MANIE, PAROLE E FANTASMI.
Recensione di Michelangelo Cianciosi
Vorrei mettere subito le mani avanti. Non è facile parlare de La mania per l’alfabeto. Potrei cominciare, dando una vaga idea di quella che è la trama, dicendo che il primo romanzo di Marco Candida è la storia di Michele, un ragazzo che ha ventiquattro anni, un lavoro precario in una ditta produttrice di asfalto, una ragazza di nome Savemi e, soprattutto, un’ossessione con cui è difficile convivere: quella per la scrittura.
Ma sarebbe come dire che il film di Tarantino Le Iene parla di una rapina.
Il fatto è che La mania per l’alfabeto è una storia che fa fatica a stare chiusa in un risvolto di copertina e credo che le farei un torto cercando di costringercela dentro. Meglio tentare di aprire un percorso di lettura, non tanto per esaurirne la ricchezza, quanto, almeno per lasciarla intravedere.
Innanzitutto il romanzo racconta della gestazione di un libro. Anzi, come lo chiama il protagonista, il libro. Questo libro in attesa di essere scritto nasce da una condizione particolare. Non c’è una storia con l’urgenza di vedere la luce. Non ci sono personaggi che spingono per nascere. Ci sono, invece, racconti fantastici, grotteschi, a volte commoventi, riflessioni o semplici parole, che Michele scrive su centinaia di Post-it che dissemina ovunque o di cui si riempie le tasche. Una scrittura che già fisicamente si presenta rapsodica e frammentata, dunque. I foglietti colorati che il protagonista perde dappertutto, infatti, non sembrano avere molto a che vedere gli uni con gli altri, ma tutti hanno in qualche modo a che vedere con il libro. Come se il libro da cui Michele è ossessionato volesse contenere tutto. Ma un libro che possa contenere tutto non può esistere, è niente. Ecco perché Savemi può dire che il problema di Michele è quello di avere a che fare con un fantasma, con qualcosa di impalpabile che comunque ha una sua influenza sul mondo. Tuttavia, quello che rimane di un libro ancora da scrivere che non è niente, è la scrittura come pratica. Pratica che per Michele non vuole ridursi a gesto vuoto, ma che diventa una categoria attraverso cui guardare il mondo. Come dire che il fantasma è tutt’altro che qualcosa di irreale. Anzi, è tanto forte che ha creato per Michele un mondo in cui lo costringe a vivere e gli impedisce qualsiasi possibilità di contatto con chi vive nel mondo “vero”. Non c’è rapporto con la famiglia, con la sua ragazza, con il lavoro, che non sia filtrato attraverso il mondo deformante del fantasma della scrittura.
Candida scrive pagine bellissime sulla scrittura come interpretazione del mondo e sul suo rapporto di verità con la realtà, ma il suo merito maggiore è quello di farlo senza dover aprire parentesi teoriche all’interno della narrazione, perché le fa diventare parte integrante di essa prestando loro la forza della storia. Non è facile far appassionare un lettore ad una teoria della scrittura, a meno che non la si trasformi in protagonista.
Candida, però, non vuole solo far sperimentare a chi legge l’ossessione che tiene prigioniero Michele. Vuole mettersi accanto al lettore, far vedere che anche lui, nel momento stesso in cui sta scrivendo, partecipa della stessa ossessione. I continui rimandi metaletterari al libro che stiamo sfogliando (la divisione in post-it anziché in capitoli, per esempio), vogliono mostrarci che l’ossessione del protagonista è, ahinoi, la stessa che vive chiunque abbia a che fare con la scrittura.
