Preludio al sonetto

di Antonio Sparzani

il nonsense è una tappa essenziale nella ricerca della forma. E inoltre, nel nonsense si può scavare.

Non cosmo un tazio, non defello un stocco,
non respetto una ghidia impastroccata,
quando pollano i gari del malocco
e sciamano le scuffie all’impazzata;

dèsto si fila il malorete accosto
e si agghinda di appoppe perlinate,
ma senza vallio non gli vale il mosto
e le stanghe son fesse e sderenate.

Quando verrà, quando verrà l’ascessa
che manda un turzo a gellinare il bobo;
almen rimasse con l’appura dessa

e si sfatasse un po’ per il mar savio
che dirrine non fa, ma sente il lobo
drezzare per la gora con aggravio.

27 pensieri su “Preludio al sonetto

  1. francescomarotta

    Bellissimo sonetto, Antonio, stupenda la tenuta ritmica che sembra scandire il tempo dell’attesa di un senso e, contemporaneamente, affermare che l’unico senso possibile sia rintracciabile nell’armonica disposizione dei suoni, nella perfetta geometria delle scale che si rincorrono tra quinari e senari.

    Se posso permettermi, io scambierei la posizione, nel primo verso, tra “tazio” e “stocco”: e non solo per una più puntuale aderenza in rima.

    Complimenti.

    fm

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  2. lambertibocconi

    Senza offesa per l’abilità ecc., e riconoscendo vero quanto detto da Sparzani e Marotta, a me i sonetti non sense fanno l’effetto che averne letto uno è come averli letti tutti, vale a dire che mi sembrano tutti uguali e molto “gioco”. Infatti ne ho già letto uno, e di chi mai sarà, quello riportato in genere nelle antologie. Che ne pensate? Cioè…

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  3. cf05103025

    A me mi ha divertito parecchio
    e pure a mia figlia qui presente che sentenziò, purtuttavia:
    Poi….dopo un po’, stufano.

    Debbo dire che ho provato una certa paura per lo sciamare delle scuffie all’impazzata, cioè, essendo un visivo, me lo sono figurate qui intorno

    MarioB.

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  4. demetrio

    il problema del sonetto è che le quartine non quadrano, solitamente nel sonetto sono ABAB ABAB oppure ABBA ABBA; qui abbiamo ABAB e la seconda varia in CDCD (mi si potrebbe dire che sia la rima C che quella D sono assonanti rispetto alle rime A e B; ma la cosa non mi convince).Il sonetto parte con una intenzione: la maggiore attenzione al significante e al suono che dovrebbe essere centrale nel sonetto insieme al rispetto rigoroso della forma chiusa non sono presenti.
    Anche le terzine, che qui sono DED FEF, mi paiono lontane dai classici schemi presenti nel canzoniere ad esempio.

    d.

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  5. francescomarotta

    Caro Demetrio, pensi che “zuppa” se ci si mettesse, oggi, a riproporre il “modello classico”: un puro esercizio onanistico fuori tempo massimo. Meglio, come in questo caso, provare a “sgarrupàre”, almeno in parte, la struttura e i suoi rigidi meccanismi architettonici e ritmici: così, tanto per vedere “l’effetto che fa”. E se poi, attraverso una delle crepe prodotte nell’edificio, si intravede “qualcosa”, ben venga: è sempre una possibilità in più di non annegare del tutto nella marea montante di poesia usa e getta, ad uso e consumo dei famigli e dell’amico/a plaudente.

    Solo una mia idea, egregio, sia chiaro.

    fm

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  6. sparz

    caro Francesco, come puoi vedere, ho seguito il tuo consiglio (tazio stocco), era l’unica variatio – rima interna – che mi ero permesso rispetto allo schema classico, proviamo così e vediamo l’effetto che fa. Grazie, in ogni caso.

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  7. francescomarotta

    Grazie, Antonio. Intanto io riflettevo (non è che mi capiti sovente, ma in questa occasione era d’obbligo) sull’ “effetto che fa”. Vediamo…

    Diciamo che, letta e riletta più e più volte, mi si presenta come una “piccola (meravigliosa), metamorfica cosmofonìa portatile” (ah, m’ssiè Chenò! pardonnè muà, sil vu plè, ge vus an prì!).

    Immagina una dimora in forma di mano musicale; immagina le dita come tante aperture, visibili, di un ritmo segreto che si lascia solo intuire, e solo se uno afferra l’insieme della costruzione e lo costringe in un unico sguardo.

