E’ con grande piacere che pubblico qui un estratto dal poema di Andrea Raos Le api migratori, che io ebbi il privilegio di leggere quando ancora era in formato e-book. Il lavoro è ambizioso e, a mio avviso, molto importante. Auguro ad Andrea il successo e le soddisfazioni che merita. FK.
Andrea Raos, Le api migratori, illustrazioni e copertina di Mattia Paganelli, Salerno, Oèdipus, 2007, € 10.
Il libro è ordinabile scrivendo a [email protected]
“La favola delle api” è già apparsa su “Il primo amore”, n. 2, settembre 2007, http://www.ilprimoamore.com/
II. La favola delle api.
Ma come è cominciato, che divisi?
Adesso è come sera, che mattina, cosa dicono, che buio:
Il farsi sciame delle api
è frutto d’apprendimento, non è innato;
è in seguito ad evoluzione
che si è inciso nel loro patrimonio.
Sfuggite a questo processo esistono tuttora, forse ignare,
api solitarie, relitti delle ère, che non sciamano.
“
Noi api siamo come gli animali
che nella preistoria erano agitati,
continuare continuare.
Ne ho visti, voler attraversare il mare!
Era quando non c’era niente sulla terra
e l’ape non aveva visto il fiore.
Noi api eravamo gli animali,
ci posavamo intorno uno ad una
quando lentamente scemavano i fuochi,
non per sciami,
una per uno,
perché non esisteva sciame.
La sera imitando gli animali
dovevamo riposare e come dormire.
Ma prima, dal crepuscolo e fino a notte piena
guardavamo i fiori che di notte si chiudono,
le lucciole che a notte, nel deserto, schiudono.
Che cosa sciamano dal buio al buio, volta del cielo che è tracciata, per finissime scie, per impalpabili.
All’alba siamo come gli animali:
non è un risveglio, è scatto
di paura per via del gelo della notte che l’oblio consuma
e richiamato dal tepore della prima luce
è gelo ricordato dal rifulgere
che l’oblio frantuma.
All’alba ci alzavamo in volo
perché alla prima luce era importante tornare a muovere le ali,
non lasciare che i corpuscoli di brina.
Era inverno, tremava, è malapena che traspare,
addosso al cielo, un disco bianco:
la notte era la luce e il sole era la luna, luce morbida, costante e mattutina, notte piena.
All’alba gli animali il gelo il volo
e dopo e successivamente, e dopo il volo
porta dove sono gli animali,
per crolli e diafasie,
per mia miseria,
è una distesa immensa, è mille ali che sciamava, sciame. Ma non di api.
E io non sciamo. Api era di movimento incessante,
di quelli che si riproducono per onde,
panico di fame.
È dove niente basta.
Ci sono ceneri che,
ali che non vogliono, non volano, perché il mondo, tremano.
È sempre così che urla la vita.
Urla sempre, la vita.
Così, è in questo nascere e rinascere,
in questo chiedere continuamente aiuto
che per masse, per sciame,
ciascuno dice «dico che io morirò. Che sciami.»
Ma io non sciamo. E intanto che come api, come fame,
osservavamo fare massa
gli altri animali e fare sciame,
e quale sciame per nutrirsi,
dove cibo, che lentamente cominciano a cedersi
per particelle, esofagi;
intenti a chiedersi, quando
e come arriverà, che traversando a banda, come api,
la pianura che non nutre niente,
non noi soli, non di sbando,
si riempiono di cibo,
ma mai abbastanza per vincere il peso dei giorni, la noia, i secondi;
intanto che le stringhe proteiniche
si preparavano a scindersi in infinitesimo,
che nel decadere e incidersi in pareti muscolari,
che mucose, calde, esplose,
miriadi di rose che decadono,
cedono, e non noi;
ora, orma,
si frammentano sui lati, cadono,
ruotano tra i fiori
non specie, siamo due;
non siamo, niente,
fiore, forma.
E non si forma niente in questo volo,
non c’è orma, non è aria, siamo in due
quest’aria smossa
che dolcemente e piano dalle nostre ali
cade accanto, ci separa dagli altri, dallo sciame
amara, questa aria, quanto amore che ti dico ora:
«Sei il meglio che potesse capitarmi, e tu lo sai.
Eppure è di materia dolorosa
che stridono le nostre particelle.
Ripetiamocelo giorno dopo giorno
intanto che piangiamo ancora,
intenti a chiederci se mai capiterà.
Invece io di pomeriggio,
e sera e favo,
e sono già lontano
da ciò che come vento, come vena, come viene;
sognati in pieno inverno i fiori al primo tempestarsi
e schiudersi, che smeraldi, che rami;
è lì che ti ho vista aperta di striscio, di strazio.
Vita che non tiene,
che un amore contiene
e passa in sogno intanto che, volati via, noi polline
polvere ci dice: non conta niente il come,
conta soltanto starti accanto.»
Lei trema con lo stoma, tenta con le ali, poi risponde:
«Io sono arnia, amore, sono arma.
Arma e arnia.
Arnia, arma.»
Si guardano volatili, amori
muti. Volati via.
Vibratili.
«Mio polline.»
«Molecola.»
”
Il tempo scorre per annunci indistinguibili
che accada infine quella cosa, una qualunque cosa,
vita dopo vita invano attesa
da ognuno in propria vita. Mai sciolte, strette bene
catene, crolli, disfasie: questo pianeta in cenere,
annuncio impercettibile di chissà che.

gran bel libro e gran utilizzo dello spazio-pagina. un poeta notevole.
un abbraccio
da curatore della collana non dirò nulla sulla poesia di Andrea, che vale in sè, è parola che si autogiustifica. Credo che la sua voce così pudicamente violenta – un assoluto naturale per dirla alla Parise – sia tra le più belle degli ultimi dieci anni. E credo anche che la distanza dalla periferia italiana gli abbia giovato. Ora dobbiamo e vogliamo lavorare perché Le api i e gli altri tre libri della collana abbiano finalmente una visibilità diversa e maggiore
“assoluto naturale” è l’espressione per Andrea; ho letto, e regalato alle persone più vicine, le api migratori con grandissimo piacere.
Versi di grande potenza evocativa,magnetici. Sono ancora incollata allo schermo.Complimenti all’autore e a chi l’ha postato.
abbracci
jolanda
Complimenti! Molto bella.
Blackjack.
E’ magnifico, semplicemente.
Franz
Un libro importante. Da non lasciar passare, assolutamente, sotto silenzio.
fm
Sfuggite a questo processo esistono tuttora, forse ignare,
api solitarie, relitti delle ère, che non sciamano.
Il mondo animale si conferma, qui, immenso serbatoio di metafore, e penso a Giampiero Neri. Ma qui vi è un tono epico, di remote epopee che ci risucchiano, da una nebbia di ere, fino all’aurora e all’arcano del nostro esistere.
Libro da leggere.
Giovanni
Grazie a tutti.
Andrea
meravigliosa
ho fretta di rileggerla e di rileggerla e di rileggerla, come uno sciame di lettere vive
fem
mah… vince ma non convince…