Parallelo alla storia del libro, poi, scorre continuamente il tema della precarietà. Precarietà in senso molto ampio. Precario è il lavoro che Michele fa nella ditta che produce conglomerato bituminoso, e dove la sua passione è vista con sospetto, tanto che lo porterà ad essere licenziato; precaria è la sua storia con Savemi, che infatti a un certo punto lo lascia; precarie sono persino le serate che passa con lei, che si interrompono sempre sul più bello; precario è il suo modo di scrivere sui post-it che perderà a casa di amici o nell’ufficio di qualche superiore; precari sono anche i protagonisti dei racconti di Michele: la ragazza che scrive a trentun anni il discorso funebre per la propria morte o l’identità di Desideria, che compie ogni azione della sua vita, dalla più banale alla più importante, copiandola da qualche suo conoscente; precarie sono certe “carabattole”, quasi sempre lasciate incompiute. Michele sembra sempre troppo occupato a inseguire il proprio sogno per completare qualsiasi cosa e i sogni, gli rinfaccia Savemi, sono l’esatto contrario degli obiettivi concreti, qualcosa che usiamo come scusa per non doverli raggiungere.
La storia del libro e il tema della precarietà si incroceranno e troveranno una soluzione nel finale, quando i pensieri disordinati di Michele, scritti su pezzettini di carta colorata, si animeranno e daranno davvero vita ad un fantasma che Michele sarà costretto ad affrontare. Non dirò se Michele soccomberà alla follia o se il suo lato apollineo riuscirà a dare un ordine al caos e gli permetterà di scrivere il libro.
Ma un buon indizio è che Marco Candida sia riuscito a scrivere il suo.
Ora chiudo. Mi è sembrato di sentire un rumore di catene provenire dall’altra stanza. Vado a vedere cos’è stato.

Ho letto il libro. direi che al di là di una buona idea di fondo, lo sviluppo del testo è tarato da eccessi di vario tipo che lo appesantiscono rendendolo non ossessivo come vorrebbe l’autore ma pedante . l’ossessione che dovrebbe essere protagonista del testo e nella quale il lettore dovrebbe calarsi per vivere l’atmosfera psicotica di Michele si trasforma ben presto in noia e genera un vero e proprio calo del desiderio di voltare pagina (e il libro ne conta ben 299) , desiderio che dice la relazione stretta che il testo è riuscito a instaurare col lettore dunque vitale per l’opera. l’autore è giovanissimo e mi pare trattasi di opera prima, l’augurio che posso fargli è che il tempo, quel tempo minuziosamente cronometrato e segnato nel “racconto dei foglietti gialli”, sappia limare quella che a me pare intemperanza giovanile e poca fiducia nei mezzi espressivi che privilegiano la densità rispetto alla prolissità pedante.
buona giornata
elena f
Elena,
quando scrivi…
desiderio che dice la relazione stretta che il testo è riuscito a instaurare col lettore dunque vitale per l’opera
…stai generalizzando un po’ troppo indebitamente una tua impressione personale.
Grazie per aver letto il libro.
la capacità di tenere la tensione del testo fino allo spasmo senza annoiare il lettore è un fatto letterario e non di impressione personale, quella tensione nel libro in questione non c’è.
il talento non manca di certo,la possibilità di migliorare è ciò che ci rende umani.
in bocca al lupo per tutto, marco
elena f
Elena, può darsi che non ci sia “tensione” (d’accordo, non è un thrillig, La mania per l’alafabeto), ma quando scrivi
quella tensione nel libro in questione non c’è
assolutizzi una tua impressione.
E poi: se non c’è tensione, ci sarà rilassamento, no? E perché voler già stressare oltre un povero lettore (con tutti i problemi che già ha) con un una prosa dotata di “tensione”?
😀
😉 vabbè
ti rinnovo il mio in bocca al lupo per tutto e… al tuo prossimo libro!
non ho ancora letto il libro di marco candida ( lo farò quanto prima) e quindi non posso contestare ciò di cui parla Elena,ma posso comprendere Marco se lo contesta.
entrare in relazione con cui si sta leggendo credo sia del tutto soggettivo, al di là di uno spessore che possa essere acclamato oggettivamente.