    Ecco: linee di un pentagramma dove le note sono sillabe sconosciute di un alfabeto tutto da decifrare: in attesa di un corpo (un “senso” possibile) che vi pianti il suo profilo, ne decodifichi le volute armoniche e renda la partitura udibile.

    Ma poi mi chiedo, anche: e se il “senso” che dovrebbe abitarlo fosse nient’altro che il corpo dell’inudibilità, il volto dell’assenza?

    E tutto ciò, a me pare, è cosa buona e giusta: mi piace assai, nevvèro.

    Un caro saluto

    fm

    p.s.

    Mi piacerebbe tanto leggere altre partiture del genere. Anche perché, e me ne sto rendendo conto praticamente da ieri, al di là del godimento estetico, hanno su di me un effetto disintossicante, ecologico e, dulcis in fundo, apotropàico. Il che non guasta. Anzi. Corrobora e tiene lontana la melassa.

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  8. listexxx

    on the rocks rio bravo ok corral sentieri selvaggi – qui cito; ottimo marinapizzismo eau de sauvage.

    al professore non far sapere quanto è buono il sonetto con le vere.

    saluti,
    rs

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  9. lorpat

    Il sonetto è bello, proprio bello. Ma perchè dovrebbe essere in attesa di un senso? A me, se devo dire la verità, fa un po’ impressione pensare alla poesia come a una specie di scodella da riempire. Il senso è un qualche cosa che venne prima di noi e che sarà ancora qui anche quando noi non ci saremo più. Il cosiddetto nonsenso non esiste e non è mai esistito esattamente come non esiste e non è mai esistito il silenzio. L’unica cosa che esiste di sicuro è la vita, e poi anche il mondo e la poesia (pensosa? spensierata?), per non parlare di quella buffa pretesa di avere sempre una risposta per ogni tipo di domanda.

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  10. francescomarotta

    Egregio Dott. Lorpat, se Lei ha la bontà, a tempo perso s’intende, di rileggere i miei commenti, si accorgerà che io non ho scritto nient’altro che quello che Ella ha sì mirabilmente, nevvèro, sintetizzato. Se fossi uno scrittore, Le chiederei di rappresentarmi ufficialmente, anche perché, come avrà notato, la concinnitas che la caratterizza non è assolutamente il mio forte.

    La saluto e La riverisco, cogliendo al volo, parimenti, l’occasione di omaggiare il (latitante) Dott. Sparzani.

    fm

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  11. sparz

    non ho capito bene chi sia latitsnte, ho persino modificato il sonetto per venire incontro alle lamentele marottesche, ancorché, come si sa, una cosa è cosmare un stocco e tutt’altra è cosmare un tazio, operazione di ben più consapevole complessità, per non parlare poi di cosa si deve mettere in piedi per defellare un stocco, non so se mi spiego. Col che certifico anche il mio totale accordo col prezioso commento del dott. Lorpat.

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  12. francescomarotta

    Caro Antonio, il “latitante” aveva (ed ha) un valore affettivo/affettuoso (non affettato), visto anche il contesto di tutta la comunicazione. Di solito vi si aggiunge un emoticon, per estrinsecare l’accezione in cui un determinato termine viene usato, ma a me questa “pratica” non piace, mi suona vagamente falsa e accomodante (non è un giudizio nei confronti di chi la usa, sia ben chiaro, solo l’attestazione di una mia “de-formazione”: credo, per principio, nell’onestà intellettuale di tutti coloro che scrivono e commentano: chi ha intenzione di offendere, in genere si denuncia da solo, a prescindere dalla quantità più o meno industriale di faccine sorridenti utilizzate).

    Detto questo, e ribadito che il suo sonetto mi è piaciuto molto (“lamentele”? perché mai?), alla prima occasione le offro un bicchiere, anzi due, magari in compagnia del nostro amatissimo “maestro”.

    La saluto, magna cum cordialitate et soavitate, sottoscrivendo in toto la sua chiusa: essere d’accordo col Dott. Lorpat è cosa buona e giusta. Ed è proprio per questo, tra le altre cose, che il “maestro” è grande.

    fm

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  13. enrico de lea

    bello ! penso alla “Gnosi delle fanfole” di Maraini da un lato e , dall’altro, ai nonsense così gravidi di un senso irrituale come i versi di Toti Scialoia.
    Certo, l’utilizzo della forma sonetto può rendere ardua l’impresa, mentre l’ottava si presterebbe (forse) più agevolmente alla gravosa e gratuita leggerezza del(l’inconsulto) verso.

