malattia della mamma, rende evidente la fragile ossatura della
sua anima: “ho paura della sua paura di morire”.
La rabbia del racconto lascia il posto a squarci di struggente lirismo,
quando la luce della memoria si posa su piccoli cammei che pennellano in
lievi tratti il desiderio di rapporto con la madre, una “madre da
mangiare”, che l’ansia e la paura di perdere mantengono inesorabilmente
lontana: la paura che muoia, la malattia rifiutata, mai guardata in faccia
nella sua gravità, la tenerezza di una madre forse troppo buona, sfociano in
una delle parti più belle, il capitolo trentaquattro,
l’incontro con la madre che vuole dire il bene mai detto alla figlia; ma il
peso del perdono e dell’amore materno si rivelano insostenibili al senso di
colpa della ragazzina, che scopre di non avere più tempo per dirle ti amo: è
qui che il lirismo che tocca le vertigini del cuore, eppure lei sa solo
dire: “che lei muoia è impossibile: è come cristallo che vola dal decimo
piano e si sfracella. E’ così semplice da capire”.
La difficoltà di crescere in un mondo di maschi prepotenti e violenti si
dipana per tutto il racconto, fino allo sciogliemto paradossale di tutte le
ansie:
“la mamma è morta finalmente. Dopo anni vissuti nella paura che sarebbe
improvvisamente sparita senza ritorno, schiacciata sotto un camion,
schiantata contro un muro, consumata da una malattia fulminante, caduta in
un precipizio, alla fine una malattia di merda se l’è portata via. E’
finita, non ho più bisogno di spaventarmi formulando ipotesi angosciose, la
realtà ha fatto diventare calmo il mare della mia ansia di abbandono e sono
entrata in un porto triste ma protetto, sotto controllo. Meglio orfana che
in attesa di diventarlo”.E’ cresciuta la bambina e si è fatta donna, superata la maturità sente che è
ora di iniziare
” a stare davvero con me; una buona base per iniziare una psicoterapia e una
vita meno fragile, dove discutiamo argomenti seri come se è più bella
“There’s a light that never goes out” o “the boy with a thorne in his side”.

Chissà quale canzone avrà scelto per ricominciare a vivere.

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