Giorgio GABER – Non insegnate ai bambini
(Da: Io non mi sento italiano, 2003)
Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia
di una falsa coscienza.
Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto
la magia della vita.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l’ unica cosa sicura
è tenerli lontano
dalla nostra cultura.
Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto
al teatro alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno
di un’ antica speranza.
Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi
il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’ amore
il resto è niente.
Giro giro tondo cambia il mondo
giro giro tondo cambia il mondo.
***
Ana María MATUTE – da: I Bambini Tonti
(Los Niños Tontos, 1961)
La bambina brutta
La bambina aveva il viso oscuro e gli occhi color prugna. La bambina portava i capelli spartiti in due ciocche e intrecciati ai lati del viso. Ogni giorno andava a scuola, col suo quaderno pieno di lettere d’alfabeto e la mela lucida della merenda.
Ma le bambine della scuola le dicevano : «Bambina brutta »; e non le davano la mano né volevano starle vicino, né nel girotondo, né nel salto della corda: «Vattene, bambina brutta». La bambina brutta mangiava la sua mela, guardandole da lontano, dalle acacie, vicino ai rosai silvestri, le api d’oro, le formiche maligne e la terra calda di sole. Là, nessuno diceva: «Vattene».
Un giorno la terra le disse: «Hai il mio colore».
Misero alla bambina fiori di biancospino sul capo, fiori di stracci e di carta increspata in bocca, nastri celesti e viola ai polsi. Era molto tardi, e tutti dissero: «Quant’è bellina». Ma essa scappò verso il suo colore caldo, verso l’aroma nascosto, verso il dolce nascondiglio dove si gioca con le ombre allungate degli alberi, i fiori non nati e i semi di girasole.
*
Polvere di carbone
La bambina della bottega del carbonaio aveva polvere nera sulla fronte, nelle mani e dentro la bocca. Cacciava la lingua al frammento di specchio che aveva appeso al chiavistello della finestra, si guardava il palato, e le sembrava una cappellina affumicata. La bambina della bottega del carbonaio apriva il rubinetto, che tintinnava sempre, malgrado fosse chiuso, con una tenue perlina. L’acqua usciva con forza, come spezzata in mille cristalli, contro la vasca di pietra. La bambina della bottega del carbonaio apriva il rubinetto nei giorni che entrava il sole, perché l’acqua brillasse, perché l’acqua si triplicasse nella pietra e nel frammento di specchio.
Una notte, la bambina della bottega del carbonaio si svegliò, perché udì la luna che sfiorava la finestra. Saltò precipitosamente giù dal giaciglio, corse alla vasca dove si riflettevano spesso i visi neri dei carbonai. Tutto il cielo e la terra erano colmi, imbrattati dalla polvere nera che filtra da sotto le porte, dalle fessure delle finestre, che uccide gli uccelli ed entra nelle bocche tonte che si aprono come cappelline affumicate. La bambina della bottega del carbonaio guardò la luna con grande invidia: «Se potessi mettere le mani nella luna», pensò. «Se potessi lavarmi il viso con la luna, e i denti, e gli occhi».
La bambina aprì il rubinetto, e mano a mano che l’acqua saliva, la luna scendeva, scendeva, fino a tuffarvisi dentro. Allora, la bambina la imitò. Strettamente abbracciata alla luna, l’alba vide la bambina nel fondo della vasca.
*
L’anno che non arrivò
Il bambino doveva compiere un anno. Uscì dalla porta e guardò il margine delle cose, dove c’era una luce di colore completamente diverso. «Compirò un anno, stanotte, alle dieci», disse. La luce si fece più viva, riempiendo il guscio del cielo. Il bambino tese le braccia e cominciò a camminare, pigramente.
Aveva, legato a ogni piede, un sacchetto di rena dorata. Udì il gridìo stridulo dei rondoni. Salivano, come uno spruzzo d’inchiostro verso quella luce bella. «Compirò un anno, stanotte, alle dieci».
Ma l’urlo dei rondoni bucò il guscio di luce, il colore che era diverso dagli altri e quell’anno, nuovo, verde, tremante, scappò.
Scappò da quel buco e non si potette compiere.
*
L’incendio
Il bambino prese le matite color arancio, il lapis lungo e giallo e quello con una punta azzurra e una rossa. Se li portò alla cantonata e si stese per terra. La cantonata era bianca, a volte la metà era nera, la metà era verde. Era l’angolo della casa e tutti i sabati lo imbiancavano. Il bambino aveva gli occhi irritati da tanto bianco, da tanto sole che tagliava il suo sguardo con fili di coltello. Le matite del bambino erano arancione, rosse, gialle, azzurre. Il bambino prese fuoco all’angolo di casa con i suoi colori. Le sue matite – soprattutto quella gialla, tanto lunga – si agganciarono agli sportelli e alle persiane verdi e tutto schioppettata, brillava, s’intrecciava. Si sbriciolò sulla sua testa, in una bella pioggia di cenere, che lo abbracciò.