Scrittori di cui è chiaro il valore letterario possono risultare ostici o lontani da ciò che cerchiamo in un libro, ne ricaveremo così un giudizio personale che potrà non combaciare con quello di altri.
credo non ci sia niente di più intimo e unico del relazionarsi con un libro.
mah…è solo un mio sentire
grazie a michelangelo cianciosi per la sua lettura.
e un in bocca al lupo a Marco.
lisa
Sono perplesso dalla chiusura a sorrisini della discussione. Si usa così?
Blackjack.
A me, il libro di Marco ha dato molti spunti di riflessione.
Li ho espressi qui:
http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2007/06/marco_candida_l.html#more
Non sono sorrisini, la mia è una risata. E’ leggittimo che Elena dia la sua impressione, ma non che faccia delle generalizzazioni indebite: ci sarà una distizione nel dire “il libro non mi ha inchiodato dalla prima all’ultima pagina lasciando senza fiato tanto che a momenti morivo soffocata e sono dovuta correre al pronto soccorso” con “Il libro non soffoca il lettore, cioè non lo inchioda alla pagina, incatena alla poltrona, trapassa nel letto, piglia a spadate, a fiodate, pistolettate, trapanate… eccetera”
@blakjack
è più facile fare scala reale che incontrare chi sappia accettare una critica
buona serata
elena f
Scusi, Candida, mi aiuti a capire la “questione”, se la cosa le aggrada: io, infatti, chiaramente per mia incapacità, non sono riuscito a trovare nessuna “generalizzazione” negli interventi della signora Elena, pur leggendoli e rileggendoli più volte. Potrebbe, cortesemente, esplicitare meglio il suo pensiero, magari aggiungendo qualcosa su quello che lei ritiene dovrebbe essere, e fare, la critica letteraria?
La ringrazio.
fm
@Elena,ti garantisco che una scala reale è difficilissima da fare ma,nonostante questo, ho l’impressione che tu abbia qualche ragione.
@Marco, non ho letto il libro e non lo comprerò, ma le tue motivazioni assomigliano tanto a quelle di un giocatore di carte che, dopo aver perso per tutta la serata, raccoglie le forze, ripassa le nozioni di calcolo combinatorio e costruisce il suo castello di auto-scuse. Non serve a niente e garantisce un unico risultato: essere pronti a perdere, senza alcun problema, anche alla successiva seduta.
Blackjack.
@fm
grazie per la lettura attenta dei miei commenti
@blackjack
sebbene io sappia a malepena tenere cinque carte fra le dita avevo il sentore, parlando di scala reale, di nominare una rarità
grazie anche a te
buonanotte
elena f
ineffetti la scala reale è un raro colpo di c.. 🙂
molto interessante questo libbro, grazie fabry.
una b si potrebbe togliere..non vorrei che qualcuno pensi io l’abbia messa appositamente.
Io dico questo: sarebbe ora di cominciare a comprendere che qualsiasi commento si autorappresenta per quello che è senza molti biosogni di ulteriori commenti. Cioè, si capisce subito se un commento è una denigrazione oppure è un commento vibrante, intelligente, e questo anche quando è pungente. Si può dire così: si coglie al volo – al volo – la distinzione tra ciò che è una punzecchiatura e ciò che è pungente. Così tutte le volte che una persona fa uso di un fake per spargere un po’ di veleno, sappia anche che le sue parole hanno l’effetto che hanno, perché si capisce subito che sono messe lì tanto per dare noie.
Ovviamente: non è vero che non accetto critiche – non accetto generalizzazioni indebite perché mi sembrano atti di scarsa lucidità e in fin dei conti di disonestà (si vuol far passare per una verità che si fonda su un accordo universale, un’impressione particolare), e questo va sconfessato e combattuto sempre, in qualsiasi sede e nei confronti di chiunque – anche di un fake; e non ho poi intenzione di proseguire la discussione con una manciata di provocatori.
