I linguaggi del lavoro [1].

zen-1.jpgLo zen e l’arte della manutenzione dei fessi.

Oooh, i paroloni roboanti usati per presentare i bilanci societari. Oooh, gli articoletti-velina sui giornaletti economici pronti a lodare la gestione di questa o di quell’impresa. Oooh, i lanci pubblicitari dei nuovi prodotti, sempre innovativi, bellissimi, leccatissimi e laccatissimi. Oooh, i linguaggi delle confraternite sindacali, delle trattative, delle concertazioni, dei protocolli, degli accordi e dei controaccordi, ricalchi di riti osceni alle spalle di chi lavora veramente.
Questi sono solo alcuni esempi di quella che è chiamata la lingua del lavoro, il linguaggio in cui si specchiano le liturgie delle corporazioni che dominano il c.d. mondo del lavoro, un linguaggio che sfarina un’infinita varietà di neoprose, in cui chiunque di noi può imbattersi, appena si confronta con questo moloch del lavoooooooorooo.
Non mi riferisco ai neologismi che si creano in questo come in qualunque altro settore della nostra società. Non faccio riferimento ai termini, spesso dialettali, che abbiano ereditato dalle generazioni precedenti per indicare un universo di attività manuali e artigianali.
Qui, e nei prossimi post, vorrei puntare più in alto, e più in profondità, vorrei puntare alle finalità che sorreggono questi linguaggi c.d. del lavoro, vorrei mirare alle modalità con cui l’elaborazione di queste parole e frasi e discorsi e discorsoni viene usata per replicare all’infinito situazioni di controllo, di privilegi e di potere, ma soprattutto situazioni atte a realizzare quello che è l’unico vero scopo di tutto questo immane sforzo produttivo che ogni giorno percorre il nostro laborioso paese,
cioè,
fottere soldi,
fotterne quanti più possibili,
e quanto più velocemente possibile.


La parola, non solo scritta, è potente, la parola si adatta alla bisogna, la parola si fa strumento per generare fatturato e utili, per acquisire clienti, progetti, contratti, fette di mercato.
Parte da qui il mio viaggio nei linguaggi del lavoro, per fare un poco di luce su certi aspetti ipocriti supportati ottimamente da ottimi linguaggi.
E vorrei iniziare dalla formazione. Anzi dalla Formazione. Questa parola sacra che evoca una montagnetta di creta pronta a essere modellata dalle mani di saggi maestri. Solo che la creta si sostanzia spesso in: fessi da depredare.
La formazione è un business dalle proporzioni incalcolabili, su cui si getta ogni sorta di pesce, pescetto, pescecane, spesso sfociando in vere e proprie truffe, come i finti corsi organizzati un po’ dappertutto, negli ultimi anni, per accaparrarsi i soldini del Fondo Sociale Europeo.
Qui veramente si ammantano con i più nobili(?) scopi (accrescere le competenze! lavorare meglio! migliorare le performances! risparmiare il tempo! l’azienda etica! l’intelligenza emozionale! ecc.) gli intenti più pelosi.
E’ curioso leggere le presentazioni che utilizzano molte società di formazione per vendere i loro corsi alle aziende.
Ogni giorno le imprese ricevono svariate proposte di formazione da enti, società, associazioni sempre nuove. Gli argomenti sono i più disparati, dai più seri ai più ridicoli, e anche le modalità delle presentazioni sono sempre nuove, alla ricerca di un’originalità nella forma che serve evidentemente a compensare la penuria di contenuti.
Pieghevoli, brochure, cofanetti, cd, dvd, mailing, manifesti, e quant’altro, tutto per attirare l’attenzione dei possibili clienti.

Poi ci sono le mode. Tipo quella dello zen. Questa degnissima filosofia proveniente dall’Oriente viene sempre più spesso utilizzata per presentare le cose più becere, camuffando con favolette pseudo-mistiche rozzi e volgari intenti commerciali.
Così, tanto per esemplificare, ecco la favoletta con cui una nota società di formazione introduce la presentazione dei propri corsi, in copertina del catalogo.

Il grande masso.
E’ una calda e tranquilla mattina d’estate.
Il mare sembra una grande tavola che unisce l’orizzonte alla spiaggia deserta.
Solo una bambina sta giocando a fare castelli di sabbia sotto lo sguardo amorevole della madre.
A un certo punto l’attenzione della bambina viene attirata da un grande masso a pochi metri di distanza.
Si dirige verso l’oggetto e cerca di sollevarlo, senza però ottenere alcun accenno di movimento.
Prova ancora con tutte le sue forze ma non ce la fa proprio. Il masso è troppo grande e pesante per lei. Allora, un pò imbronciata, torna dalla madre.
La mamma le chiede il motivo del suo stato d’animo e la bambina risponde:
“Volevo spostare quel grande sasso ma non ci sono riuscita.
“Hai usato tutte le tue forze?” le domanda la mamma.
La bambina, sul punto di scoppiare a piangere, esclama:
“Ho provato e riprovato: non ce la faccio proprio!”
La madre allora, con tono pieno d’amore, le dice:
“Non hai usato tutte le tue forze. Non hai chiesto aiuto a me.”

