Una delle cose che più mi stupiscono e che non riesco a spiegarmi fino in fondo è la persistenza delle “idee perdenti”. Lasciatemi citare un paio di esempi.
Il fascismo crolla di fatto il 25 luglio 1943, sopravvive in rianimazione per venti mesi e defunge il 28 aprile 1945. Eppure qualche anno dopo rinasce, si chiude nel ghetto della nostalgia, e resiste per cinquant’anni prima di passare le acque a Fiuggi e convertirsi alla democrazia. Be’: da quando si rigenera come una specie di partito conservatore (e cioè l’esatto contrario del fascismo storico, che pretendeva di essere una rivoluzione), alla sua destra sono rinati partiti e partitini che propugnano il fascismo puro e duro.
All’estremo opposto, il comunismo è in debito di ossigeno dal 1961, quando è costretto a costruire un muro non per impedire agli altri di entrare ma per impedire ai suoi di scappare. Trent’anni dopo, Gorbaciov porta i libri in tribunale, l’URSS implode e l’impero collassa. Ma in Italia il PCI impiega anni a elaborare la fuoruscita ideologica. Nessuno vuole riconoscere di aver commesso il benché minimo errore. Al primo timidissimo tentativo di accostata alla socialdemocrazia rinascono prima uno, poi due partiti comunisti che, almeno dal punto di vista elettorale, campano sulla nostalgia.
Insomma, la società va avanti con la testa rivolta all’indietro. La sindrome è arrivata al punto che, qualche tempo fa, a “Otto e mezzo”, un ex comunista convertito e una ex comunista rifondatrice hanno intervistato un giornalista ex missino che ha scritto un pamphlet per rimproverare ai suoi ex camerati di aver dimenticato il patrimonio ideale del fascismo. Nella mia beata ingenuità ne ho ricavato la sensazione che l’unica cosa da fare fosse mandarli a quel paese tutti e tre. Fino a quando dovremo andare avanti a discutere dei patrimoni ideali di sistemi condannati dalla Storia? Non sarebbe ora di pensare a costruire dei patrimoni nuovi, visto che quelli vecchi sono morti e sepolti?
Macché. A questo mondo le cose non funzionano così. Per fare tacere le ideologie sconfitte ci vogliono secoli e nuove tragedie. Volete qualche esempio? Gli odii seminati da Mario e Silla avvelenano duecento anni di storia romana, fino a Ottaviano che seppellirà la repubblica. Tutto il medioevo è una strage in nome delle (false) legittimazioni del passato: aquile romane e donatio Costantini. Nel 1492 si arrende il califfo di Granada, ma ancora sotto Filippo II scoppiano rivolte dei musulmani rimasti nelle Alpujarras e sono anni e anni di guerriglia. Fra i partigiani degli Stuart in esilio nascono le logge massoniche di rito scozzese, ma i tentativi di insurrezione finiscono nel disastro di Culloden (1746). In Francia, in epoca repubblicana, da un lato si organizzano i camelots du roy e dall’altro i bonapartisti non si danno pace finché non mettono sul trono Napoleone III (con il bel risultato del 1870). A novant’anni dalla sua morte, in Austria e non solo, Francesco Giuseppe è più popolare di quando era in vita. I Paesi Baschi non sono mai stati indipendenti neanche ai tempi del Regno di Navarra, eppure la ETA riesce a mantenere un certo appoggio popolare, tanto minoritario quanto irriducibile.
Mi fermo qui, ma potrei andare avanti fino a domani mattina. Veniamo al nocciolo: non c’è causa persa che non trovi partigiani irriducibili. Ma, ammesso e non concesso che esista una causa “giusta” al 100%, se viene assodata l’assoluta impossibilità di tradurla in atto, che senso ha insisterci fino al punto di uccidere nemici e innocenti o di sacrificare la propria vita? Chi sogna la restaurazione di questo o di quello non si aggrappi alla logica o alla morale per giustificare il suo attaccamento a scelte perdenti. Piuttosto si assuma la sua responsabilità.