Il commento di elena f. non è per nulla provocatorio, ma garbato e motivato, proprio su questo blog si sono viste critiche ben diverse, come quelle a Paolo Nori. Una volta si diceva che le critiche aiutano a crescere, ma certo, bisogna saper leggere.
le critiche aiutano sempre a crescere!
il problema sta nell’accettarle.
ma non mi sembra questo il caso
auf widersehen
Ginevra
Il commento di Elena f è garbato ma opera una generalizzazione indebita; i commenti che sono seguiti mi sono sembrati gratutiti, contro quelli io dicevo. Comunque, Ginevra e Roberto sono altri fake.
Va bene alllora per chiudere questa questione. Io M*rco C*ndida dichiaro solennemente di accettare le critiche di Elena f, di Blackjack (anche se non ha letto il libro), di Fm, e le ulteriori eventuali critiche che verranno, senza discuterle, e senza provare a controargomentare, anche avendone la possibilità.
A chi e a cosa si sta riferendo, signor Candida? A chi sta pensando, scorrendo i commenti, quando parla di fake, di provocatori e di disonestà? Si rende conto dei termini che usa? Si riferisce per caso a me, Francesco Marotta? O alla signora Elena Ricciardi? Chi dei due le ha mancato di rispetto, chi l’ha denigrata, chi ha sparso veleno?
Se si riferisce a me, per caso, a uno che ha speso dei soldi per comprare il suo libro e l’ha letto, a uno che le ha fatto una semplice domanda, chiedendole soltanto di spiegare che cosa intende per “generalizzazione” e cosa crede debba essere la critica letteraria – ebbene, se è a me che sta alludendo, lei non è altro che una boriosa e tronfia personcina, per la quale, come unica scusante, può valere solo, ma non so fino a che punto, l’ “imbecilla tunc aetate” di Agostino.
Ma con chi crede di parlare, lei? Si vergogni, piuttosto, visto che di fronte a una critica pacata di una sua lettrice, che le faceva anche gli auguri per la sua carriera, più volte ribaditi tra ‘altro, se ne esce sbracando: si rilegga, e si rimiri, in quel piccolo capolavoro di infantilismo acuto che è il suo commento al n.9.
Come mai, parlando di “lettore”, Elena starebbe “generalizzando” (l’ha vista solo lei questa dimensione “offensiva” del termine), mentre invece non ha niente da dire su queste “perle” che le elenco?
“Candida scrive pagine bellissime sulla scrittura come interpretazione del mondo e sul suo rapporto di verità con la realtà, ma il suo merito maggiore è quello di farlo senza dover aprire parentesi teoriche all’interno della narrazione, perché le fa diventare parte integrante di essa prestando loro la forza della storia. Non è facile far appassionare un lettore ad una teoria della scrittura, a meno che non la si trasformi in protagonista.”
Di quale lettore sta parlando il suo amico? Di se stesso? Qui non sta generalizzando, vero?
E qui?
“Candida, però, non vuole solo far sperimentare a chi legge l’ossessione che tiene prigioniero Michele. Vuole mettersi accanto al lettore, far vedere che anche lui, nel momento stesso in cui sta scrivendo, partecipa della stessa ossessione. I continui rimandi metaletterari al libro che stiamo sfogliando (la divisione in post-it anziché in capitoli, per esempio), vogliono mostrarci che l’ossessione del protagonista è, ahinoi, la stessa che vive chiunque abbia a che fare con la scrittura.”
Chi è que “chi legge”? Chi è il soggetto di quel “mostrarci”?
Il signor Cianciosi, a nome di chi parla? Suo o di ogni (ipotetico) lettore.
E si potrebbe continuare… Ma ne vale la pena? Vale la pena sprecare tempo, e soldi, con chi si riduce a queste miserrime uscite di fronte al giudizio (nemmeno tanto negativo) di un lettore?
Non è lei che può permettersi di fare il risentito, signor Candida: lei, qui, ha soltanto perso un’altra occasione per essere migliore di quello che è, soprattutto come scrittore: perché è confrontandosi con le critiche e i rilievi “onesti”, come quelli che le ha mosso Elena, che si cresce, non certo crogiolandosi tra le lodi sperticate di quattro amici in adorazione estatica.
fm
Ho iniziato a scrivere con i commenti fermi al n. 16, all’autore del quale ho risposto. La lettura dei successivi, non sposta minimamente la lettera e il senso di ciò che ho scritto.
fm
Anzi, adesso che leggo con attenzione, credo di essere stato anche abbastanza contenuto, rispetto alle ripetute volgarità di questa “persona”.
