Il Caffè della Poesia ha due tavolini sempre occupati.
Si trovano agli angoli opposti della sala.
Nell’angolo est è seduto un uomo che mordicchia il cannello di una pipa spenta, si fa portare caffè e te, davanti ha un grosso quaderno e nella mano destra una penna a sfera, sul tavolino sono sparsi fogli e foglietti di varia foggia e colore, numerati, con personaggi, scene, ipotesi di sviluppo della trama. Per terra, alla destra della sua sedia, sono appoggiati alcuni libri: un atlante geografico, una raccolta di miti e leggende e alcuni saggi su misteri storici e non, alla sinistra una piccola pila di libri rilegati e tascabili dalle copertine sgargianti alcuni hanno la fascetta da best seller. Li ha scritti lui, perché è un Narratore.
L’uomo seduto all’altro tavolino mordicchia la matita che insieme alla stilografica adopera per scrivere sul taccuino dove segna idee, pensieri, riflessioni. Ogni tanto si interrompe per guardare con attenzione chi gli vive attorno. Lui ordina solo alcolici che poi non sempre beve. Accanto alla sua sedia, a sinistra, c’è appoggiato uno zaino col necessario per una notte fuori casa, a destra una piccola pila di libri dalle copertine raffinate, alcuni recano la fascetta di un premio letterario. Li ha scritti lui, perché è uno Scrittore.
Io, che sono il barman lettore, sono contento che ci siano. So di poter contare su di loro quando voglio, anche se mi sento vagamente defraudato per la loro separazione. Sapete… non si guardano mai, questi due avventori, ma se dovesse capitare per loro sarebbe come guardarsi in uno specchio, e ricorderebbero che nel passato hanno vissuto insieme, regalandomi libri che nel contempo narravano storie e analizzavano il mondo, i miei preferiti. Ogni tanto, in realtà, riescono ancora a convivere, ma sempre più di rado, e mi sembra proprio che un po’ si snobbino a vicenda.
Entrambi, comunque, sono ignari del vecchio sonnecchiante che alle volte li guarda con paterna indulgenza: è un poeta, o, come si diceva agli inizi, un cantore. E quando ho davvero bisogno di sognare, è davanti a lui che mi siedo.

Che bell’ingresso…
Dove si trova questo caffè della “meraviglia”?
🙂
Ma che bel caffè… è Trieste o sembra solo? Forse ci sono andata anch’io, quindici anni fa, alla ruota di Amore…
al caffè dell’oca.
bella metafora, Arturo.
sarebbe bello scrivere in un caffè come quello.
le idee sono legate ai luoghi.
tutto si tiene.
Bel racconto, davvero. Sì, una metafora su cui riflettere…
a bassa voce, però, per non svegliare il poeta e irritare lo Scrittore e il Narratore:-)
Grazie, Arturo
Grazie a voi, di cuore.
La foto è quella del Caffè Florian di Venezia