*
L’altro bambino
Quel bambino era un bambino diverso. Non si calava nel fiume, fino alla vita, né cercava nidi, né rubava la frutta dell’uomo ricco e brutto. Era un bambino che non amava i cani né li martirizzava, né li portava a caccia con un fucile di legno. Era un bambino diverso, che non perdeva la cintura, né rompeva le scarpe, né aveva cicatrici sulle ginocchia, né si macchiava le dita con l’inchiostro viola. Era un altro bambino, senza sogni di cavalli, senza paura della notte, senza curiosità, senza domande. Era un altro bambino, un altro che nessuno vide mai, che apparve nella scuola della signorina Leocadia, seduto all’ultimo banco, col suo giubbetto di velluto color malva, ricamato d’argento. Un bambino che guardava tutto con un altro sguardo, che non diceva niente, perché tutto era già stato detto. E quando la signorina Leocadia vide che le due dita della sua mano destra erano unite, che non si potevano staccare, s’inginocchiò piangendo e disse: «Povera me, povera me, il bambino dell’altare era triste ed è venuto nella mia scuola!».
(Traduzione di Raimondo Del Balzo)
***
Da: Poema dei doni
(2007)
I, 13
mio figlio raccoglie storie
giù in cortile
lo guardo
scegliere tra i sassi
il grumo levigato
che chiama spiga
pane
la sabbia in polvere sparsa
a cui dà nome
neve
è così
che fa primavera
tra i rovi
che albeggia
anche la siepe
sradicata
(
ma
oggi
guardando quelle zolle
mi sanguina la voce
al suo richiamo
la piccola clessidra
che scuote e scuote
sfregando i grani
che stringe dentro il palmo
grava sui miei occhi
e io cado
sotto il peso
dei suoi pochi anni
come chi sporge a un tempo
privo d’ombre
per trattenere l’inverno
e non ha
mani
)
(6/7/2007)


Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi
il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’ amore
il resto è niente.
nessun insegnamento è più grande di un volto in cui specchiarsi per riconoscersi.
grazie francesco
elena f
si svegliò, perché udì la luna che sfiorava la finestra
una sensibilità immensa abita il cuore dei bambini!
bel post
ciao
francescaromana
Strettamente abbracciata alla luna, l’alba vide la bambina nel fondo della vasca…
Mi toccano particolarmente questi testi in questi giorni…
danke!
stefanie
Grazie alle mie gentili lettrici. Il prossimo numero della rubrica ritenetelo, già da adesso, interamente dedicato a Voi. Sono certo, senza che Voi sappiate perché, che lo stamperete e lo conserverete.
@ Stefanie
…
ich will sie für mich behalten wie eine Reliquie
die Wunde jener verstummten Quelle –
vielleicht werde ich ihm morgen vom Stern der Wiederkehr erzählen,
der Landkarte des Schiffbruchs auf der Haut
der Insel die durch ein sommerliches Wunder wieder aufgetaucht
nach dem Sturm – morgen, vielleicht
werde ich ihn lehren können Sande zu segeln
den Durst entlang sicher der Oase zu
Grazie a te.
fm
il Poema dei doni
è di una delicatezza che
attraversa.
il bambino che vediamo
è quello che abbiamo dentro
e non lo sappiamo.
Grazie per queste emozioni, Francesco
carla
…den Durst entlang sicher der Oase zu…
Canto delle colombe oscure
di Federico Garcia Lorca
Fra i rami dell’alloro
vidi due colombe oscure.
L’una era il sole,
l’altra la luna.
Vicine, care, dissi,
dov’è la mia sepoltura?
Nella mia coda, disse il sole.
Nella mia gola, disse la luna.
E io che stavo camminando
con la terra alla cintura
vidi due aquile di neve
e una ragazza nuda.
L’una era l’altra
e la ragazza nessuna.
Aquile care, dissi,
dov’è la mia sepoltura?
Nella mia coda, disse il sole.
nella mia gola, disse la luna.
Fra i rami dell’alloro
vidi due colombe nude.
L’una era l’altra
ed entrambe nessuna.
un caro saluto,
s.
@ S.G.
“Schon will äußerstes auswandern
das Herz des Wassers
und des Feuers dämonisch verwundertes Licht
die blühenden Geburten den Erde
und Luft die singend den Atem verläßt.
Sehnsucht ist der Herrscher
der unsichtbare Adler
zerreißt seine Beute
trägt sie nach Haus.”
fm
anch’io avevo pensato a Lorca.
grande poesia quella della Matute.
mi è venuta in mente questa:
“Le stelle sono immobili nel cielo.
L’ora d’estate è uguale a un’altra estate.
Ma il fanciullo che avanti a te cammina
se non lo chiami non sarà più quello….”
una poesiola del grande,
caro Penna