Francesco Marotta
@18
“le critiche aiutano sempre a crescere!
il problema sta nell’accettarle.”
Il problema, sta, a mio avviso, a chi le fa, alle reali competenze. Ci sono troppe “mezzetacche” che giocano alla demotivazione e allo stroncamento solo per favorire altre “mezzetacche”. NATURALMENTE il discorso non è rivolto ai commentatori di cui sopra, ma a un generale andazzo di una cultura miope e mafiosa.
Candida, la sua reazione, fanciullesca e inopportuna, non fa altro che confermare la mia impressione: è identico a quei giocatori di carte la cui più grande preoccupazione è sempre quella di avere in tasca la giustificazione giusta per la sconfitta ‘giusta’. I motivi per cui non comprerò il suo libro li avevamo già discussi in un’altra sede e il mio commento non era riferito al libro – ha mai letto miei commenti relativi al libro? – ma alla sua reazione a una nota, quella di Elena, che mi pare ragionata, motivata e pacata.
Anche il ricorrere al fake è un altro trucchetto infantile utile (?) solo per salire qualche gradino, guardare dall’alto ed evitare la discussione. Lei deve farsi pubblicità e usa il suo nome, io tutto voglio tranne che farmi pubblicità e quindi utilizzo un nick. Sono comunque più che rintracciabile, la mia mail esiste, è sempre la stessa (cambiata da un mese dopo aver scoperto che la precedente era stata chiusa senza che ne fossi al corrente e mi scuso se qualcuno l’avesse utilizzata).
Buon proseguimento e auguri per il suo libro.
Blackjack.
Io non mi riferivo a Elena F quando parlavo di veleni, io mi riferivo proprio a lei Marotta e a Blackjack.
Poi, non sto facendo il risentito: dico solo che una generalizzazione è una generalizzazione. Se Michelangelo Cianciosi ha fatto delle generalizzazioni, allora siamo tenuti a prenderle per quello che sono: delle generalizzazioni.
E’ lei, Marotta, che si deve rileggere quello che ho scritto io nel commento 2. Naturalmente sono intervenuto a difesa del romanzo, perché penso che il romanzo sia molto buono, e che dire “non fa venire voglia di andare avanti a leggere”, le dirò, sia un punto d’onore, e non una macchia. Questo, Marotta, badi bene, io lo dico per difendere il mio romanzo. Poi, può essere che Elena abbia ragione. Anche se secondo me non ha ragione. Riesco a farmi comprendere da lei?
Al commento numero 19, Marotta, io ho scritto questo:
Il commento di Elena f è garbato ma opera una generalizzazione indebita; i commenti che sono seguiti mi sono sembrati gratutiti, contro quelli io dicevo. Comunque, Ginevra e Roberto sono altri fake.
“Contro quelli io dicevo” ho scritto, e lo risottolineo.
@Marco,io scrivo:
“Le critiche aiutano sempre a crescere!
il problema sta nell’accettarle.”
tu aggiungi:
“Il problema, sta, a mio avviso, a chi le fa, alle reali competenze.”
competenze o meno, (sempre critiche sono) è sempre l’intelligenza individuale, alla fine, a selezionare ciò che è giusto e, soprattutto, a filtrare il “buono”
inutile alimentare un discorso che via web creerebbe ulteriori, come dire…punti di non ritorno?
