L’altro giorno passavo in libreria, cercavo l’ultimo libro di Romano Luperini: L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale (Laterza). Naturalmente non era disponibile.
Ho rinunciato a chiederlo in prenotazione, la commessa mi pareva tipo apprensivo, si sarebbe spaventata alla mia richiesta, titolo troppo complicato, lasciamo perdere.
Comunque. Dopo aver desistito dalle velleità narratologiche, ho vagolato dalle parti della sezione best-seller per dare un’occhiata ai campioni d’incasso. E’ un esercizio che faccio d’abitudine, anche per capire quali dei best seller siano ancora definibili come “libri” e quali come prodotti cartacei con aspirazioni multimediali. Prendo un Moccia, un Follett, un Brown, li sfoglio rapidamente, mi faccio un’idea (istintiva, incompleta, parzialissima ma pur sempre la mia) e poi li poso. Ovviamente. Tanto i suddetti signori non hanno bisogno dei miei pochi euri.
L’ultima volta l’occhio mi è caduto sulla pila di copie del nuovo prodotto del marchio Fabiovolo. Confesso che ho preso una copia già prevenuto. Del resto mica è colpa mia se i prodotti in forma cartacea del marchio Fabiovolo hanno una venatura mercantile e multimediale anche più marcata rispetto ai suddetti Moccia, Follett e compagnia bella. E non è colpa mia se ogni due per tre ti trovi un’estrinsecazione del marchio Fabiovolo. Esce dall’autoradio in forma di onda sonora , accendi il televisore e te lo ritrovi in formato visivo, vai al cinema e si estrinseca come attore in commediole più o meno rassicuranti, si materializza nelle librerie in formato cartaceo… eccheddiamine!
Restando sulla forma cellulosa, qualche anno fa a casa di un’amica sfogliai il primo prodotto del marchio Fabiovolo, non chiedetemi il titolo; mi parve una sorta di manualetto d’accalappio per single andati ad abitare da soli.
Devo dire che le stesse impressioni le ho ricavate dalla sfogliata riservata all’ultimo prodotto. Prodotto che peraltro si lascia fruire agevolmente in un quarto d’ora, anche in modo salterino e distratto, mezza paginetta ogni trenta, una frase qua e là, c’è il solito trentenne sereno ma annoiato, l’abituale tran tran ufficio-palestra-aperitivo, naturalmente il lettore è avvisato che il protagonista scopa molto, ci sono un sacco di pensieri per imballo di cioccolatini, poi c’è l’incontro una ragazza misteriosa, tale Michela, in un posto originalissimo, il tram, ecco che parte la storia, sarà lei la donna del destino? Mah! Vero che fanno proprio all’amore, mica solo storia di sesso, altre vagonate di considerazioni da incarto gianduiotto, poi però i due si allontanano, allora il protagonista si reintristisce, ma ci fa sapere che comunque continua a scopare molto, però lo fa in modo triste, che tristezza queste donne di passaggio che non si capisce manco come ci finiscano nel suo letto e che pena il giorno dopo cercare una scusa per liquidarle, per non parlare poi del fatto assai riprovevole che al mattino il protagonista si sveglia sempre con il coso sporco attaccato alla pancia, ma a trarlo d’imbarazzo ecco che ricompare Michela e naturalmente con una sorpresa, prima però di annunciarla al protagonista lascia che sia lui a dirle che sì, è proprio lei la donna del destino, poi si disvela la sorpresa, che quando nascerà si chiamerà Matteo o qualcosa del genere. Fine.
Fine anche della mia sfogliata. Poso la copia con la sensazione di avere le dita appiccicose. Forse sono realmente appiccicose. Forse è realmente rimasto attaccato qualche sottilissimo filamento zuccherino. Perché in fondo questo prodotto non è come lo zucchero filato? Vai al luna park, a Gardaland o in qualunque altro non luogo del divertimento e ti lasci accalappiare dall’omino dello zucchero filato, hai bisogno di credere in quel fuso di dolcezza, in quella promessa di ritorno al bombo dell’infanzia, hai bisogno di portare a spasso quel bastoncino, di strapparne nuvolette d’aria filata, di portare in bocca quel niente così dolce, così vuoto, ma così denso di voluttà, un piacere istantaneo, costituito forse solo dalla tua fantasia, in quanto, nell’attimo in cui compare, è già finito.
Chi trasforma tutto ciò in prodotto cartaceo fruibile con rapidi movimenti degli occhi da sinistra a destra e con modesto utilizzo di energie mentali non può che beneficiare di un largo successo di vendite, come nel caso del suddetto prodotto del marchio Fabiovolo.
Nessun mistero sul perché il prodotto e il marchio in generale piaccia a un ampio pubblico femminile. La mia amica mi disse che quell’immagine da finto sfigato che invece la sa lunga fa tenerezza ma rassicura, ha successo, però senza sembrare uno di successo, e per questo ha ancora più successo. Innesca un loop virtuoso. Il ragazzo della porta accanto che ogni tanto bussa per chiederti il sale e poi scopri che ha inventato il sistema per trasformare l’acqua in petrolio, è diventato ricchissimo, però è umile, continua a vivere nel tuo stesso condominio, parcheggia il motorino accanto al tuo e un giorno ti farà capire che si è innamorato di te.
-Sarà,- le dissi – ma questo tenerume democratico nei prodotti del marchio Fabiovolo alla fine si risolve, nei confronti dell’altra metà del cielo, unicamente nella dicotomia scopata di passaggio sine relazione interattiva-scopata cum relazione interattiva, comunque sempre funzionale all’autocompiacimento del protagonista.- L’amica non colse il significante della dicotomia e chiosò con un: -Ah, tanto voi uomini siete tutti egoisti, almeno lui lo ammette.-
Mi è rimasto solo il dubbio di capire perché il prodotto piaccia anche a una discreta fetta di maschietti. Boh, sarà il solito desiderio di immedesimazione nel modello di successo, di emulazione pecoreccia di quello che piace, sarà carenza di quella roba lì che c’è nei pesci, vattelappesca, esco dalla libreria perplesso, succhiandomi le dita ancora impiastricciate.
