Per chi giace in galera perché ha protestato, contestato, urlato; perché non si è allineato, ha parlato, ha fatto satira, ha alzato braccia e cartelli; per i monaci buddisti e i manifestanti incarcerati, deportati e uccisi in Birmania:
Nazim Hikmet
Lettera dal carcere a Munevvér (1948)
Benvenuta, donna mia, benvenuta!
certo sei stanca
come potrò lavarti i piedi
non ho acqua di rose né catino d’argento
certo avrai sete
non ho una bevanda fresca da offrirti
certo avrai fame
e io non posso apparecchiare
una tavola con lino candido
la mia stanza è povera e prigioniera
come il nostro paese.
Benvenuta, donna mia, benvenuta!
hai posato il piede nella mia cella
e il cemento è diventato prato
hai riso
e rose hanno fiorito le sbarre
hai pianto
e perle son rotolate sulle mie palme
ricca come il mio cuore
cara come la libertà
è adesso questa prigione.
Benvenuta, donna mia, benvenuta!
***
Mary Norbert Korte
Una lettera a Berkeley: 8 luglio 1968
Ascoltando
Le tenere sicurezze della mia cella
Conosco la voglia
Di dirvi com’è
Con anarchici
Che afferrano
Dentro i legami
Della sacra legge
Il bisogno di gridare
SONO/QUI
O aspettando d’esser libera
Stanotte stanotte
Inaridita col mio
Sangue tuttora represso
Morirei con te
Caduca in una santità
Le cui statue scolpiranno
La carne delle
Mani nere-brune-rosse
Questo velo sulla mia testa
È una bandiera nera
Appesa
Nelle tenere sicurezze della mia cella


Trovo stupenda la poesia di Hikmet. Meglio di tutto però sarebbe evitare che gli innocenti che reclamano solo libertà e giustizia (parole di cui noi ignoriamo il peso) finiscano in carcere o vengano perseguitati. L’amore può tutto, certo, anche trasformare una cella in paradiso, ma solo per un attimo di poesia.
Grazie, Mauro
“…i monaci, da sempre parte rispettata e importante della società birmana – e tanto più in un paese governato dalla censura, dove il monastero è anche scuola e luogo di confronto. Ora i monaci buddisti esercitano il loro «ruolo morale» sfilando nelle strade, facendosi microfono di un’intera popolazione, chiedendo democrazia e dialogo.
Hanno calibrato bene i loro gesti: nei loro cortei hanno toccato prima la residenza di Aung San Suu Kyi, simbolo di unità, poi l’ambasciata cinese, perché il sostegno di Pechino è indispensabile alla giunta militare. Finora il mondo è rimasto indifferente a quanto succede in Birmania, nascondendosi dietro l’ipocrita formula del «dialogo costruttivo» (è il caso del’Italia). È stato necessario vedere il sangue nelle vie di Yangoon perché le potenze mondiali uscissero dall’apatia. Ora risuonano parole indignate, si riunisce il Consiglio di sicurezza dell’Onu, si parla di condanne. Bene: bisogna che la Cina usi la sua influenza sulla giunta militare birmana. (Marina Forti – da il manifesto del 28 sett 07)
Doveroso. Bellissime le poesie (un capolavoro quella di Hikmet).
Sembra una preghiera…
Bellissimi anche questi:
‘Morirei con te
Caduca in una santità
Le cui statue scolpiranno
La carne delle
Mani nere-brune-rosse’
VIVA per sempre, per sempre VIVA la LIBERTA’!
certe poesie hanno bisogno di poco per essere belle. è quando c’è qualcosa che parla al di sotto di esse e le riempie di un’energia semplice, una purezza che può nascere solo dal dolore e, finalmente, canta.
grazie, Mauro.
la poesia a volte riesce ad aprire orizzonti di bellezza anche dove non sembrerebbe possibile.
grazie
elena f
e non dire le solite banalità buone per tutte le stagioni e per tutti i post una volta tanto anche pure
Califfo: ma chi?
la solita pletorica pleonastica elena f.