da “Un gerundio di venia” – di Marina Pizzi

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24.
tingere i capelli bianchi è una violenza
sul carico del tempo, sulla paura, sul limbo del soqquadro.
qua l’alunno invece s’innamora
proprio d’inganno e la questione è trita
da per sempre. quale matita correrà l’artista
per distanziarsi un poco? quale bugigattolo
infernale all’altare della paura? perché
questa finestra aperta sembra serrata
sposa di rapina? fin qui non vissi e la tovaglia
vara nel banchetto di ieri a credito. e già
conviene procurarsi cuccia e spalto
di filosofo: la gregaria morte.


25.
sole di lampi intorno
così s’inizia l’alveo
a far gabbiano il palo
scomposto dalla luce:
cerimonia del male l’asfalto
eruzione a panico di rotta:
quale calura inventerà la madre
a luce spenta a non dar più vita.
26.
il crollo della voce nell’afa
è lo sconforto di tutta una vita
predata dalla raffica del buio
in piena luce e spettro. così
quale un cantone effimero di nesso
scorre il dolore resinoso:
tu ti chiami Aurora e io ne rido
bugigattolo di me che sono dopo
da adesso nel sudario che non vedi.
27.
nel fulcro del cercare
la chirurgia del vero
il punto fermo del cemento armato
intorno intorno alla rubrica dello sguardo
salpato per buscarsi il dado tratto
da tutto l’orizzonte. la cometa a zonzo
ha assistito all’assassinio di Epifania
senza coscienza di un contro fato
almeno meno fato! i morsi di nomignolo
formano l’addendo di una grande muraglia
atta tutta quanta alla nomea del dondolo
di allora la madre addosso, addentro.
28.
valzer di resine guardarti
ultimo principe di questo strattone
di tempo di questo strappo ponente nell’occaso
nel sibilo rosso del cratere qui in cortile:
è il richiamo che modula la pertica sul far dell’equilibrio
così per non cadere: dicasi resistenza così senza percorso
la nomea del futile restare
29.
l’arringa della cimasa ronda di rondini
fa giuoco d’enciclopedia la solitudine
di digiuno il rompicapo di resistenza
in stanza da zonzo a zonzo l’anzitempo occaso.
l’aureola della luce non si arrende
né alla pece né al pianto del genitore
torto di colpa la vita che ti tocca
in patria svincolare per l’apolide.
la crepa si dilata nel soqquadro
della sirena insita all’udito.
30.
Identità

in un inferno di pace l’abito borghese
segugio di disperazione la casa
finestre aperte come per infarto
31.
questo sole d’Italia sempre primo
sberleffo d’orizzonte educandato
pessimo. Il campanile rintocca
sull’orlo stradale a pozza d’incidente.
32.
il silenzio non esiste neppure all’eremo
né è sacrario il tarlo di resistere
ombre remote ammodo senza urli
nella penuria che fa da palafitta
la fatica che al davanzale crepa:
l’orto botanico è stato incendiato
già rugiadoso senza panico financo
33.
dove è calesse il nido del cervello
quando se lieta la manciata di sabbia
torni al vagito di tutto innamorare:
quasi marsupio il sibilo del nodo
mai più di pianto lo scoscendere
34.
le invenzioni

si veda a pagina uno il varo di chissà che!
il canestrello alla merenda
il secchiello con l’acqua di mare
l’indovinello sulla punta della stella marina
il viso con l’espressione da inventare
le carezze votive per partorire
finezze di gratitudine il cielo
le cimase materne di fiabe turchine!
35.
mi va di finirmi in un occaso di pastafrolla
così da mangiarne fino all’appello
altalene di ortiche cerimonie in riva al mare
con il vetusto arlecchino tutto ridanciano
36.
sento l’acidità del suolo
l’aureola nemica in capo all’aspro gomito
le lontanze di decimazioni
il musico scortese delle lettere paniche
fazzoletti di lettighe per le lacrime
letiziate da rondini di dadi di chissà
quale fortunatissimo lancio
ma poi è lettuccio di sale
il comodino addirittura biblico
scolaro di qualità quale libertà!
le contaminazioni del tempo d’impostura
continuano in indice di papirologia
maligna quale un tuorlo preso dal fetore…
37.
il vento che assale assassino
l’intruglio di remi a scappare
eppure non vengo chiamata
dalla resina del salvavita
così con lo scontento in addizione
c’è tutta da sottrarre la tentazione
di farsi un altro da sé
la felicità che astuta s’inebria
di meno di pochi.
decimata dal breve la guardia.
38.
a corto di giuria per farti amare o condannare
hai comprato un mazzetto di glicini
chissà per chi se anche la cadenza
del passo ti sospetta vana girandola
in prestito tu che ti tocchi la nuca
per un caso di bacio per uno sbaglio
almeno di gioia di accatto
39.
[da Un gerundio di venia, 2007]

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