IMAGO MULIEBRIS di Valter Binaghi

foemina

Una volta una donna mi ha detto: non mi toccherai nemmeno con un dito, ma ti do il permesso di sognarmi. Lei non sapeva a quale amoroso supplizio mi condannava.
Naturalmente io dapprima in sogno mi presi ogni libertà con le sue sembianze marchiate a fuoco nei miei sensi interni, disponendole a piaceri sfrenati. Sognai di ungerla d’olio come uno schiavo paziente, sciogliendo le sue membra fino a dissipare gravità e stanchezza e renderle tenere come carni di bimbo, e dopo saziarmi lentamente addosso a lei, solo del suo tepore, e riposare nel suo riposo, e anche sognai di fotterla bestialmente sul cofano di una BMW nera (quella di suo marito), e di sentirle pronunciare lusinghiere sconcezze sul mio conto, ma quando ebbi terminato il B movie del mio kamasutra da provinciale di mezza età, cominciò lei.

Come un abbozzo che si muove di vita propria e prende forma indesiderata, come un bolo di creta lasciato a riposare sul tavolo prende a contrarsi quasi contenesse un lievito di pensiero, l’immagine di quella donna cominciò a condurmi in territori diversi.
E man mano che vedevo allontanarsi l’ambiente familiare dei miei rottami diurni la sua figura avanti a me assumeva per la fuga di un attimo tratti di altre, e di un’altra età: vecchie fidanzate, semplici conoscenze o bellezze rimaste ignote, l’avventura con la tizia seduta di fronte, fantasticata per quattro fermate di metro. E risentivo di ognuna di esse il fruscio delle vesti e l’afrore, e ritrovavo in me l’acerbo desiderio del giovane, ma anche il bisogno lancinante di confidenza, di rivelarsi al cuore di lei come a nessuno e poi lo schianto di un rifiuto, subito con l’assolutismo tragico di un liceale. Bruciai al suo altare tutte le pagine invidiate ai poeti, e desiderai morire d’amore, per fare di lei quel Dio che la ragione mi nega.
L’avevo seguita carponi, come un cane che annusa l’estro della femmina, e mi ritrovai in una foresta di simboli. Quella donna che ormai era divenuta tutte le donne della mia vita e di quelle altrui, mi mostrò le sette potenze dell’eterno feminino, e come ad ognuna di esse l’Adamo esiliato chieda di essere restituito all’innocenza dell’amore, ma invano.
L’Uno si riflette nei molti, ma solo nel loro concerto, restando inattingibile in sè.
Sette spose ebbe Zeus, mi disse lei, sette volte dovette rapire un’anima al regno delle madri, per forgiare una reale compagna al suo governo, ma non fu mai niente più che un tiranno dei fulmini e delle tempeste.
E anche tu, mi ha detto, guardati: il tuo passato è una collezione di spergiuri, hai provato a rubare qua e là per rifarti un’anima: va bene caro, ma quella è solo la tua biblioteca. Troppo vecchio per Don Giovanni, hai seguito la strada di Faust, la magia delle spezie, le beauty farm dello spirito, è vero che vai ancora veloce ma sembri più un triciclo che un puledro. Una macchina ben oliata, ecco tutto, coi sentimenti ridotti a temperatura.
E’ il lato oscuro della Forza. Ti ricordi Darth Fener?
Ci vuole vita, per amare la vita, e non potrai averla con un trapianto.

Così sono giunto davanti a te, che porgi al mondo il frutto del tuo seno.
E sai che sarà sbranato, per ridare vita ai morti.
Ti saluto o Maria, piena di grazia. Io ti prego.
Restituiscimi un cuore di carne, e lacrime per piangere.

3 pensieri su “IMAGO MULIEBRIS di Valter Binaghi

  1. maria grazia

    ho la non poco turbativa impressione di aver sentito anche l’eco di ogni parola di questa esperienza fisiologicamente sovraumana

    maria grazia

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  2. Gaja

    Dalla carne allo spirito, per tornare alla carne. Sono parole evocative e intense, c’è tanta umanità, c’è l’uomo che soffre per la sua inadeguatezza e cerca risposte, e per averle si rivolge alla Donna. Grazie, Valter.

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