di Antonio Sparzani

Sempre nello spirito del pre-ludio, il gioco da fare, per grandi e piccini, prima di comporre una qualsiasi ode saffica:
Finalmente l’arrina belcia
Garba la séola, e nel nitore il volo
non si trosca al babirio addormentato
felsando il guro, e secca fido e solo
l’ùgule ambrato.
Non gara o varta il decchio imbirescente
coschette ambecarine e ben bendate:
scocca il camèolo, e sdrelza la scefente
del sol di arate
linde folate al barbinò. Ché alfine
l’arca non dice il binurete assivo,
caldo bensì di siccorete argìne
bisco e cattivo.
Balda la trippotanza: e il fiscolatte
coretta ascoso, ma l’arrina ormai
belcia la giscia e dorogingo batte
l’erdio Cocai.

L’erdio Cocai nesce la vitamina
di cotanto sfenoide nel vociare.
Ma tace e si rifugia alla Baggìna
Non replicare!
m’ s’arricciò la zippola
nel vider arborescente
‘sta fimmina liggiadra dormescente,
peccui m’apparto scornato,
forsitan incornato
MarioBù
Grazie, Antonio! Belli alcuni enjambements, particolarmente forte il secondo:
“il volo
non si trosca”
“sdrelza la scefente
del sol di arate
linde folate al barbinò”
“e il fiscolatte
coretta ascoso”
“dorogingo batte
l’erdio Cocai”
“Caldo bensì di siccorete argìne” (*)
Mi prostro alfin, e nel prostròre il volto
ancor si scroscia d’abiuro sillabato
che alla mammella augusta mai fa torto
l’opra del pralàto.
Chi in tanto volo di specchio florescente
ardì la loda, a quella carne tese:
fragor compìto d’uccel l’ala repente
a la sua rosa rese
che senza seme addiàccia. La tocchi
e giacque, che di gioia non mai s’adira
come puella che bassi tiene l’occhi
al volator ch’aspira.
Tumido porta il labbro: e la man tesa
straripa al balzo, il tempo d’un fischio
e branca l’aringa dal rotolo d’attesa
come fussi vischio.
fm
p.s.
(*) Un verso sublime, qual stella cometa che illumina la rotta ai viaggiator di/versi.
Oh gaudio! Oh cameolo sfecente! Oh babirio che scocca imbirescente!!!
io sinceramente credo che francesco marotta, come il miglior fellini descritto da orson welles in un pasolini corto, danzi… danzi… sì, ecco, danzi…
saluti,
rs
anche lo sparzani, come il nibbio nipponico, come il sordo albertio, andante alegro, che al puerto se nascondiva bien, ecco, danzi, danzi… sì, danzi.
saluti,
rs
…e che si danzi, perdio, e sì, si danzi, si danzi, si danieledanzi e si francescodami, e si enzotrapani, esi mariobianchi, e sifiatialletrombeturchetti e si signoralongari, con pigiama palazzo, ecco, sì, si danzi, si danzi e danzi!
rs
Solmi, vedo con piacere che anche lei ha fatto sua la lectio mirabilis dei due grandi luminari, gli unici ai quali mi sento di attribuire l’etichetta di maestri: gli esimi Gerardo Dottor Carotenuto e Felix Professor Peyote. Bene, mi compiaccio, altro che new age e frillaccherìe del genere.
Il Dottor Carotenuto diceva bene: la cura a base di cadaveril è essenziale, ma meglio sarebbe alternare un giorno col farmaco ad un altro con un sano esercizio di sidiafiatoalletrombeturchettizzazione; il successivo, ancora cadaveril, e subito dopo, lettura controllata delle odi saffiche di Sparzani.
Migliore, secondo me, la proposta del professor Peyote: via cadaveril e lectura sparzaniensis, e dentro con dosi massice, sempre a giorni alterni (da abbinare solo nei festivi) di sidiafiatoalletrombeturchettato (almeno due dosi cada dia) e, soprattutto, di signoralongarato (ad libitum).
Ed è vero, Peyote difficilmente si sbàlia: solo sidifiatoalletrombeturchettando e signoralongarando, si può tenere a distanza, finché va, il cadaveril.
Saluti, danieledanziando.
effemme
marotta carissimo, trattasi di cadaverilene malmostato, io lo ricordo bene perchè sono stato in cura dal dottor carotenuto che saluto (è spesso ghost reader del blog).
comunque mi lasci il dire che lei danza, danza, danza come nessuno. guardi, nemmeno il sannelli, nemmeno la diva chiara e fresca di dolceacqua, danzano come danza lei. nemmeno il fellini evocato ne la ricotta, nemmeno il godard evocato da jean pierre melville, nemmeno stupinenghi e la falzas, guardi, al bolscioi.
e allora sì, egregio, che si danzi, si danzi, e sì, si danzi, perdio!
saluti,
rs
noto con gran piacere il disfrenamento dei decchi e delle scefenti, del resto quando alfine l’arrina si decide a belciare, … voi mi carpite. Osservo però al quicreante marotta che ferree sono le regole dell’ode saffica minore, e non permettono distrazioni. L’adonio ha da essere di cinque sillabe e non sei o sette com’egli si permette disinvoltamente, e anche gli endecasillabi, lo dice la parola stessa, han da contare undici sillabe, né più né meno. Guardi il ferrazzi, com’è ligio, lui, alla legge dei preludi.
E poi perfino l’arteria danzante del sedicente solmi abbiamo reso imbirescente!
Di/vino Sparz,
le regole conosco e non desmèntego,
così come del dottor Ferrazzi ligiùra non ignoro.
Ma guardi l’ora, caro, e consideri nel computo i minuti:
non più di sette fuòro
nell’approntar il succo d’ignobil spremitura.
D’ella mi dolgo, e tanto, e faccio ammenda
che del prode Riccardo d’orànzi seguiterò l’essempla.
effemme
p.s.
Noti il “d’orànzi”: quelle finesse!!!
Solmi: à plus tard.
O rage, o desespoir,
o honte sans merci!
N’ai-je donc tant vécu
que pour cette infamie?
Ecco l’ultimo gradino dell’abiezione: essere citato come esempio di ligia obbedienza. Così dunque conchiudesi una ribalda vita di ribelle? O gloria! Otello fu.
Mi avete sferrato lo sprìnciolo nel pinzibàculo,
ch’è peggio pur del contifùggiolo,
con tutte le vestre maleditte scràbule,
squìnziche, certàcule e merdìsche,
son avariato,
veramente, porcoggiuda!
E po’ c’è sta pure in pàmpola il sor Solmis che c’ha il ballo de San Zibbio!!
Non se ne può ggiù.
Né su.
Nè a dritta nè a tribordo nè a Pozzuolo Formigaro.
Io mi ritiro in disordine,
o forse a Babilonia infernale in compagnia de Ciriatto sannuto che però ha il fiato che pute!
MarioBù