Ragionamento intorno a un titolo

Cominciai a pensare per divertimento a dei racconti liguri una trentina di anni fa, questo per dire che lo feci prima di sapere che nella vita avrei passato un gran mucchio di tempo a scrivere e a pensare a cosa scrivere e a leggere cosa avevano scritto altri che avevano passato molto tempo a scrivere. Mi trovavo in Sud America, sulle rive di un lago, nella cittadina di Carlos Paz, che dista una ventina di chilometri dalla città di Cordoba.

Una volta, vagando, perché questo si puó dire fosse il mio vero offizio in Argentina, conobbi uno scrittore che poteva avere la mia età ora. Era uno scrittore di racconti. Qualche anno prima era stato in Europa per cercare materiale per un romanzo, e al ritorno oltre pozzanghera, s’era stabilito sulle rive del lago e aveva cominciato il suo romanzo europeo. Aveva finito per buttar giù ottantadue incipit di romanzi e poi ne aveva annegati ottanta nelle acque del lago. Lessi i pezzi superstiti, erano racconti de puta madre, gli dissi, e tradussi il più corto, che in seguito sarebbe uscito su una rivista ligure. Incontravo lo scrittore ogni giorno al lago, verso una cert’ora pomeridiana, io su quel lago ci vivevo, ci facevo lo stupido, ci dormivo, ci scroccavo le grigliate, lui ci veniva a fare il bagno una mezz’ora e poi se ne andava.

Un giorno mi invitó a casa sua a cena. Era sposato e padre di un paio di morocitos che gli scarabocchiavano fogli e libri. La moglie ci serví milanesas e papas nel patio, e vino mendozino a volontà. Credo che stessero bene, forse la famiglia di lei possedeva delle case, dei campi e avevano qualche manente che conduceva l’azienda. Mentre si digeriva, immersi nella brezza del lago, lo scrittore volle che gli parlassi della mia terra. M’accorsi che non avevo mai raccontato la Liguria a nessuno, forse neanche a me stesso, e la prima cosa che feci fu di parlargli di cosa non aveva quella terra, laghi ad esempio non ce n’erano, quello che noi chiamavamo lago era una pozza piena di serpie e rane, e gli dissi che non c’era nemmeno il mare in Liguria, cioé sí che c’era, ma dal fondovalle non si vedeva, bisognava salire in cima alle terrazze, dove non crescevano che ginestre, e allora in fondo alla vallata, dove finiva il torrente, non si vedeva niente, e quello era il mare. Naturalmente non c’erano donne, gli dissi, ed era la verità, per metter la mano nei raggi a una donna bisognava aspettare l’estate che scendessero le tedesche. Gli dissi che non sapevo cosa ci trovavano di tanto bello, forse solo il clima, ma la mia terra era una terra molto frequentata da tedeschi, inglesi, olandesi, che si portavano appresso tante figlie, mogli, cugine. Gli parlai di com’erano gli ulivi e di come andavano profonde certe vallate, di come si snodavano le mulattiere, di torrenti secchi e di scogli affioranti, e dopo un po’ m’accorsi che nell’abbandono gli stavo raccontando di cose che non mi credevo neppure io, e che quella non era la Liguria che ricordavo, ma ad esempio gli stavo parlando di un bosco di ulivi che visto da lontano era un tappeto di muschio azzurro, e di valli che assomigliavano a casse toraciche, di costoni dai quali con le alluvioni s’era staccata la terra e ora si vedevano le rocce liscie e nude come uno s’é fatto un’idea di come debbano essere nude le scapole di una scimmia. E gli descrissi mulattiere che fungevano da spine dorsali di grandi bestie sdraiate, e poi di enormi scogli rigonfi e affioranti anch’essi dalla terra e pieni di lichene che da bambino avevo deciso fossero schiene di balene chiazzate dalla flora o devastate da malattie cutanee. Gli parlai d’altre cose liguri terribili che ora meno male non ricordo più.

Il pomeriggio seguente, e tutti i pomeriggi, fin quando non trovai un po’ di soldi per vedere come ci si stava a far poco in Cile, rividi lo scrittore, nuotavamo nel lago e poi ci stendevamo sulle rocce di Carlos Paz. Allora sapevo che mi avrebbe chiesto di raccontargli altre storie liguri. E cosí io, come di una cosa che non esisteva ancora ma di cui ero già sicuro, come di un nascituro si decide da tempo un nome, io realizzai che a quei racconti avevo già dato anche un titolo. Gli dissi: si chiameranno Los cuentos de una Liguria sucia. I racconti di una Liguria sporca. Bien tanito – mi chiamava cosí – es un titulo barbaro. Ma perché sucia, volle sapere. Cosí, risposi. Forse perché in Liguria vivevo in un posto dove in quel tempo la spazzatura si gettava all’ ingresso e al centro del paese, forse la ragione era quella, gli spiegai. In realtà mi sembrava troppo un bel titolo per non usarlo. Ecco tutto.

Dopo un anno tornai in Europa e i racconti li scrissi davvero. Naturalmente i racconti della Liguria sporca rimase per molto tempo il titolo da dare alla raccolta. E anche in seguito, man mano che aggiungevo un racconto o ne toglievo un altro, il titolo in testa non cambiava mai, la Liguria sporca. Finché un giorno, un amico che scriveva grandi romanzi e poesie non mi regaló un libro che si intitolava Habana sucia, l’Avana sporca di Juan Pedro Gutierrez, bello, pieno di luce e di Caribe. Era chiaro che dovevo trovare un altro titolo.

Fu allora che intoppai nel titolo che non ho ancora in mente.

Un pensiero su “Ragionamento intorno a un titolo

  1. fabry2007

    trovare il titolo è davvero la cosa più difficile, Marino. si rischia di aver fatto tutto e di arenarsi su quest’ultimo gesto: non bisognerebbe accontentarsi di un ripiego, ma quando ne hai trovato uno che ti piace, quasi sempre ti regalano un libro con quel titolo lì.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *