Sono qui. La saletta è pronta. Si trova giusto al disotto di una delle più antiche librerie in città.
Per accedervi, si devono scendere delle scalette, buie. La mia, personale discesa all’inferno.
Stasera darò in pasto il mio lavoro. I miei risvegli all’alba, alla luce fioca dell’inverno, le notti, di ritorno dal lavoro, chino sul pc portatile, la luce bassa del salotto, nella mia grande casa vuota.
Verranno in molti, mi ha rassicurato Marzia, una press-agent che la casa editrice ha eletto mio angelo custode, almeno per tutta la durata del tour. Dopo di che, ciao Marzia, tu e le tue unghie curatissime, e quel difetto palatale, che ti fa sembrare, di più al telefono, la nonna di quella che legge il bollettino per i naviganti alla radio. Si, ciao Marzia, le dico non appena nella sala, ancora vuota, mi sorride mentre è assorta sulle sue carte, gelosamente custodite in una valigetta Louis Vuitton, che le sarà costata un occhio, a quanto ho sentito remunerano il suo lavoro.
Senti l’ebbrezza dell’evento, eh ? Mi dice con il suo italiano asettico, dovrà farmi da spalla, nel circo di stasera. Un copione abusato, cerimonioso, come si conviene a chi ha l’ingrato compito di moderare.
Le rispondo con un cenno della testa. Non ho nemmeno la forza di emettere una parola, mentre tento di tenere a bada, ricorrendo a tutto il repertorio di tecniche zen di cui dispongo, un’ansia strisciante che si è impossessata di me, già appena sceso all’aeroporto. Non amo questa città. Questa è la Sua città, e in genere sono solo brutti ricordi quelli di cui è capace fornirmi. Il pensiero che possa presentarsi in sala, proprio mentre magari sto finendo di rispondere a una di quelle domande che ti fanno girare i coglioni, mi terrorizza. Non ho voglia di vederla, e insieme, si.
Nel traffico, sprofondato nel sedile di dietro del taxi, mentre avanzavamo con passo lentissimo, tagliando come una lama nel burro, il traffico ingessato del pomeriggio, per le vie del centro, mi sono trovato, in modo un po infantile, a cercare il suo volto dai riflessi delle vetrine dei negozi, delle donne con una fisionomia simile alla sua. Un’operazione da aspirante suicida. Come quella di un adolescente che manda sms alla radio libera di turno per tentare di rintracciare quella ragazzina bionda con le trecce, si, proprio lei e nessun’altra, ignaro della difficoltà dell’impresa, per non aver saputo prendere l’iniziativa di approcciarla, che so, magari sull’autobus, in un vagone della metro, dentro qualche media-store, prima che quel miraggio sparisse nei ventre della città, condannandolo ad una ricerca vana quanto disperata.
Marzia mi guarda, efficiente. Ha uno sguardo cosi inespressivo che a volte ho il dubbio che sia naturale. Che celi la capacità di leggermi nei pensieri, anticipandoli, se del caso, come devono averla abituata a fare, per ricoprire la mansione che occupa. Stasera, come da contratto, dovrà dare in pasto il mio lavoro ad una platea messa su a colpi di telefonate, fax, e-mail di conferma che altrimenti sarebbe stata bene altrove, chi a sentire musica, chi a passeggiare, chi semplicemente a fare un cazzo d’altro.
Ho sete, le dico. Esco dalla libreria e l’aria venefica dello smog, sebbene sia una zona a traffico limitato, mi avvolge. Per qualità, mi trovo a pensare, non è dissimile dall’aria che sento girarmi dentro. Entro nel bar, attendo che la folla di turisti lasci libero il banco ed ordino ad una ragazza carina, avvolta in un grembiule più grande di lei di un paio di taglie, un te freddo. Scendo nel bagno, è dall’aereo che ho bisogno di pisciare e il piacere che mi provoca l’aver svuotato la vescica, mi regala qualche attimo di benessere. Torno su e mentre assaporo il gusto di limone nel lungo bicchiere freddo che contiene il te, ritrovo la forza di sorridere ad un gesto gentile della ragazza. Cosa voglio di più ? Sono nella capitale, stasera saranno tutti qui. Marzia ha fatto un buon lavoro. Ci sarà un sacco di gente. Sono riuscita a farmi dare conferma da questo e da quello. Viene anche quest’altro, ho dovuto insistere, ma siccome mi deve dei favori, alla fine ha accettato. Il parterre è assicurato. Il gotha della critica letteraria della nazione, per una porzione di tempo limitata, al mio cospetto.
