La quercia caduta
Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo: era pur grande!
Pendono qua e là dalla corona
i nidïetti della primavera.
Dice la gente: Or vedo: era pur buona!
Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell’aria, un pianto… d’una capinera
che cerca il nido che non troverà.
(Primi poemetti)

Mi ricordo bene di quando alle scuole medie ci fecero studiare a memoria questa poesia. Si fa ancora? Non era una brutta pratica, mi pareva già allora cosa buona e giusta.
il Pascoli accompagna la nostra gioventù con una delicatezza così vicina alla natura, solo sua.
leggerlo è ripercorrere
nell’aria mormorii…
fa star bene!
un saluto a te e ad Anna
bacioni
carla
“Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende
che pigola sempre più piano.”
“Pigolare sempre più piano” è un’espressione che uso ancora oggi, anche se tra ironiche virgolette. Ma si sa, io sono caricato a molla sull’ironia perché non so fare altro. Parola del grande kapataz:- )
…
…
Come i figli del Carducci, che è notorio fossero 12: “Sei nella terra fredda, sei nella terra negra…”. 🙂
Del Pascoli, cara Carla, esiste anche una lettura decadente. Malinconie varie e una certa vena morbosa…
Questa poesia l’ho studiata a memoria scuola e l’ho ripetuta centinaia di volte, e non per questo, non la trovo un gran che.
E’,anzi fu, molto popolare perché breve e semplice, immagine, metafora facile.
ma non è certo delle migliori, credo.
Scriveva di meglio il Giuanin, sì.
MarioB.
ciò non toglie che rimane un grande!
Infatti ho scritto:
“Scriveva di meglio il Giuanin, sì.”
MarioB.
…Le case eran tacite; chiare
le vie; dormiva il cane all’uscio.
In casa egli dovette entrare,
come il pulcino nel suo guscio!
Cadevano stelle celesti,
brillando . . . Oh! dal cielo cadesti
pur tu!
Dal cielo! Dal cielo! che piove
la guazza su le dure zolle.
Tu sei caduto, e non sai dove
e giri l’occhio tutto molle.
Non fu la caduta di nulla!
Ma c’era una morbida culla
per te!
Oh! il mondo in cui oggi ti trovi,
del tuo cielo non t’è più caro!
fai tante rughe! e sempre muovi
la bocca, che ci senti amaro!
Oh! il cielo! il tuo cielo! e ne chiedi
col fievole grido a chi vedi:
ov’è? ov’è?
Ne chiedi ai ragazzi, col giorno
venuti sopra il piè leggieri,
e alle rondini che intorno
passano come lampi neri.
Nè più, tra il bisbiglio e il sussurro
capisci, il tuo cielo d’azzurro
dov’è.
Zitti! . . . ora non chiede più nulla:
dov’è, sua madre gliel’ha detto.
A lei lo porser dalla culla;
la mamma se l’è messo al petto.
Oh! ecco il suo cielo infinito!
E più non si sente il vagito:
ov’è? ov’è?
ciao Mario!
🙂
or vado ai monti ruggenti…
Vi abbraccio
Marina Pizzi che posta una poesia di Pascoli… Mi soprende.
la rubrichetta ha nomignolo di “Poesia e Asilo”: entrambi i sostantivi con iniziale Maiuscola: perché? rebus risolto in due più due fa cinque: Asilo in tutte le accezioni del possibile lessicale ed oltre con la Poesia che è, o dovrebbe essere, sempre a/Asilo.
ciao, Giovanni! grata per l’ospitalità, davvero
Sempre emozionanti quegli ultimi due versi.
Ma la ragione diavoletta, poi, retrocede di qualche altro verso:
Nessuno loda, nessuno taglia. A sera
il vuoto fascio
in dorso al vento va
🙂
Ciao, Marina
(Tu pensa che ieri sera, a Seneghe, in Sardegna, ho ascoltato un intervento di Stefano Giovanardi proprio sul Pascoli: il “nido”, che molto ricorre nelle sue poesie, si sa, è quello della felicità e dell’idillio che precede il primo, grande lutto della sua vita, all’età di dodici anni. Nessuna felicità, da quel momento in poi, sarà concepibile fuori dal mido, perpetuato in varie forme nella vita a venire)
Sempre più facile sghignazzare su Zvanì (almeno una volta lo abbiamo fatto tutti)che affrontare le sue (nostre)ombre che l’hanno inghiottito (che ci inghiottono).
Un caro saluto,
Roberto
Qui c’è qualcuno che sghignazzò?
MarioB.