La soluzione del problema

di Fabrizio Centofanti

C’è stato un periodo, dopo L’11 settembre del 2001, in cui s’era diffusa una specie di panico relativo a possibili aggressioni, attentati, azioni di violenza a opera di terroristi legati all’islamismo. Io stesso mi sorpresi a guardare alle mie spalle, mentre prendevo la pisside delle ostie consacrate dal tabernacolo provvisto di una superficie riflettente. Nelle messe in cui partecipavano i poveri da noi assistiti, se uno di loro si portava le mani alla cinta o compiva gesti simili, temevo si lasciasse esplodere all’interno della chiesa.
Lo stesso valeva per i mezzi pubblici e per i contesti in cui erano presenti assembramenti di persone.
Da allora, sono cambiate molte cose. Entrato nel cuore della profezia, certo di assistere a rivolgimenti epocali che metteranno in ginocchio il mondo intero, pronto ad aggrapparmi alle ali della Provvidenza in una sorta di film d’azione, non mi sono mai sentito tanto sicuro e tanto in pace.
La fede è un paradosso perché lo è la vita: la amiamo ma dobbiamo morire, siamo fatti per lo spirito ma ci attrae la carne, siamo pensati per solidarizzare e ci facciamo la guerra.
Comprendere la nostra condizione significa guardare in faccia queste e altre antinomie, che rimangono lì, anche negandole.
Se il mondo non fosse pieno di contraddizioni, potremmo pensare di cavarcela da soli. Il rompicapo, invece, ci costringe a ricercare altrove la soluzione del problema.

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