Perché la ragione, quando viene declinata in logica, in morale o in diritto, per non parlare della politica, arriva a distorcere il senso delle cose. Tempo fa, il Papa ha ribadito una vecchia tesi della Chiesa cattolica: il profitto è cosa lecita purché non ecceda una giusta misura, rimanga un mezzo e non diventi uno scopo. Emanuele Severino, il maggior filosofo vivente (con buona pace di chi non è d’accordo), ha subito scritto un articolo sul Corriere per dimostrare che, in fil di logica, se si chiede al capitalismo di mutare il suo scopo (e cioè di perseguire il profitto in quanto tale) gli si chiede di non essere più se stesso (e dunque il profitto non può essere definito cosa lecita).
Un economista potrebbe obiettargli che il profitto non è fine a se stesso perché serve alla formazione del risparmio e quindi agli investimenti. Ma Severino insisterebbe: gli investimenti hanno lo scopo di produrre altro profitto. Allora l’economista potrebbe spiegargli che gli equilibri economici seguono una logica di breve periodo (nel lungo periodo, diceva Keynes, siamo tutti morti). Ma Severino replicherebbe che la logica è formale, e non può cambiare. A questo punto l’economista gli offrirebbe un caffè e si metterebbe a parlare di calcio.
Ciò che mi lascia perplesso nel discorso di Severino è la fede (e sottolineo: fede) nella capacità della ragione di arrivare a conclusioni di valore assoluto. La sua argomentazione è logicamente inattaccabile, eppure lo vede anche lui che nella realtà delle cose il discorso di Benedetto XVI è molto più di buon senso. I filosofi, così come i nostalgici delle cause condannate dalla Storia, arrivano a sostenere le loro tesi in base a ragionamenti dalla logica irreprensibile (e infatti i nostalgici di tutti gli “ismi” sostengono sempre che la loro idea è crollata perché non è stata applicata coerentemente fino in fondo). Ma la Storia non premia né le visioni troppo radicali né le minestre riscaldate.
La mia speranza è che il terzo millennio riporti la ragione entro termini più umani, che ci consegni una valutazione meno fideistica del suo potere. Perché anche la ragione ha dei limiti e quando esce dal seminato fa guai.

Emanuele Severino, il maggior filosofo vivente
Se è vero, siamo ridotti malissimo.
Eh, potremmo anche aver ragione tutti e due, caro Valter.
12 dicembre 1969
Io li farei sedere a un tavolo di carte e la ragione sarebbe di chi vince, oppure un semplice lancio di una moneta.
Blackjack.
Sempre il solito, tu, Black! 😉 Affidi alla sorte (o alla legge del più forte: senti, ho fatto anche rima!) la scelta! Bacio!
In Italia ci devono essere delle imperfezioni genetiche perché ci sono 39 partiti. Più che in tutta Europa. Se fosse per essere governati meglio, sarebbe bello ma é il contrario. In Friuli, il presidente della regione Strassoldo che nessuno più vuole, neanche il suo partito, per via di una storia di bustarelle, vuole creare un nuovo partito…Sarà il 40mo:-)
Jaio
Avrei piacere di sapere cos’è che “ci tiene nel seminato” e, se non è un pretendere troppo, cosa, e quale, sarebbe il “seminato”.
Oppure, ma qui probabilmente si sfiora l’ardire”, in quale “-ismo” si iscrive la “lectio magistralis” di storia/economia/ideologia di cui sopra.
fm
Sarei anche d’accordo, se non fosse che i “termini umani”, come li hai illustrati tu, sono proprio quelli che hanno prodotto tutto questo, quindi c’è da augurarsi che il Terzo millennio conduca la ragione in termini non-umani.
Ezio
“Perché la ragione, quando viene declinata in logica, in morale o in diritto, per non parlare della politica, arriva a distorcere il senso delle cose” cosa vuol dire?
la ragione declinata in diritto, se ho inteso bene cosa significano qui “morale” e “ragione” è alla base di tutta la filosofia dell’illuminismo. E’ da lì che viene lo “stato di diritto”, o sbaglio?
Tanto per rimanere nell’ambito della “logica incomprensibile” mi fare che anche in questo post…
Invece secondo me il post di Ferrazzi è chiarissimo. Non contiene un assunto ma una domanda, suffragata da molti esempi che la rendono più che pertinente.