Vecchie mummie davanti alle quali, in tanti mi hanno suggerito di strisciare, di inviare le mie penose lettere di accompagnamento, per validare la mia fatica. Darmi uno straccio di possibilità di emergere dalla palude di buon artigiano della parola per entrare nel loro empireo, dirmi sodale.
Stasera è la mia sera, mi dico. Saluto ed esco. Passo vicino ad una cabina telefonica. Due zingare stanno litigandosi il magro bottino di un pomeriggio passato a chiedere elemosina alle auto in sosta al semaforo.
Mentre mi gusto la scena, il conflitto dei colori coi quali sono vestite, le loro collane pacchiane, l’occhio mi cade dall’altra parte della strada, giusto di fronte alle vetrine della libreria, dalle quali campeggia, messo su come tanti mattoni a comporre una piramide, il mio libro, la mia creatura. No, non può essere lei quella donna di spalle, circondata da un gruppo di persone. Certo, le somiglia, ma questa mi appare più grassa.
D’accordo, sono anni che non la vedo, ma non può essere lei, non era cosi.
Il verde per i pedoni arriva dopo un tempo interminabile. Un tempo fatto di ricordi. Il mio personale letto fatto di chiodi dritti e vetri spezzati, sui quali mi risolvo a compiere lunghe passeggiate quando ho quel qualcosa dentro che mi porta a sentirmi cosi. Come uno scemo. Perché ho voglia di soffrire ancora ? Cosa devo farmi capitare ancora ? I lunghi mesi passati nella casa di cura. “Forte esaurimento” hanno scritto pietosamente i medici sulla mia cartella clinica. Lo sapevano tutti che invece ero li per disintossicarmi. Succede a tutti gli artisti, mi diceva lei, a rincuorarmi. E’ una delle poche sue frasi che ricordo. Per il resto, il suo bagaglio, del peso di un macigno, era fatto dei lunghi pomeriggi a fare sesso trascorsi nella casa dei suoi, al mare. Il sole che filtrava dalla serranda socchiusa….sai, i vicini, sorrideva imbarazzata, disegnandole il volto a tempo, col passo delle stecche di luce della finestra. Polaroid, nulla di più, forse, solo, ancora, l’odore della sua pelle, subito dopo, intriso dei nostri umori. Qualcosa di molto ben stampigliato, come in rilievo, in qualche piega mal riposta dei miei corridoi neuronali, e Jiimi Hendrix che da una vecchia musicassetta, nel radione dimenticato per nove mesi l’anno, salvo i nostri lussuriosi intermezzi, sul comodino della sua camera da letto, cantava Red House come raramente hanno saputo rifare gli altri.
C’e’ sempre qualcuno che crea, e gli altri gli vanno dietro. Che poi era il succo del pensiero anche del mio editor, a magnificare il lavoro di limatura, cosi l’ha chiamato, del mio lavoro.
Attraverso la strada facendo attenzione a porre il passo sulle strisce bianche. Che hai fatto, oggi ? se me lo chiedono glielo dico, ho giocato a campana sulle strade del centro di Roma. Giuro che gli rispondo cosi, a chi dovesse chiedermelo.
E’ lei. Ci guardiamo come due relitti adagiati nello stesso capannone, in disarmo, di un cantiere navale. Un gioco di sguardi, gli oblò dai quali gli abissi che abbiamo entrambi vissuto per tutto questo tempo, a rendere impossibile qualsiasi altra parola. E’ lei. Deve aver saputo.
Un rapido cenno della testa, poi la supponenza, l’orgoglio, una rivincita dal sapore amaro, e per questo mal trattenuta, come l’impeto di pietà che deve prendere il cacciatore quando si appresta a finire la sua vittima, ferita mortalmente, ma ancora viva, subito ricacciato indietro in ossequio ad un gioco di ruoli. Lo sparo.
Entro nella libreria. Riscendo le scale al contrario.