Dio me ne scampi e liberi dall’alimentare certi discorsi via web ma rimane il fatto che “filtrare il buono” è compito arduo!
e allora
“arduamoci”!;-)
Ginevra
“Scusi, Candida, mi aiuti a capire la “questione”, se la cosa le aggrada: io, infatti, chiaramente per mia incapacità, non sono riuscito a trovare nessuna “generalizzazione” negli interventi della signora Elena, pur leggendoli e rileggendoli più volte. Potrebbe, cortesemente, esplicitare meglio il suo pensiero, magari aggiungendo qualcosa su quello che lei ritiene dovrebbe essere, e fare, la critica letteraria?
La ringrazio.”
fm
:::
Questo è il commento che conterrebbe “veleno”, signor Candida? E’ in base a queste quattro righe che lei mi dà del “disonesto”? E buon per lei, glielo assicuro, che si è guardato dal ripetere il termine (anche se “fake” o robette del genere se le tiene per sè e per i suoi intimi): le avrei risposto come nemmeno s’immagina.
Lei può risottilineare quello che vuole, egregio signore, a uso e consumo, magari, di familiari e amici e a sostegno del suo tentativo, affatto puerile, di giocare coi termini e le attribuzioni di significato: dimentica, o forse nella sua sopponenza nemmeno prende in considerazione, il fatto che qui c’è gente che la “mania per l’alfabeto” ce l’ha da più tempo di lei e che, forse, potrebbe darle anche qualche lezione sul come evitare l’uso “disinvolto” del vocabolario. O crede, avendo pubblicato un libro e avendo insultato due suoi lettori (tra l’altro non sa nemmeno qual è il mio giudizio sulla sua opera, e non immagina nemmeno cosa si perde), di non averne più bisogno?
Io posso solo augurarle di essere, fuori dal blog, o, almeno, fuori da questo thread, qualcosa di ben diverso dalla “misera personcina” che appare nelle sue risposte. Glielo auguro. Lo spero, e voglio crederlo.
Buona domenica.
Francesco Marotta
ancora un giorno e ricomincia la scuola, scusate l’OT, ma mi viene così spontaneo pensarci…
Ma, Francesco, io non le ho dato della persona “disonesta”: ho scritto che ogni volta che ci scappa una generalizzazione indebita allora dimostriamo scarsa lucidità e in definitiva disonestà (perché nel dire “questo libro è bello per tutti i lettori” c’è qualcosa di disonesto, ne converrà).
Se lei vuole dirmi il suo giudizio sul libro, e lo vuole dire ai suoi lettori, lo faccia, a me non potrebbe farmi che piacere, e anzi la ringrazio per avere acquistato e letto il libro. Badi bene, però, che se dirà cose che non mi troveranno d’accordo, io, poiché lo posso fare, poiché qui siamo su un blog, e il mezzo lo consente, prenderò la parola per ribattere, controargomentare, difendere.
alcune domande a Marco sul suo libro.
quanto ha influito nella stesura del romanzo la scuola di scrittura di Mozzi, e in genere l’idea che un libro debba “essere fatto in un certo modo”?
quanto ha influito l’idea della teoria come trama, presente anche nella nostra tradizione (uno su tutti, il Calvino di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”)?
quale sbocco può avere la futura scrittura di Candida, dal momento che il libro sembra mettere in crisi qualsiasi idea tradizionale di romanzo?
la questione della lingua, messa in primo piano (“La mania per l’alfabeto”) è un punto di partenza o un punto di arrivo, posta com’è di fronte alla sciatteria dell’uso linguistico contemporaneo?
per ora mi fermo qui.
Caro Fabry, provo a rispondere a queste domande:
1) Domanda: Quanto ha influito nella stesura del romanzo la scuola di scrittura di Mozzi, e in genere l’idea che un libro debba “essere fatto in un certo modo”?