Perchè le cause perse trovano sempre un sostenitore?
La mia risposta è che la cosa sarebbe incomprensibile se l’ideologia avesse una funzione programmatica (un programma che non predice è sbagliato e si butta) ma diventa comprensibilissima se le si riconosce la sua funzione principale, che è identitaria.
Siamo quelli che, abbiamo i nostri simboli, i nostri morti.
Prendi il ’68: è stata la distruzione del capitale sociale della famiglia e dell’autorevolezza delle tradizioni, e spalancare la porta alla seduzione della merce e allo stupro teleguidato dei Reality Show. Ma loro, le formiche rosse, sono ancora lì con gli occhi luccicanti insieme a Capanna a tirare uova marce alle signore impellicciate alla Prima della Scala, in una serata umida milanese di quarant’anni fa.
Giovanni Amendola “Possiamo rallegrarci tra noi di aver tenacemente preferito la causa dei vinti a quella che avrebbe perduto le nostre anime… Basta sapere che tutto si muove per essere certi che un giorno la causa dei vinti sarà la causa dei vincitori. I figli ed i nipoti benediranno la memoria di coloro che non disperarono e che nel folto della notte più buia testimoniarono per l’esistenza del sole.”
Hannah Arendt: “la triste verità della faccenda è che la rivoluzione francese, che terminò nel disastro, è diventata storia del mondo, mentre lo rivoluzione americana, che terminò col più trionfante successo, è rimasta un evento di importanza poco più che locale”
Ernst Bloch: “Spero ergo ero”
Ci ho pensato un po’, perché chi fa domande ha diritto a una risposta. Ma dov’è la domanda? Qualcuno si irrita per la lectio magistralis (bontà sua), qualcun altro cita questo e quello (tra l’altro, con affermazioni quantomeno discutibili), qualcun altro ancora fa finta di non capire. Non sarebbe stato più semplice commentare “Non sono d’accordo e non ho neanche voglia di discutere”?
Signor Rferrazzi,
quella frase davvero non l’ho capita, le ho fatto anche un esempio della “ragione” declinata in diritto per chiarirle cosa intendo per ragione e per diritto.Bisognerebbe sempre ringraziare il lettore che, invece di fare mille altre cose, ha “scelto” di dedicare del tempo a noi. Comunque vista la sua insinuazione non sento il bisogno né di capire né di una risposta. Buone cose.
Anch’io ho domande…
Chi sono i vincitori, chi i vinti?
Cristo sulla croce è un vincitore o un vinto? E Santiago de “Il vecchio e il mare”? E Socrate che beve la cicuta?
Quando si apre il tribunale della storia? Quando si cominciano a fare i conti: chi ha vinto e chi ha perso? Chi dà il fischio d’inizio? E quello della fine? Ci si tiene aggiornati momento per momento? Oppure si aspetta la fine dei tempi? Oppure quali tempi?
Quali sono i tempi per dire che si è vincitori o perdenti?
Bastano i 20 anni del Fascismo? I 70 dell’URSS? I 2000 anni del Cristianesimo? I 2500 del Buddismo? I 4000 del regno dei Faraoni? Oppure gli oltre 165 milioni di anni in cui i dinosauri dominarono la Terra?
Quanto dura una vittoria? Quanto una sconfitta?
E le eclissi? Le incognite? Chi avrebbe scommesso dopo il fallimento dei moti del 1821 che l’Italia si sarebbe fatta? Nel 1700, quando le compagnie religiose erano sciolte, i gesuiti scacciati e i beni della chiesa incamerati dagli Stati, il cattolicesimo era un’idea perdente o in attesa di rianimazione?
In quanti bisogna essere per essere considerati vincitori? Migliaia? Milioni? Miliardi? Uno Stato? Due Stati? Tre Stati?…
E quali sono i pesi e le misure? Mussolini ha perso quando è stato appeso in piazzale Loreto? Quando ha fatto uccidere Matteotti era un vincitore?
E questo: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore… Beati gli operatori di pace… Beati i perseguitati per causa della giustizia…” cosa vuol dire?