La saletta è gremita. Gente di tutte le età si accalca sulle poche sedie disponibili. I più giovani incrociano le gambe e si sistemano a semicerchio, per terra, davanti al tavolo sul quale Marzia, amante della scenografia qual’ è, non ha mancato di sistemare un vaso con una manciata di rose arancione.
Cominciamo. Marzia inizia a parlare. Non è la prima volta che la sento dire di me cose che chi mi ha letto ci metterebbe la metà del tempo a capire. La sento dire frasi come “tutta la disperazione provata dall’autore, sulla sua viva esperienza, trabocca dalle pagine di questo libro”. E’ un’artista che pratica molto bene i territori dell’enfasi, ma entrambi siamo consci che sta dipingendomi migliore di come realmente sono.
E’ una scommessa, aveva detto il suo capo, la prima volta che mi mandò a chiamare, ma a me piace giocare.
Un gioco, cristosanto, è tutto un gioco. I critici pavonescamente infilati nei loro abiti griffati, le gambe accavallate a sottolineare, insieme ad un due per cento di dovere professionale, anche una esibita indifferenza. I loro calzettoni dissonanti, le camicie bottom-down, sapientemente scollate. Poche le cravatte, fra gli astanti.
Il mio lavoro, in pasto a voi, signori.
Cominciano le domande. Rispondo automaticamente, gigiono. Prendo a prestito frasi lette su libri altrui, capaci di rendere effetto. Prendo pause, mi accaloro. Sono l’animale che ha combattuto il demone, e l’ha tradotto su carta, ecco cosa. Poi, la guardo. Il mio sguardo, attratto come un magnete dalla forma perfetta del suo seno, che si intravede da una coraggiosa scollatura. E’ la ricerca di una conferma al proprio grado di appeal, ora che abbiamo superato gli anni anta ? E sarà rifatto o è ancora il suo ? Parlo di capitoli, personaggi, sottolineo delle battute con una risata, come a cercare l’applauso, ma l’unico spettacolo degno di questo nome, è il tuo sguardo, curioso, attento, a tratti complice. Lasciami indovinare, ti starai chiedendo se per caso ho pensato a te, nel tratteggiare la figura della protagonista femminile della mia storia ?
E questo ti compiace, vero ? La rabbia, sul ring nel quale combatte col rimpianto sembra avere il sopravvento, e sento di volertela negare questa soddisfazione postuma. No, ma anche se lo negassi, tu non ci crederesti. E faresti bene. Perché sai che è cosi. Devi averlo già letto il mio libro. Devi aver letto anche gli altri, usciti prima presso piccole case editrici. Adesso il mio nome campeggia nelle vetrine, lo trovi nelle riviste per donne che devi trovare sui divanetti del tuo parrucchiere, forse te ne sarai compiaciuta con qualche amica.
Perché mi guardi cosi ?
Cominciano a chiedermi delle mie esperienze. Le domande si fanno incalzanti. Manca un riflettore puntato sugli occhi e un appuntato chino sulla tastiera di un pc, intento a mettere a verbale. Sono stanco, Marzia se ne accorge, propone una pausa. Si alzano un pò tutti, dal religioso silenzio di prima, la saletta si satura ben presto del vociare di tutti. A gruppi si incontrano, si stringono la mano, si presentano. Occasioni come queste sono teatro di rapide pacificazioni, da attacchi reciproci dalle colonne dei rispettivi giornali. Una fauna che si annusa, si struscia, si riconosce. Parlano in codice, lo slang degli addetti ai lavori. I ragazzi ridono, qualcuno senza imbarazzo si avvicina, sebbene Marzia abbia promesso che succederà alla fine, col volume aperto e una penna in mano per una dedica anticipata. Scrivo di getto, chiedendo, volta per volta, i loro nomi. Lucrezia, Sabina, Alessia e poi ancora Luca, Francesco Saverio, Giancarlo. Ragazzi che leggono. Leggono le cronache di un resuscitato. Chissà cosa ci trovano ? Sul serio. Ma perché non si dedicano ad altro ? Questa mania per la sfiga, quasi ad esorcizzare le loro adolescenze edulcolorate appena finite e giudichino necessario questo lavacro nel male, per dirsene poi, come per contrappasso, liberati.