Risposta: Si pensa che La mania per l’alfabeto sia un romanzo autobiografico, e questo in parte è vero, ma quattro anni fa, quando ho cominciato a scrivere il romanzo, mentre tratteggiavo le prime caratteristiche del personaggio Michele Astrini, io stavo pensando a Giulio Mozzi. Michele Astrini è un calco di Giulio Mozzi, o almeno di una certa idea che mi ero fatto di Giulio Mozzi. Nel corso della narrazione dentro Michele si integrano caratteristihe di altre persone: per esempio di una ragazza che ho frequentato negl’anni della stesura del romanzo, e poi di me stesso – e anche un poco di tutti quegli scrittori che in quel periodo frequentavo apposta per osservarli attentamente al fine di rendere credibile il personaggio del mio romanzo. Direi, comunque, che Michele Astrini, tutto sommato, è il risultato della fusione di due persone e della mia persona – questo anche perché quelle due persone mi sono sembrate sempre più che persone, con i loro comportamenti, dei simboli, nei pregi come nei difetti, che bene si prestavano a rappresentare da una parte la figura dell’uomo che non riesce a trovare una collocazione precisa entro i confini della società e dall’altra la figura dell’uomo alle prese con un’esperienza totalizzante, che travolge ogni spazio della sua esistenza interiore ed esteriore;
2) Domanda: Quanto ha influito l’idea della teoria come trama, presente anche nella nostra tradizione (uno su tutti, il Calvino di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”)?
Risposta: Se una notte d’inverno un viaggiatore l’ho letto un anno più tardi aver finito La mania per l’alfabeto, e direi che ci sono evidenti anologie strutturali, che si fondano però su logiche opposte: di là il piacere della lettura, e il desiderio di un prolungamento infinito della storia, di qua l’impossibilità del raccontare, le difficoltà di trovare l’ispirazione, le difficoltà di scrivere, di là protagonista è il lettore, di qua protagonista è lo scrittore, e la sua incapacità a organizzare un mondo coerente, a trovare la cosa a servizio della quale mettere tutte le idee di cui, pure, trabocca;
3) Domanda: Quale sbocco può avere la futura scrittura di Candida, dal momento che il libro sembra mettere in crisi qualsiasi idea tradizionale di romanzo?
Risposta: La mania per l’alfabeto traccia alcune linee tematiche che trovano uno sviluppo nei due romanzi che già ho pronti, nel terzo che sto scrivendo, e nel quarto che per adesso sto solo pensando;
4) Domanda: la questione della lingua, messa in primo piano (”La mania per l’alfabeto”) è un punto di partenza o un punto di arrivo, posta com’è di fronte alla sciatteria dell’uso linguistico contemporaneo?
Risposta: Con una battuta posso dire che in generale con questo romanzo mi sento, e un poco su tutti i fronti possibili, arrivato all’inizio.
Solo una precisazione tecnica al commento 21 di fm.
Che nel libro Candida parli della scrittura come interpretazione del mondo e del suo rapporto di verità con la realtà; che non abbia bisogno di aprire pagine teoriche staccate dalla storia che sta raccontando, perché ne è la protagonista; che questo sia l’unico modo per rendere la cosa interessante; che ci sia un rimando metaletterario tra il libro di Michele e quello di Marco (ho citato la divisione in post-it, ma avrei potuto dire che nel romanzo Michele si chiede se il libro debba avere la copertina arancione o un tot numero di pagine e “La mania per l’alfabeto”, guarda caso, ha il dorso arancione e quell’esatto numero di pagine); che questo sia un modo di far capire che quello che sta vivendo Michele è quello che ha vissuto Candida scrivendo,
mi sembrano tutte considerazioni oggettive.
Quelle che mi vengono segnalate come generalizzazioni sono forse le parole “bellissime” e “merito”.
Si, quelle parole sono assolutamente soggettive.
Grazie.
@ Michelangelo Cianciosi
La ringrazio tantissimo della sua opportuna e correttisima precisazione, anche perché, stando al “modo” in cui ho utilizzato i due passi della sua recensione, avrei dovuto almeno specificare, molto meglio rispetto a quello che ho fatto solo di sfuggita, che li usavo unicamente in relazione alla presenza del termine “lettore”, recepibile in almeno un paio di sensi ben precisi e distinti. Lungi da me, poi, soffermarmi sugli aggettivi, fanno oltretutto parte del “gioco”, ed è umanamente impossibile limitarne totalmente la circolazione, soprattutto quando ci troviamo di fronte a un libro che ci ha particolarmente convinti, come credo sia nel suo caso.