Però con una speranza. Che tutti questi assaggiatori di zucchero filato prima o poi scoprano che esistono anche le pasticcerie, dove potranno trovare ben altre soddisfazioni al loro (nostro) bisogno di zucchero. Coraggio, ci aspettano montagne di cassate, cannoli, babà, meringhe, sacher torte, tiramisù ecc. ecc. ecc. Basta aver voglia di cercarli.
p.s.: sul mio comodino giace Un amore, di Buzzati, chissà a quale dolce potrebbe corrispondere…

Caro Paolo, io invece affido la mia speranza (peraltro assai scomodamente assisa, direi sanguinante come un fachiro in piena oscura notte dell’anima) ai pazzi e agli analfabeti. Perché la tua metafora è bella, però ahimè lo zucchero filato è essenzialmente molto diverso dalla sognata (sic!) triade ufficio-palestra-aperitivo.
Ti dirò che la protagonista di “Un amore” di Buzzati è un’amica di mia mamma. Il dolce adatto, perciò, andremo a scavarlo sotto il pavé di via Fiori Chiari. Baci!
captata oggi al volo, distrattamente, dalla tele accesa, ascritta, stavolta, a tal Jovanotti (stessa “famiglia” di prodotto)…con quella voce gongolante…”ah, sono proprio contento di essere qui in California a girare questo nuovo film”.
Cazzo, ho meditato, volevi anche esser triste ?
I Pilastri della Terra di Follet però lo lessi con piacere.
Lumi,I Pilastri della Terra è veramente un bel libro, tanto che…
Un amore è uno di quei libri che non hanno bisogno di pubblicità alcuna, lo leggi, ti prende alla gola, non ti molla più. E ti crea dipendenza. Alle cose belle.
E ringraziamo le brigetgiones e i bigetgions nostrani che si accumulano puntuali e coscienziosi nelle librerie e negli scaffali.Leggano, leggano…(gli altri!)
Vero, Ramona. Chissà se Anna sa dirci qualcosa in più sulla protagonista. E’ intrigante quella faccenda dell’amica di sua mamma
E cosa vi devo dire, caro Paolo? Il nome non ve lo posso fare, credo si capisca. Racconterò quel poco che so. Milano era così, e Buzzati ci si muoveva da gran ballerino nervoso talentuoso e con i suoi bei lati oscuri. Si trovavano tutti quanti al Bar Giamaica. Mia mamma non c’è più, se ne è andata due mesi fa. Lei era ed è stata fino all’ultimo giorno LA BELLEZZA, LA PUREZZA E LO SPIRITO. Anni Cinquanta, ragazze giovanissime, tutti quanti un po’ sbandati, la guerra appena finita, entusiasmo, arte, povertà, comunanza. Pittori e modelle: Brera. Qualcuno bello e ricco, i fratelli Somarè. Qualcuno veramente forte e bravo, Luciano Bianciardi. Qualcuna fascino puro, talento, destino, scintille, zigomi alti, nient’altro che il proprio estro e la propria giovane persona venuta da chissà dove, esotica anche se italiana, ai tempi in cui il Friuli era come oggi la Romania: mia nonna Juty Cussigh. Chi ama il cinema la potrà riconoscere in una ballerina di fila in “Luci del varietà” di Fellini e Lattuada. Sua figlia adolescente, mia madre. E la sua amica A., modella di pittore, più giovane di Juty di qualche anno e poco più grande di mia mamma. Quel giornalista ossuto e già maturo rimane affascinato da A. ma credo da un po’ tutto di quella città e di quegli anni, dalla nebbia stessa, da un bicchiere di notte, da quegli ultimi fuochi di vera bohème. Con A., bella, anche lei figlia randagia delle campagne e della guerra, c’è una storia intensa e sbagliata, venata da un esistenzialismo pervasivo e da alcuni lati neri di Buzzati stesso. Va come va e gli rimane in mente, e poi la racconta parecchio trasfigurata, ma “quella”, nel romanzo. Questo è quanto! Tanti baci a tutti.
Affascinante! A me testimonianze come questa fanno venire i brividi. Poter dire: io c’ero, o almeno io so, o ancora io lo/la conoscevo…
E’ la storia che diventa fantasia e poi opera d’arte, ed esserne testimoni è, secondo me, un privilegio per pochi.
Mi ha emozionato questa storia, quasi quanto quella raccontata da Buzzati. Il vivo affresco della Milano di allora è un’altra cosa, raccontato da chi l’ha vissuto.
Grazie
Carissima Anna, hai fatto a tutti noi un bellissimo regalo di inizio anno, e il tuo racconto vale più di cento recensioni del libro di Buzzati.
Grazie di cuore.
Paolo
Sono io che vi ringarazio molto per gli apprezzamenti! Non ho vissuto direttamente quel periodo perché sono nata nel 1961; sono cose che mi ha raccontato mia mamma. Ma lo spirito di una città secondo me va avanti e continua a esistere, ed è sempre possibile ritrovarlo come arrotolando all’indietro un gomitolo. Basta averne la voglia e la sensibilità. Certo, con la vuotezza montante che c’è non è facile, ma basta fregarsene come faccio io. Oggi qui c’è un gran freddo e neve che copre tutto. Sono già le 9.16 e devo lavorare controvoglia. Beato chi è ancora sotto le coperte! Ciao a tutti.