Vuol dire essere vincitori o vinti?
Rispondo a Giorgio, visto che Kubrick (come immaginavo) non servono risposte. E’ più che legittimo insistere nelle proprie idee finché la partita è aperta (e può durare anche migliaia di anni), ma quando è chiusa bisogna saper riconoscere che è chiusa. Se una lotta dura a lungo con alterne vicende non è chiusa. Ma quando si pretende di mantenere vivo uno specifico interesse che non fa più breccia nell’opinione pubblica, allora non si fa più niente di utile. A Istanbul può tornare un sultano? Forse. Certamente non torneranno gli imperatori romani d’Oriente, e non perché sono passati tanti secoli, ma perché ciò che incarnavano è definitivamente morto. Allo stesso modo, gli Stuart non torneranno sul trono di Scozia. I discendenti di Napoleone non torneranno sul trono di Francia. L’impero austroungarico è dissolto. Si tratta solo di distinguere ciò che è vivo e ciò che è morto.
Sig. Ferrazzi, chi ha parlato di “lectio magistralis” ha un nome, si è firmato, dopo aver fatto un paio di semplici e banali domande (banalità dovuta, esclusivamente, alle di lui scarse capacità di comprensione del testo, è chiaro): l’unico irritato, invece, è colui che risponde al commento n.12, imbastendo un inutile processo alle intenzioni.
Se quella era la sua risposta, a me basta e avanza: diciamo che mi sento illuminato, come chi è appena uscito dalla caverna platonica o da una catacomba.
I miei omaggi, egregio.
fm
Francescomarotta
se è a me che si riferisce non capisco perché mi attribuisca un “processo alle intenzioni”. Il signore sopra ha detto che “faccio finta di non capire” e, se permette, ho voluto ribadire che questa è una insinuazione perché ho motivato ciò che ho detto e non ho “finto “nulla”. E’ un problema di onestà intellettuale, qui come nella vita di tutti i giorni. Evidentemente non sono abbastanza intelligente o troppo ingenuo.
scusi, volevo dire che forse non sono abbastanza intellegente oppure sono troppo ingenuo.
Stanley, magari è solo un lettore un po’ disattento, almeno in questo frangente.
“…al commento n. 12” è un complemento di luogo figurato;
“risponde al…” / “se la sua risposta è…” (tertium non datur).
Si rilassi, maestro, e magari rilegga (non è un imperativo).
Pacs vobiscum.
fm
@Francescomarotta sì mi scusi, ho letto male. Sono rilassato solo ho dormito poco e sto facendo altre cose… Grazie per il chiarimento
un saluto affettuoso
Insomma, le domande rimangono tutte quante, semmai si articolano ulteriormente…
Certo, nessuno dubita che non torneranno gli imperatori romani d’Oriente… penso che non torneranno nemmeno le dinastie faraoniche… il problema mi pare si ponga per le forze ancora operanti.
“E’ più che legittimo insistere nelle proprie idee finché la partita è aperta (e può durare anche migliaia di anni), ma quando è chiusa bisogna saper riconoscere che è chiusa…”
Chi decide quando la partita è chiusa?
Chi presiede il tribunale? Fa anche lui parte del gioco o ne è fuori?
Chi sa dove conduce una via? Le vie della storia sono sempre lineari o possono anche essere tortuose, accidentate o imprevedibili?
Quando possiamo dire che è assodata l’assoluta impossibilità di tradurre in atto un’idea giusta?…
Mi fermo, perché continuerei ad aggiungere domande a domande…
Forse bisogna spostare l’attenzione dai termini “vittoria-sconfitta” ai termini “pertinenza-non pertinenza” per capire il giudizio sulle ideologie che il post di ferrazzi sottende. Sovrate e Cristo sono stati uccisi ma il loro messaggio non è sconfitto, perchè per la maggior parte degli uomini esso è ancora il più pertinente a decifrare la condizione umana. Si può dire lo stesso della mistica fascista o del comunismo dottrinale?