Tra l’altro, nel primo dei due passi, lei fa riferimento, anche se alla lontana (un riferimento che diventa molto più ravvicinato e chiaro, penso, per chi ha letto il libro) a una delle “strutture” portanti del romanzo, quella che permette all’autore di scrivere, a mio modo di vedere (di lettore: non sono un critico), pagine tra le più convincenti dell’intero lavoro.
La ringrazio di nuovo e la saluto molto cordialmente.
@ Marco Candida (al n.32)
All’autore di commenti del genere, di quelli in cui, pur continuando a difendere legittimamente le nostre posizioni, rimaniamo comunque in ascolto, pronti all’apertura e al dialogo costruttivo, va, e andrà sempre, tutto il mio rispetto. In questo caso anche l’abbozzo di una risposta al quesito posto (“abbozzo”: ma solo per motivi miei, contingenti).
Una breve premessa (a) e una (purtroppo) ancora più breve conclusione (b).
(a)Continuo a non essere d’accordo – perché, molto sinceramente, non capisco bene l’accezione in cui sono utilizzati – su alcuni termini, come ad esempio “indebito” e “indebitamente”. Nei due o tre rilievi critici di Elena (devo per forza citarla, non essendo mai intervenuto personalmente nello specifico del libro), io continuo a non vedere niente di “indebito”; anche perché, a quanto risulta ed è facilmente verificabile, qui e altrove, ha dato ampiamente prova, recensendo in maniera egregia alcuni testi della Vibrisse Libri, di essere padrona di notevoli strumenti di analisi (oltre alla cultura che si ritrova), ai quali unisce una non comune passione e partecipazione di lettrice. Io, mi fossi trovato coinvolto nei panni di autore, le avrei chiesto di spiegarmi meglio che cosa intendesse, soprattutto in un passaggio ben preciso del primo commento. E, fossi stato d’accordo o meno (magari no, probabilmente: ma non cambia la sostanza della cosa), ne avrei comunque tenuto conto e mi sarei ripromesso di ritornarci sopra con più calma. Ma questa è pura, ipotetica illazione, dal momento che, fortunatamente, non siamo fatti con lo stampino e nessuno, tantomeno nei fatti d’arte, può proporsi come paradigma dell’altrui essere e sentire.
(b) Il libro a me è piaciuto abbastanza, diciamo “a metà” (una di quelle tipiche espressioni che significano tutto e niente!). Allora, abusando di una (purtroppo) non sempre controllabile “deformazione professionale”, la utilizzo per rendere la cosa meno vaga. Ritengo il romanzo, complessivamente considerato, un discreto esordio. L’opera, che a mio modo di vedere meritava un più profondo lavoro di “potatura” (soprattuto in alcune parti dove è più facile cogliere, sottotraccia, una certa ricerca dell’effetto a tutti i costi), mi ha comunque regalato un centocinquanta pagine di più che buona fattura e, tra queste, almeno la metà di eccellente scrittura.
Spero non mancheranno altre occasioni di discussione, così da essere meno “scolastico” ed entrare, come sarebbe doveroso, più nel vivo del testo, con riferimenti precisi.
…
Mi scuso, ma adesso devo proprio andare. Domani mi aspetta una giornata che si annuncia molto dura e devo ancora finire di assemblare un lavoro: un “omaggio” a un poeta “vero”, di quelli che lasciano sempre qualcosa, quando parlano, quando scrivono o, semplicemente, quando se ne stanno in silenzio. Perché imparare a “leggere” i silenzi, a iniziare da quelli di un bambino, dovrebbe essere uno dei nostri obiettivi fondamentali. Può anche succedere, come è successo, che questo sapere salvi “una” vita.
Un saluto a tutti.
fm
grazie, Marco.
e grazie a tutti gli intervenuti.
un bell’esempio di incontro anche nella disparità di idee.