    Rispondi
  14. francescomarotta

    Egregio Dott. Corsi, mi permetta, molto umilmente, di farle omaggio di questi versi recentemente scritti (o “sfritti”, come, a ragione, direbbero i miei avi) da una nota coppia di cabarettisti militanti in libera uscita. Sappia che:

    è il cor che mi spinge a cotal passo
    dacché citò la Strofa qui da basso.

    Ecco, sono tutti per Lei, direttamente dall’ultimo libro del famigerato duo, “(in)Family Day”:

    “…la mia fede è la tenerezza dei tuoi sguardi
    la tua fede è nelle parole che cerco.” (*)

    E’ in virtù di versi di tale spessore, tra l’altro, che Maria Strofa è grande.

    La saluto e riverisco. Ad maiora.

    fm

    p.s.

    (*)

    Se, di fronte a testi(coli) come questi, Lei si sta chiedendo come mai “costoro”, e la rispettabile (si fa per dire!) band che li accompagna, continuano ad opporsi ai Dico, alle unioni di fatto, etero o omosessuali che siano, ecco, nevvèro, sappia che me lo sto chiedendo anch’io. Rimarrà, comunque, lo temo, un mistero glorioso. Solo alla Strofa l’alto onore è dato di sapere.

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  15. francescomarotta

    Ah, egregio Dott. Mariobianco, che terribile esperienza deve aver vissuto! Non la invidio per niente, sa. Solo il pensiero che un essere umano possa trovarsi faccia a faccia con una strofa alla quale si è rotto l’ottonario, fa tremare le vene e i polsi, figurarsi de visu et de facto, poi!

    Chi sa che trauma! Spero solo che Lei non avesse sèguito alcuno, quel dia, e si aggirasse in solitario, per meglio parare il colpo eventualmente. Rabbrividisco all’idea che l’orrenda epifania possa essersi appalesata nel bel mezzo di una escursione familiale (me lo conceda, è per la rima) domenicale postprandiale!

    Mioddio! Quali rischi non si corrono battendo le strade e i viali dell’arte…

    Pensi (ma è solo per farla sentire meno solo con il tragico ricordo di cui ci ha dato versicolar ragguaglio) che la mia terza moglie chiese, e ottenne, il divorzio, solo perché un giorno, mentre compilavo la lista della spesa che lei amabilmente mi dettava, alla voce “zucchine”, me ne uscii con un “ma che splendida metafora, cara, mi ricorda tanto la tua amica…”. Apriti cielo!

    Riverisco e saluto, egregio.

    fm

    Rispondi
  16. mariobianco

    ero solingo, esimio dr. Marotta,
    e il detto Vicenzo mi ostentò un endecasillabo,
    io risposi con un verso scazonte,
    pensando di far bene,
    ma mi si oscurò l’orizzonte,
    che la strofa era infuriata
    e mi sparò sul naso una ballata

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  17. francescomarotta

    Tremo ancora più che prìa
    egregio Dottor Bianco

    e l’anima mi si fa frìa
    or duòlemi sul fianco

    E’ vero, lo confesso, glielo giuro
    l’avevo pur anzi immaginato
    dal giambo di trocheo bardato
    ch’era questione di scazonte puro

    fm

    Rispondi
  18. Antonio Sparzani

    ma che bravi cherubini
    che fan festa coi scaldini,
    per fortuna ancor non sanno
    che per scampar loro un danno
    alla prossima li arraffo
    con un’ode tipo Saffo.

    Ma Marotta, si lascia dare dello “slendido” ? (Accettato senz’altro e magno cum gaudio il bicchiere). A.

    Rispondi
  19. francescomarotta

    Se di slendido m’ha dato
    credo quello ho meritato:
    la sentenza del cartografo
    ti rimane come autografo

    mesci mesci un po’ di vino
    anche al Mario birichino:
    che al cospetto del maestro
    gli si affini pure l’estro

    noi brindiamo e salutiamo
    ma a dormire non andiamo:
    ci tiene desti la speranza
    che Saffo s’apra a cor di danza

    vi saluto e riverisco
    già lo vedo ed impietrisco:
    c’è il curato e da lontano
    ci guata col randello in mano

    fm

    Rispondi
  20. fabry

    Il curato, poveretto,
    vuole andare presto a letto.
    ma finora ha letto solo
    il Panella-Sasso e un duolo
    lo tormenta:
    riusciranno i nostri eroi
    a smontare il romanziere
    fino a farne di natale
    una strenna che dirozzi?
    la risposta a Genna e Mozzi.

    Rispondi

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