L’antifascismo d’obbligo e di maniera della prima repubblica, un’ombrellone sotto cui si tollerava ogni impudicizia, ha legittimato un’attualità del fascismo che già Pasolini nel ’74 giudicava farsesca, e ha impedito di comprendere cosa realmente stava accadendo qui a Babele. Così oggi, a mio avviso, gli unici oppositori al mercatismo sono comunitaristi: ne esistono nella destra sociale, in certe frange post-comuniste e nel cattolicesimo integrale, ma non faranno fronte comune perchè impediti da pregiudiziali di vecchio retaggio.
Carissimi, le idee datate stanno bene nei libri di storia.
Mi sembrava che Riccardo Ferrazzi volesse proporre e discutere una sua filosofia della storia… non pensavo che la conclusione di tanti discorsi dovesse essere che
“l’antifascismo d’obbligo e di maniera della prima repubblica… ha legittimato un’attualità del fascismo…”
Beh, comunque, visto che adesso l’antifascismo non c’è più, il comunismo nemmeno, possiamo dormire sonni tranquilli.
Ti sembrava bene, Giorgio. In effetti ho le mie idee sulla Storia e approfitto di questo spazio per esporle. Chi giudica su quali idee sono vive e quali morte? La Storia. A volte esprime il suo verdetto a tambur battente, a volte ci mette molto tempo. Ma i suoi giudizi sono inappellabili.
Se posso permettermi, prima che tu sia tentato di tornare a domandare cose del tipo “chi decide che cosa ha deciso la Storia?”, ti inviterei a farti la domanda opposta: “se non ci rassegnamo ai giudizi della Storia, chi decide quando non è più il caso di insistere?”
Se Fabry non mi butta fuori dalla redazione, conto di chiarire meglio le mie opinioni in altri due post, prossimamente su questo schermo.
Riccardo, le domande sono dovute al fatto che il tema della storia m’interessa, in un certo senso, ma questa fiducia nella Storia, che qualcuno direbbe di tipo hegeliano, mi sembra un po’ soffocante e, tutto sommato, tautologica. Insomma, quando tutto è accaduto la storia dice che tutto è accaduto e che ciò che è accaduto è giusto che sia accaduto e non poteva non accadere…
scherzi, Riccardo? ti ho chiamato proprio per questo.
Giorgio, non posso far piacere Hegel a chi lo detesta. Posso solo invitarti a fare la prova contraria: se ciò che è accaduto non doveva necessariamente accadere, allora è accaduto a caso, dunque anche in futuro tutto accadrà a caso, dunque non ha senso fare progetti, dunque l’agire umano è privo di senso, ecc. ecc.
Questa è solo una delle linee di pensiero alternative sulla Storia, ma anche le altre non se ne discostano gran che. O la Storia ha un senso oppure non ce l’ha. Se non ce l’ha, vuol dire che gli uomini che hanno cercato di dargliene uno non ci sono riusciti. Che cosa ci autorizza a credere che riusciremo noi?
E perché non dovrebbe essere (almeno) altrettanto logico supporre che la Storia abbia in se stessa la sua giustificazione?
Fabry, grazie!
Però, Riccardo, la Storia non è la Natura.
La prima è l’ambiente della libertà, la seconda della necessità.
Il senso della Storia potrebbe essere quello di una piena realizzazione delle potenzialità umane, ma oltre all’intelligenza c’è il rifiuto dell’intelligenza, oltre all’appello all’universale condivisione ci sono le deformazioni individuali e di gruppo, oltre alla tensione verso il progresso c’è il regresso barbarico in agguato. Vico, e non Hegel, docet.
Beh, Valter, da un punto di vista hegeliano immagino che la risposta sarebbe: tu metti l’accento più sull’antitesi che sulla sintesi. O qualcosa del genere. Anche i corsi e ricorsi storici rientrano nella visione di un progresso che va avanti a colpi e contraccolpi, fra tesi antitesi e sintesi.