Piaciuta? Non è scritta manco male. C’è un rudimentale uso di strumenti narrativi, l’introduzione del paesaggio, la descrizione e visualizzazione dei personaggi mentre parlano, il rispetto della punteggiatura, la sintesi.
A me è venuto da pensare:
a) La bambina si chiama Erika ed abita a Novi Ligure.
b) La spiaggia è deserta perchè nessuno sopporta quella stronza della madre.
c) Al di là degli intenti didattici, la frase finale è concettualmente errata e riconosce l’opposto di quello che vuole dimostrare: chiedere aiuto significa semplicemente ammettere che le proprie forze, avendole usate tutte, non bastano.
d) Se proprio si vuole trarre l’insegnamento demente per bambini scemi, la madre dovrebbe piuttosto dire alla bambina: non sprecare le tue forze in imprese che non meritano.

Lo zen e l’arte della manutenzione dei fessi, ecco, mi verrebbe da chiamarla così, questa storiella. Rifacendomi al famoso libro di Pirsig che tanta fortuna ha avuto qualche lustro fa. E che mi ha avvicinato, più che alla filosofia, alla motocicletta.

10 pensieri su “I linguaggi del lavoro [1].

  1. A blink before the end

    a me la storia zen è piaciuta perchè credo nella collaborazione e nella solidarietà.magari queste storie andrebbero lette per quello che sono, metafore, rispettate nella loro paradossalità e non usate per la mercificazione d’inganni.

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  2. Marina Pizzi

    come la metti la metti il dovere-obbligo-catena-carcere-giardinetto-panchina-spartitraffico-bar-mensa ecc. del lavoro, è solo CARCERE a vita e il profitto sta a PORTOFINO!

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  3. Giovanni Nuscis

    Fossero davvero solo i “fessi” (per insufficiente comprendonio) i falcidiati, invece che gli inermi crescenti rintanati qua e là e braccati dai predatori fuori della porta, dentro i televisori. Si è pensato che bastasse nascondersi, “farsi gli affari propri” – un panettone e lo spumante a Natale – senza mai esecrare, denunciare, condannare.
    Ma questa società – dove il “bravo” “in gamba” il “vincente” è quello con la battuta pronta e la mano svelta – cosa potrà mai esprimere in politica, nel lavoro, (persino) nel mondo della cultura?
    I veri “antidemocratici” finiscono per essere coloro che la contrastano, questa bella società.
    La “brava gente” urla, s’arrabbia, va in piazza, insulta e poi?
    Non c’è “garante” né giudice civile a tutela degli inermi contro il moderno “latinorum” del mondo del lavoro e in quello liofilizzato o potentemente, emotivamente spiazzante dei media, ed ancor meno contro quello del potere, indicibile e nascosto coi suoi fili innvisibili sullo sfondo di tutti gli altri.

    Giovanni Nuscis

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  4. paolocacciolati

    *Blink: per carità, massimo rispetto per la filosofia zen, solo che certe favolette usate in un certo modo mi ricordano quei paraventini di carta unta che fanno da separè nei ristoranti cinesi, quelle plastichine stampate a dragoni, asperse da vapori di soia…

    *Marina: credimi, il profitto non sta solo a Portofino o Cortina, sta più vicino a te di quello che pensi.

    *Giovanni: parlando di fessi, è chiaro che mi sento di rientrare a pieno titolo nella categoria…

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  5. cf05103025

    Bello il capzioso apologo.
    E sono interessato al tuo discorso di fondo:
    l’uso di linguaggi supponenti, a volte apparentemente specialistici, spesso truffaldini, nonché le relative applicazioni.
    Parte del giornalismo italiano ne ha colpa, quando si aduggia in formule politichesi, burocratichesi che paiono alte, ma sono basse, e spesso nascondono il vero, cioè la chiara informazione.

    Ci ho messo un po’ per capire che erano i mutui subprime, ad esempio; per giorni i giornali ripetevano la frase:
    Crisi a causa dei mutui subprime.
    Nessuna chiara informazione, ripetizione di notizie di agenzia. Dopo una settimana ho trovato spiegazioni sul web.

    MarioB.

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  6. fabry2007

    ogni studio sul linguaggio è benvenuto, Paolo. mi diverto a decostruire il telegiornale, ad esempio: si scoprono ammassi di luoghi comuni, girandole di parole vuote, strutture che nascondono un’invincibile incomprensione delle cose. i servizi più chiari sono quelli, immancabili, sugli animali: sarà un segno? l’obbligo di finire il telegiornale con uno o più servizi sugli animali è una triste dimostrazione della rinuncia ad utilizzare in maniera consona la dotazione cerebrale. non per gli animali, ovviamente, ma per gli uomini strumentalizzatori di sentimenti ed emozioni. i linguaggi del lavoro sono spie di un fenomeno dilagante a tutti i livelli, che spinge inesorabilmente all’imitazione. i fessi, naturalmente.

    “circonvenzione di incapace, loc.s.f. TS dir., reato commesso da chi induce un soggetto, ritenuto incapace di intendere e di volere, a compiere un atto contrario alla legge che comporti un qualsiasi effetto giuridico dannoso per lui o per altri” (De Mauro).

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  7. paolocacciolati

    Eh, Fabry, sui linguaggi dei telegiornali c’è da scriverci enciclopedie.
    Fateci sapere com’è andato l’incontro a Roma.

    Ciao

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  8. Blackjack

    Il post non fa una grinza e la formazione è trasformata, sempre più frequentemente, in una rete per pescare gli indifesi. Ecco, forse l’unico termine che modificherei è ‘fessi’. Spesso la necessità genera ‘fessi’.

    Oppure genera truffatori e non c’è truffa peggiore di quella camuffata da ‘formazione’; quella che approfitta dei bisogni e della buona fede della gente. Nessun campo ne è esente.

    Dovrebbe essere un dovere morale, per chi ne ha la possibilità, smascherare i truffatori della ‘formazione’.

    Blackjack.

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