La cerco, la folla si accalca, qualcuno ride ad alta voce. I camerieri del catering girano coi loro vassoi facendosi largo a stento, fra le sedie e le persone. Profumi, profumi di tutte le specie. Dolci, agrumati, persistenti, leggeri. Cerco il suo. Cerco quell’inconfondibile nota impressa nelle mie narici, e da qualche parte, su nel cervello. Qualcosa che associo al concetto stesso di felicità.
Lo trovo. Come un cane sulla pista di una traccia. La raggiungo, è di spalle. Mi fermo. Di colpo, ancora la paura. La paura che transita, indisturbata, come un’anitra in un laghetto, non c’è nulla di strano, mi è famigliare. A me la scelta di spararle, nascosto da un canneto, o di andarmene, lasciandola padrona indisturbata del campo.
Marzia richiama tutti, ci sediamo. Guardo l’orologio. E arrivo. Arrivo alla determinazione che da qui a dieci minuti in questa sala dobbiamo restare soli. Soli io e te, amore mio. Soli a non doverci dire niente, che per tutto il resto abbiamo il tempo che vogliamo. Soli, senza tutta questa gente, alla quale le sorti della mia esistenza stanno a cuore quanto quelle di una lumaca spiaccicata per sbaglio, durante una passeggiata su un prato, subito dopo la pioggia. Ho trovato il modo per farlo. Mi decido.
Prendo la parola, e con sorpresa di tutti, mi avvento contro i critici, li copro di insulti, rovescio, nel breve volgere di qualche minuto, tutto l’astio che mi pervade, tutte le umiliazioni subite, e le cazzate cosmiche con le quali hanno stroncato autori a me cari, il mio stesso lavoro. Marzia mi guarda allibita. Nel repertorio dei suoi comportamenti preimpostati, questa, dev’essere una variabile non programmata. La paura, adesso. Ecco cosa le leggo negli occhi, niente Louis Vuitton, mia cara, tornatene a Tolfa, spenderai di meno e sarai felice lo stesso con una borsa fatta dalle mani di ex mandriani. Si alzano, qualcuno prova a replicare, ma insisto. Me la prendo col mercato editoriale. Marchette, marchettari, li apostrofo fra gli sguardi increduli dei più giovani, le prime signore abbandonano la sala. Avrò fornito loro materiale, per i loro dialoghi vuoti, per le loro telefonate-reportage che faranno a sera, alle amiche, quando i loro mariti, stanchi di esser stati tutto il giorno a produrre reddito, le trascureranno alla grande, gingillandosi in HD coi loro bei telecomandi in mano. Rumoreggiano, il rumore delle sedie che si spostano di colpo, senza grazia, come i loro culi pachidermici che si sollevano come in un numero da circo, all’unisono, nascondendo le loro calze costose. Marzia è impietrita, affonda il viso fra le mani. Non dice una parola. A poco a poco, come guidati da un pifferaio magico invisibile, si accalcano sulle scalette per abbandonare la sale. Qualche studente ride, divertito, incapace di credere se si sia trattato di un numero organizzato o di un mio personalissimo delirio.
Restiamo soli. Guardo l’orologio. Sette minuti e trentasei secondi.
E’ mio ? dice prendendo una copia del libro rimasto sul tavolo.
E di chi altri ? Le dico, abbracciandola come se fosse la prima volta.

Avendo ben presente la tua inesauribile vena surreale, quando ho letto questo racconto sono rimasta molto colpita dall’amarezza e dalla dolcezza che lo percorrono. La vena nostalgica, la speranza che non tutto sia perduto, il desiderio che, malgrado il tempo, i sentimenti rimangano immutati, il profumo (un’affinità. Anche per me i profumi portano con sé universi interi): tutto ciò mi ha emozionato. A prescindere dai contenuti della storia, è stato proprio il tono a essermi rimasto impresso. Forse perché ti conosco e perché, evidentemente, quel che scrivi non finisce mai di sorprendermi.
quando leggo dei sentimenti
prevaricare qualsiasi contesto,
allora riesco a sentire l’odore, prepotente nelle narici,
di una felicità che credevo perduta…
Marzia, pocaccia miseria, sono proprio come te. Peggio. Mi è capitato di farli questi bei colpi di testa.
Come ci si sente bene. Che bello il rumore della frittata. Olè, l’ho fatta.
Poi – inesorabili – le conseguenze…
hai reso egregiamente l’idea, Clet. togliersi una soddisfazione, ogni tanto, fa bene.