Io non credo che la Storia sia l’ambiente della libertà, non più di quanto lo è la Natura. Mi pare di aver scritto in un post su Cavour che il signor conte, il quale indubbiamente è uno che può vantarsi di “aver fatto la Storia”, in realtà non ha mai seguito un disegno coerente, ma si è comportato da avventuriero inserendosi nel flusso degli eventi e pescando nel torbido per ritrarne comunque un vantaggio. In questo modo, e quasi senza volerlo, ha fatto l’Italia. In tutto questo tu puoi vedere il dominio della libertà, io ci vedo una specie di gioco dell’oca in cui ad ogni passo bisogna tirare un dado, e si può andare avanti o indietro, ma il percorso è prefissato e di lì non si esce.
Riccardo, mi scuso del ritardo di questa mia replica, ho avuto altre urgenze…
Ho letto proprio oggi di un libro (“La minaccia nucleare”) che dice che il pericolo della bomba, con la “B” maiuscola, è sempre attuale. Anzi, attualissimo, tanto che sono solo 5 i minuti che mancano all’apocalisse. Dieci anni fa erano il doppio. Come andrà a finire fra dieci anni? Una eventuale fine dell’umanità avrebbe una sua verità storica? Avrebbe quello che tu dici “un senso”?
Se l’uomo, con un uso dissennato del pianeta, distruggesse le condizioni che rendono possibile la vita sulla Terra, questo avrebbe una sua verità storica? Avrebbe un senso?
Un genocidio ha una sua verità storica? Ha un senso? Possiamo archiviare la pratica dicendo che la storia ha una sua giustificazione?
E poi, basta rintracciare le cause che hanno portato a un fatto per dire che questo fatto è giustificato? Cosa significa giustificazione? Semplicemente capire perché qualcosa sia successo o, secondo il significato storico ed etimologico, “rendere giusto”, e quindi pensare che sia giusto che sia successo così?
A me pare che la visione di storia che tu proponi sia certificare un fatto quando è avvenuto, mettere un timbro su un documento già pronto. E’ tutta qui la condizione umana? Non è meglio pensare che ogni giorno leggiamo e scriviamo una parola di questo documento? Non è questo che avviene?
Giorgio, perdonami, ma a questo punto faccio un po’ fatica a seguirti. Se domani un cataclisma planetario (provocato dall’uomo oppure dalla caduta di un meteorite) distruggesse la vita sulla terra, questo secondo te toglierebbe senso alla Storia? E perché?
Può darsi che ciò che sto per dirti ti risulti inaccettabile, ma guarda che non c’è niente di più improduttivo e fuorviante che guardare alla Storia in modo moralistico, cercando ciò che è “giusto” (o meglio: ciò che noi dichiariamo essere giusto).
Se tu preferisci guardare alla Storia in questo modo, allora è logico credere alla favola “la Storia siamo noi”. Ma quando uno comincia ad accumulare una certa memoria storica vissuta sulla propria pelle, diventa sempre più cosciente della cosiddetta “eterogenesi dei fini”. In soldoni: anche se non sbagli niente e fai tutto al meglio e non incontri particolari resistenze, ciononostante le cose vanno in modo diverso da come le avresti volute e da come ti eri dato da fare per farle diventare. E’ così, e non c’è niente da fare. Ci si può ribellare, ma senza risultato. Oppure si può cercare di studiare il fenomeno.
Come credo di averti detto, dopo Natale posterò ancora un paio di interventi su questo argomento. Non mi illudo di convincerti, ma forse riuscirò a rendere più chiaro il mio punto di vista.
Ciao. Buon Natale a te e a tutti quelli che ci hanno letto.
Riccardo, mi rendo conto anch’io che non ci capiamo e rimando un ulteriore chiarimento, nel caso fosse possibile, ad altri tempi.
Dico solo che al commento n. 30 non ho fatto un discorso moralistico né ho effettuato astrazioni. Ho solo detto ciò che vedo, che nell’agire umano non tutto è leggibile in modo deterministico, ci sono imprevisti ed errori e forze contrastanti che è una forzatura ricondurre a un “sistema” a cui assegnare comunque la ragione in quando reale. Altro discorso sono le scelte personali, stare da una parte o dall’altra, come ho detto con le citazioni al n. 11.
Infine: auguri di buone feste anche da parte mia.
ferrazzi è come fellini per orson welles, quello pasoliniano (e dunque krauspenhaariano) de la ricotta: egli danza, danza… danza.
saluti,
rs